GREEN SHOOTS NEL MERCATO IMMOBILIARE AMERICANO!

Scritto il alle 07:27 da icebergfinanza

Nel marzo dello scorso anno in una intervista al Sole24Ore  condivisi l’idea che l’economia americana resta uno dei motori mondiali. Un mercato che, volenti o nolenti, non può prescindere dall’immobiliare. «Sul fronte dei prezzi non abbiamo ancora raggiunto il livello più basso. Guardando agli indici Case-Shiller e Corelogic, stimo per il residenziale un ulteriore downside del 10 per cento. Comunque, siamo nella fase finale della crisi: ci vorrà ancora un anno».

In realtà sembra che la caduta si sia arresta con un ulteriore ribasso di circa il 5 % e che la tendenza anno su anno stia girando al rialzo. Questo non significa necessariamente chissà quale ripresa, ma una semplice stabilizzazione,  in quanto ho l’impressione che saranno comunque necessari molti anni ancora prima di assistere ad una ripresa degna di nota.

Ovviamente molto dipenderà dalla congiuntura internazionale, dalle dinamiche globali di una recessione che sta interessando in una maniera o nell’altra ogni continente, tra crescite recessive e vere e proprie recessioni.

Il Pending Home Sales, l’indice che testimonia il livello dei contratti preliminari di compravendita firmati, in rialzo di oltre il 12 % da un anno a questa parte continua a segnalare un miglioramento che non mancherà di riflettersi nei prossimi due mesi sui contratti relativi alla vendita di case di nuove abitazioni.

Una dinamica in miglioramento evidenziata anche nell’ultimo Beige Book della Federal Reserve.

Anche nell’ultima revisione della crescita pur in sensibile rallentamento … Real residential fixed investment increased 8.9 percent, compared with an increase of 20.5 percent….gli investimenti nel mercato immobiliare residenziale hanno sostenuto la crescita anemica.

La notizia positiva è che un’eventuale ripresa del mercato immobiliare attenuerà o meglio sta attenuando, l’entità della recessione economica che silente sta attraversando l’America e che dovrà fare i conti con la cosidetta “fiscal cliff” ovvero la scogliera fiscale che attende l’economia americana per fine anno.

“Home prices gained in the second quarter,” says David M. Blitzer, Chairman of  the Index Committee at S&P Dow Jones Indices. “In this month’s report all  three composites and all 20 cities improved both in June and through the entire  second quarter of 2012.  All 20 cities and both monthly Composites rose for the  second consecutive month.  It would have been a third consecutive month had we  not seen home prices fall in Detroit back in April.”

Anche Robert J Shiller, massimo esperto americano e mondiale di dinamiche del mercato immobiliare, ritiene che il mercato potrebbe aver toccato il fondo ma…  alcune nubi potrebbero apparire nuovamente all’orizzonte.

…He also made  reference to the key macro issues like the eurozone crisis, the slowdown in  Asia, and the oncoming fiscal cliff in the US. Then again, the housing market could be like the stock  market in early 2009 said Shiller.http://www.businessinsider.com

Secondo Robert a Phoenix e San Francisco, due nuove bolle immobiliare sono in rapido sviluppo e non solo, anche nel bel mezzo di una recessione o depressione può tornare a formasi una bolla!

Certo che detto da Shiller per due città che hanno vissuto un crollo rispettivamente del 50 e 40 % circa fa un certo effetto!

 

 

 

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2 commenti Commenta
kry
Scritto il 30 agosto 2012 at 22:53

Sempre legato all’america.———–http://it.finance.yahoo.com/notizie/perch%C3%A9-i-repubblicani-tornano-parlare-174000084.html

kry
Scritto il 30 agosto 2012 at 22:58

Forse così è meglio.————————–Uno sviluppo non adeguatamente evidenziato della campagna elettorale americana è che la piattaforma programmatica del candidato repubblicano alla casa bianca, Mitt Romney, comprende anche la richiesta di una Gold Commission. Spostando così dai margini al centro del dibattito economico la considerazione che una parte dei problemi economici americani deriva dal fatto che il sistema si basa su una moneta di carta, priva di un valore intrinseco.
L’ultima volta che era stata convocata una Gold Commission era il 1981, un decennio dopo che il presidente Richard Nixon aveva abbandonato il sistema monetario basato sugli accordi di Bretton Woods, aprendo l’era del dollaro come fiat money, moneta non agganciata all’oro. E nel 1981 la commissione raccomandò di non ripristinare quel legame tra dollaro e oro.

Chi scrive, nel 1981 seguiva quella Commissione come giovane giornalista del Wall Street Journal, e ricordo che nel 1981 il ritorno a un gold standard fu scartato per i successi della rivoluzione reaganiana della supply-side economics. Il presidente Reagan spingeva l’economia con gli sgravi fiscali e il presidente della Federal Reserve, Paul Volcker, teneva strette le redini della moneta. L’inflazione venne così battuta. Il valore del dollaro, che era sprofondato sotto l’equivalente di 0,00125 once d’oro durante l’ultimo anno della presidenza Carter, prese a salire vertiginosamente.

Nel 1981 la Commissione era stata dal primo momento contraria al ritorno del gold standard: la filosofia dominante era il monetarismo propugnato da Milton Friedman, per cui si mantenevano i prezzi costanti agendo sulla quantità di moneta in circolazione. Direttore esecutivo della Commissione era Anna Schwartz, co-autrice con Friedman della “Storia monetaria degli Stati Uniti,” e la Camera dei rappresentanti, allora a maggioranza democratica, teneva duro sull’’ortodossia monetarista.

Oggi le cose sono cambiate. Friedman e Schwartz sono morti come eroi del capitalismo e della libertà, ma al monetarismo manca l’influenza che aveva un tempo. Nel fermento nel partito Repubblicano di oggi, il gold standard è diventato quasi una posizione centrista. A sinistra ci sono quelli a favore di un sistema in cui brillanti tecnocrati, come Ben Bernanke della Fed, devono usare il loro giudizio nel fissare i tassi di interesse. Un po’ alla loro destra ci sono i sostenitori di una norma, come la regola di John Taylor, che lega i tassi di interesse a condizioni diverse, o che richieda alla Fed di dare un obiettivo di prezzo dell’oro in dollari, fermandosi lì.

Al centro ci sono i sostenitori del gold standard classico, in cui un dollaro deve equivalere a un quantità fissa di oro. Un po’ più a destra ci sono i partigiani della scuola austriaca, tra cui Ron Paul, che seguono un’idea di Friedrich Hayek, il premio Nobel a favore della denazionalizzazione della moneta e di un sistema incentrato su una possibilità di coniare monete private in grado di competere con la moneta emessa dal governo. Ancora più a destra sono i puristi come il radicale costituzionalista Edwin Vieira Jr., secondo cui sarebbe semplicemente meglio prezzare le cose a peso d’oro o d’argento.

Kevin Brady, un repubblicano del Texas che è vice presidente del Joint Economic Committee, ha presentato una proposta di legge definita Sound Dollar Act, che priverebbe la Fed del mandato statutario di tenere bassa la disoccupazione, lasciando solo l’obiettivo di tenere stabili i prezzi (come la Bce o la Bundesbank). Al Senato, Jim DeMint, Mike Lee e Rand Paul off propongono il Sound Money Promotion Act, che eliminerebbe l’imposta sul capital gain relativo al controvalore in dollari di monete d’oro o d’argento aventi corso legale per provvedimento del governo federale o di un governo statale. Lo Utah ha già dato valore legale nello stato a monete d’oro e d’argento.

Poi c’è Mitt Romney. Che in Paul Ryan ha scelto un compagno di corsa che condivide l’idea di una moneta forte. Nel giugno 2010, in qualità di presidente della Commissione Bilancio della Camera, Ryan aveva chiesto a Bernanke cosa intendesse fare con il prezzo dell’oro a livelli record (Il valore del dollaro era appena scivolato al di sotto a 0,0008 di oncia d’oro, ma da allora è precipitato sotto 0,0006 di oncia). “Io non capisco fino in fondo i movimenti del prezzo dell’oro,” Bernanke rispose allora, aggiungendo che era convinto che alcune persone usassero l’oro come copertura “contro il fatto che per loro molti altri investimenti erano diventati rischiosi e difficili da prevedere”.

Questo è il contesto in cui Romney, la scorsa settimana, ha voluto prendere in modo vistoso le distanze da un suggerimento da uno dei suoi consiglieri, Glenn Hubbard, secondo cui Bernanke dovrebbe essere riconfermato per un altro mandato. Romney ha chiarito che è alla ricerca di un nuovo presidente della Fed, un segnale importante di un candidato che ha commesso alcuni errori, come il suggerire che la politica monetaria dovesse essere tenuta lontana dal Congresso. In realtà, è proprio al Congresso che la Costituzione (articolo 1, sezione 8) concede il potere di battere moneta e regolarne il valore.

Una Gold Commission potrebbe rivelarsi il cimitero per l’idea di moneta forte: se si vuole seppellire un’idea basta nominare una commissione. Ma è possibile che una commissione ben concepita e ben composta possa effettivamente sollevare un buon dibattito. Non è cosa da poco che la piattaforma elettorale di Romney chieda una commissione d’oro e un audit della Fed. L’ultimo repubblicano a fare altrettanto, promettendo un dollaro “completamente convertibile in oro”, fu Dwight Eisenhower, che lasciò perdere la cosa una volta eletto. Questo è un passo falso strategico che Romney, se vincesse, dovrebbe evitare.

Lipsky è editor del New York Sun e sta scrivendo un libro sul dollaro costituzionale.

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