MAZZALAI: C’E’ TROPPO OTTIMISMO NEGLI STATI UNITI!

Scritto il alle 21:00 da icebergfinanza

Come preannunciato ieri ecco una mia lunga intervista su BusinessCommunity.it che cerca di evidenziare le maggiori incongruenze dell’economia americana, esplorando i coni d’ombra spesso sapientemente nascosti dalla stampa mainstream e dalla televisione americana, ma anche nel nostro Paese, come quotidianamente facciamo sul nostro blog.

Un ringraziamento a Claudio per averci ospitati e un rinnovato ringraziamento anche agli amici di Finanza.com che da anni ci ospitano e ci permettono di esprimere liberamente le nostre visioni contrarian, da insiders.

Immagine.png222Dall’attesa di un nuovo QE al problema del petrolio, dai dati sui consumi a quelli sull’immobiliare, dagli stipendi che non crescono alle cifre reali della disoccupazione, per arrivare ai cambi e ai tassi di interesse. L’America presenta molte contraddizioni.

Obama ha recentemente annunciato trionfalmente che la crisi USA è alle spalle, l’economia è in forte espansione e che il 2015 sarà molto positivo. Ma molti dati sembrano indicare una realtà diversa. Ma qual è la reale situazione degli Stati Uniti? Abbiamo intervistato su questo tema Andrea Mazzalai, Consulente Finanziario e autore del blog http://icebergfinanza.finanza.com

Gli ultimi dati del PIL USA sono sempre positivi ma allo stesso tempo contradditori. Quali sono le incogruenze maggiori?…

Prima di entrare nei dettagli è importante cercare di comprendere cosa ha causato l’improvvisa sensibile riduzione della crescita reale nell’ultimo trimestre 2014 passata dal 5% al 2,6%, ben sotto il 3,1% previsto. Ben 1,4 punti sono stati sottratti dalla crescita reale delle importazioni (+8,5% fattore negativo in quanto il PIL viene calcolato aggiungendo le esportazioni nette ovvero esportazioni totali meno le importazioni). Ecco per quale motivo ho sempre sostenuto che la caduta del prezzo del petrolio avrebbe avuto un impatto positivo estremamente ridotto sulla crescita, non solo in America ma anche in Europa.
La caduta degli investimenti fissi e l’anemica crescita di quelli residenziali (immobiliare) hanno inoltre contribuito al numero negativo. L’aumento delle giacenze di magazzino in vista del trimestre più importante per l’economia ha aggiunto ben 0,82 punti al Pil oltre 113 miliardi di dollari nel solo quarto trimestre, la seconda variazione positiva dall’anno 2000. Ovvio che se le vendite non saranno all’altezza, il primo trimestre del 2015 vedrà un notevole ridimensionamento della crescita.
L’unica buona notizia sembra arrivare dai consumi che hanno portato un contributo positivo per 2,9 punti, in crescita del 4,3% la migliore performance trimestrale dal 2006, ma qui incominciano le incongruenze.
Come è possibile una simile performance se a dicembre, un mese celebrato come spettacolare nelle aspettative, le vendite al dettaglio sono scese del 0,9% rispetto a novembre e i dati di novembre e ottobre rivisti rispettivamente al ribasso dal +0,7% allo 0,3% e dallo 0,5% allo 0,3%?
Come è possibile che il settore dell’abbigliamento e delle calzature abbia registrato il record di vendite come non si vedeva da anni e che gli ordini di beni durevoli depurati della componente più volatile, ovvero i trasporti, siano scesi nell’ultimo trimestre mediamente di oltre 1%?
Nel settore servizi solo il fattore Obamacare (sostegno alla spesa sanitaria e il 40% dei sussidi statali sanitaria che liberano reddito delle familie prima impiegato per pagare costi di assistenza e ora dirottato sui consumi) ha inciso per oltre il 33%, ritmo insostenibile e la performance dell’immobiliare lascia molti dubbi, alla luce dello sterile risultato del 2014, una crescita delle vendite di nuove abitazioni di solo 1,4 %.
Se consideriamo i dati usciti nelle ultime settimane le prossime due revisioni del Pil, riporteranno l’economia americana alla realtà.

La crisi del 2007-09 fu originata dalla bolla subprime sui mutui immobiliari americani. Come vede l’andamento del mercato immobiliare?

L’intervista prosegue su …  BusinessCommunity.it buona lettura Andrea

 

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17 commenti Commenta
phitio
Scritto il 4 febbraio 2015 at 11:36

Caro Mazzalai, vedo che hai sposato la teoria politco/finanziaria/complottista per quanto riguarda il calo dei prezzi del petrolio. E allora come ti spieghi il calo contemporaneo di tante altre materie prime chiave? Che forse l’Arabia e’ anche un produttore mondiale di Rame?

Piu’ semplicemente staiamo avendo un calo di domanda. Senza acquirenti, il prezzo deve calare. E il prezzo non potra’ risalire significativamente nemmeno tagliando la produzione, se anche i produttori potessero permettersi di farlo.

icebergfinanza
Scritto il 4 febbraio 2015 at 11:49

phitio@finanza,

Phitio mi dispiace ma hai visioni limitate e sembra che passi da queste parti solo per esprimere le tue di visioni e come spesso accadde ti limiti al piccolo puntino nero nella grande pagina bianca.
Rileggiti mesi e mesi di Icebergfinanza e Machiavelli e poi torna a chiedermi se penso che non ci sia un calo della domanda. Se ti limitassi a leggere quello che c’è scritto avresti letto che ci aspettano anni e anni di prezzi petroliferi anemici…
Coraggio Ragazzi fate uno sforzo leggete tutto e non limitatevi a leggere quello che più vi compiace!

reragno
Scritto il 4 febbraio 2015 at 12:29

phitio@finanza,

Scusami il mio intervento. Non c’è paragone tra la discesa del prezzo del petrolio e quella del rame.
La seconda è dovuta alle enormi scorte cinesi in garanzia alle banche che sono fortemente preoccupate del calo della domanda.
Il primo è un movimento talmente violento che può essere frutto solo in parte al calo della domanda. Il resto è una guerra in atto.
E questo è solo l’inizio.

aorlansky60
Scritto il 4 febbraio 2015 at 12:48

concordo con il pensiero di Reragno, circa il petrolio.

Chi ha volutamente permesso il crollo del prezzo (Arabia Saudita) conosceva benissimo le conseguenze di tale scelta a livello globale nel breve/medio term e sapeva benissimo che andava a cozzare contro forti interessi altrui legati al greggio, generando attriti e forti mal di pancia.

Quando questi si chiamano Venezuela, Iran, Irak, Libia, il mondo intero dice “eh??” e gira le spalle;

Ma quando altri si chiamano Russia e USA(soprattutto), il problema assume tutt’altra dimensione e il mondo si ferma a riflettere.

john_ludd
Scritto il 4 febbraio 2015 at 13:17

phitio@finanza,

Phitio non so dove prendi queste notizie senza senso. I dati sulla produzione e i consumi SONO PUBBLICI anche se hanno un ritardo di qualche mese. Il prezzo del petrolio è fortemente ANELASTICO. Quando ci fu la crisi del 2008/09 immagino tu pensi che la domanda sia calata del 30%. Invece no, quello che accadde fu solo il passaggio da un offerta scarsa a 3 milioni di barili di surplus, meno del 4% dei consumi giornalieri. Un conto sono le proiezioni di medio termine, un conto le oscillazioni del prezzo spot FORTEMENTE INFLUENZATE da fattori geopolitci, politiche di cartello e il ruolo determinate della finanza sia nel mercato dei future ma soprattutto per il ruolo che le mega banche di investimento hanno nella gestione degli inventari ombra di cui scrisse Chris Cook già nel dopo crisi 2009. Le tesi complottarde tuttavia non sono necessarie a spiegare il calo del prezzo attuale, prova ne è che molti dei più rispettati analisti del settore, Rune Likvern per esempio, non riuscivano a spiegarsi come il prezzo del greggio rimanesse tra 110 e 120 dollari dato l’enorme produzione addizionale che usciva dai campi del nord america, che aumentava più rapidamente dei consumi e l’impossibilità da parte delle economie di indebitarsi ulteriormente per sostenere i consumi. Il prezzo spot si gioca su 1-2 milioni di barili/giorno in più o in meno, il 2% della produzione e dei consumi. Euan Mears ah pubblicato recentemente qualche articolo un pò troppo tecnico nel quale discute un modello che a posteriore (ovviamente !) è in grado di giustificare con eccezionale precisione l’andamento dei prezzi negli ultimi 40 anni, introducendo il concetto, rifiutato dagli economisti tradizionali, che siamo passati, da un sistema “demand driven” a uno “supply driven”.

L’ipotesi di gran lunga più sensata sull’evoluzione dei prezzi del petrolio è quella per l’appunto di Likvern e altri che non si limitano a considerare il solo aspetto “petrolifero” ma lo mettono insieme alla precaria situazione economica e alla situazione di eccezionale indebitamento. In sostanza è plausibile che si verifichi uno di questi scenari:
A) oscillazzioni del prezzo del petrolio spot con massimi e minimi decrescenti a frequenza medio/bassa, calo della produzione e dell’economia con collasso parziale o totale di alcune aree economiche che lascierebbero tuttavia risorse alle altre. Questo scenario può portare i paesi più solidi, con più tecnologia, riserve di idrocarburi (o qualcosa di prezioso e unico con cui acquistarli) e strumenti efficaci di controllo sociale, fuori dall’era degli idrocarburi nell’arco di 30-40 anni. In tal caso, l’era del petrolio finisce come l’era della pietra (cioè non perchè sono finite le pietre).
B) oscillazioni frequenti e paurose dei prezzi spot, con massimi crescenti e minimi decrescenti, frequenti recessioni, disordini diffusi, guerre e carestie. Difficile in tal caso una transizione in tempo utile.

signor pomata
Scritto il 4 febbraio 2015 at 15:09

Devo dire che è la prima volta che mi capita di vedere che dopo un taglio del 0,25 del tasso il mercato obbligazionario il giorno dopo prezza uguale o meno del giorno prima di annuncio.
Che dire, lo sapevano!!!!!

gnutim
Scritto il 4 febbraio 2015 at 16:56

guardate che bella notizia gelata che arriva dal canada…

Nel primo mese dell’anno l´indicatore che misura la fiducia dei direttori degli acquisti canadesi è sceso da 55,4 a 45,4 punti. Gli analisti avevano stimato una contrazione inferiore a 53,8. L’indice è preparato dalla Purchasing Management Association of Canada e dalla Richard Ivey School of Business.

mica male come dato eh?

Viva le sabbie bituminose!!!!

mak1919
Scritto il 4 febbraio 2015 at 23:05

ciao a tutti, non sono nuovo anche se sono uno dei tanti lurker qua dentro, immagino…leggo il blog di Andrea da tempo, ho letto anche il suo libro… tutto questo x cercare degli spunti per cercare di capire… ora a distanza di tempo vorrei tradurre in realtà questi insegnamenti ma non riesco a trovare la quadra… probabilmente sono io che non ci arrivo che non so leggere tra le righe… ma la domanda che mi arrovella è: se uno dovesse proteggere i risparmi frutto del proprio lavoro che allocazione dovrebbe dargli? …c’è qlc1 qua dentro che ha capito che ha qualche idea sul da farsi o sto cercando nel posto sbagliato? un enorme grazie a chiunque decidesse di darmi un aiuto

trandafil
Scritto il 5 febbraio 2015 at 00:05

peccato però che gli USA continuino a crescere, a creare opportunità per i propri cittadini (strano vero che gli americani non emigrino verso altri paesi..) ed a essere leader indiscussi dell’innovazione tecnologica ecc ecc… in poche parole se la caveranno (hanno anche un privilegio geografico non da poco).

si occupi dell’Europa che ha già un piede nella fossa!

ps: si rende conto di come suona ridicolo spulciare su dati che sono comunque positivi (PIL, consumi, investimenti, immobiliare..) e ignorare la depressione europea ? quanto è brutta l’invidia!

alessandroecristina
Scritto il 5 febbraio 2015 at 01:03

trandafil@finanza,

tu stai messo proprio male…

icebergfinanza
Scritto il 5 febbraio 2015 at 07:07

alessandroecristina@finanza,

Coraggio Ragazzi Trandafil è un ospite è qui in convalescenza, si sta curando. Uno che passa la notte a dowgradare tutti gli articoli uno per uno e perde ore e ore solo per sfogare la sua frustrazione dobbiamo aiutarlo. ;-)

aorlansky60
Scritto il 5 febbraio 2015 at 08:36

…a parte che gli ultimi numeri della “corazzata” americana sono molto al di sotto delle previsioni (ordinativi all’industria, scorte, consumi), a parte che la quarta trimestrale 2014 ha fatto registrare un brusco calo imprevisto di tutte le 5 grandi banche americane, a parte il problemino tecnico legato allo “shale-oil” appena partito di cui vedremo gli effetti più avanti (ma già si contano decine e decine di società legate a quel business che sono saltate negli ultimi 45gg da quando il prezzo del petrolio ha iniziato a scendere O PER MEGLIO DIRE DA QUANDO HANNO DECISO IN TAL SENSO)

dicevo a parte tutto questo, ho letto in uno degli ultimi trhead, qui, che uno dei partecipanti è stato in nord-america recentemente, riportandone un idea e un impressione opposta (non ha usato mezze misure, ha scritto testuale che “gli americani sono incazzati neri” o qualcosa del genere) rispetto a quello che numeri e statistiche economiche degli yankees vorrebbero tentare di far credere per ovvie ragioni : generare ottimismo, fiducia, che sono la spina dorsale dell’economia, oltre quanto gli occhi della pura verità dicono inequivocabilmente da quelle parti, se passi per le strade dei quartieri popolari nelle periferie…

Ieri ho letto una nota secondo la quale perfino la Cina ha dato il via ad una manovra interna per svincolare oltre 100 miliardi di $ -in equivalenti yuan- da ridirigere verso l’economia reale… se perfino loro hanno problemi con la loro crescita al 7% (che però per l’anno appena passato è stata cifre alla mano la più povera degli ultimi 20anni, per loro) non si può credere che il resto del mondo sia messo bene :

articolo testuale :

«La Cina ha annunciato un nuovo ammorbidimento della politica monetaria, leva con cui da alcuni mesi sta cercando di contrastare il rallentamento della crescita economica. La Banca centrale ha deciso di diminuire di 50 punti base il livello dei depositi prudenziali obbligatori cui si devono attenere le banche commerciali, al 19,50 per cento degli impieghi. Una misura che sib tradurrà con un maggior afflusso di liquidità nell’economia. ()

Ma secondo alcuni osservatori la manovra va ben oltre questi obiettivi: a detta di John hardy, direttore della strategia sui cambi valutari per Saxo Bank, finanziaria specializzata sul trading online, si tratta di un chiaro segnale di una imminente svalutazione dello yuan da parte dei cinesi.

I cambi dello yuan si muovono in una banda rigorosamente controllata da Pechino. A partire dallo scorso novembre la valuta cinese ha inziato a perdere terreno e il dollaro è salito fino ad un recente picco oltre quota 6,26 yuan. Nel pomeriggio il dollaro segna una limatura a 6,2463 yuan.

“Il mondo dovrà prepararsi alla battaglia per le conseguenze della svalutazione dello yuan – ha affermato in una nota di analisi -. Si scatenerà una nuova ondata di forze deflazionistiche sul mondo e ulteriore stress in un sistema monetario già traballante”.

Secondo Hardy potrebbe perfino verificarsi una nuova fine del sistema monetario, come quella accaduta nel 1971 con l’abbandono degli accordi di Bretton Woods. “L’Asia e la Cina avranno bisogno di rafforzarsi con un nuovo modello economico post mercantilista, anche se stanno cercando di spostare indietro le lancette dell’orologio con una svalutazione, nel disperato tentativo di tirarsi fuori dall’implosione della bolla del credito”. »

phitio

john_ludd@finanza,

mai detto che la domanda sia calata di chissa’ quanto. Per quanto mi consta, questo brusco calo puo’ esssere impitato anche ad un semplice stallo della domanda, ma piu’ probabilmente e’ dovuto ad un calo contenuto anche sotto al 2%. Appunto perche’ la domanda e’ anelastica, pero’, il primo greggio ad essere scartato dagli acquisti e’ quello ad alto costo. Che poi fattori finanziari e geopolitici amplifichino le oscillazioni di prezzo e’ assolutamente pacifico, dato che proprio gli stumenti finanziari che erano nati per fare da calmieratori del prezzo sono diventati , non appena essi stessi hanno iniziato ad essere venduti come assets, dei moltiplicatori di rischio. QUesto e’ successo ad esempio col prezzo delle granaglie nel 2012, mi sembra, a fronte di oscillazioni minime degli stock.

QUello che volevo puntualizzare e’ che pero’ avremo un calo di domanda che proseguira’ per parecchio tempo a venire, e questo si intersechera’ con cali di offerta dettati dal collasso dell’industria petrolifera ad alto costo, con gli effetti moltiplicatori dei derivati, e con l’influsso della geopolitica. QUindi si, il prezzo del petrolio d’ora in poi subira oscillazioni feroci, e quelle stesse oscillazioni contribuiranno a devastare il sistema, grippando il sistema del credito e la pianificazione dei progetti.
Quello che voglio aggiungere e’ che pero’ il trend assodato per il futuro sara quello di una discesa strutturale concorrente sia della domanda che dell’offerta petrolifera.

Saluti
Phitio

phitio
Scritto il 6 febbraio 2015 at 11:48

icebergfinanza,

Forse il tema dell’energia ti sembra un puntino sulla pagina, ma ti assiuro che tutto quello che c’e’ scritto sulla pagina dipende crucialmente da quel puntino, mentre non e’ vero l’inverso.

Senza offesa

Saluti
Phitio

madmax
Scritto il 8 febbraio 2015 at 00:49

Una copia sinistra di quanto gia’ avvenuto in US !
Vi ricordate una mattina di settembre del 2001 quando qualcosa fece cadere 3 (si ne sono caduti tre) palazzi negli US? Ebbene da quel momento dissero che l’economia crollo proprio per questo motivo…ma a ben guardare tutti gli indicatori economici erano gia’ in picchiata da Marzo e quell’evento fu raccontato come la causa di tutti i crolli economici.
Oggi siamo nella stessa situazione, tutto va bene (sono nelle fiabe) ed e’ per questo che gli US vogliono disperatamente far partire la guerra in Ukraina per avere poi una scusa al crollo del castello di carte che si sono creati…andava tutto bene peccato che la guerra ci abbia fatto tornare indietro.
Non c’e’ giustizia senza equita’ …

dorf001
Scritto il 8 febbraio 2015 at 17:45

madmax,

si hai ragione. e a proposito di ukraina. sai che le grandi vigliacche società americane delle sementi se la stanno comprando tutta, mettereanno OGM dappertutto. e tutto questo con la complicità di tutti i governi -buoni a nulla- europei insime ovvio agli USA. e getta.

I GIGANTI AGRICOLI OCCIDENTALI SI ACCAPARRANO L’UCRAINA

DI FREDERIC MOUSSEAU

atimes.com

Nello stesso momento in cui gli Stati Uniti, il Canada e l’Unione Europea annunciavano una nuova serie di sanzioni contro la Russia nella metà del dicembre dello scorso anno, l’Ucraina riceveva 350 milioni di dollari in aiuti militari da parte degli USA, arrivati subito dopo un pacchetto di aiuti da un miliardo di dollari approvato nel marzo 2014 dal Congresso degli Stati Uniti.

Il maggior coinvolgimento dei governi occidentali nel conflitto in Ucraina è un chiaro segnale della fiducia nel consiglio stabilito dal nuovo governo durante i primi giorni di dicembre.

Questo nuovo governo è più unico che raro nella sua specie, dato che tre dei suoi più importanti ministri sono stranieri a cui è stata accordata la cittadinanza Ucraina solo qualche ora prima di incontrarsi per questo loro appuntamento.

Il titolo di Ministro delle Finanze è andato a Natalie Jaresko, una donna di affari nata ed educata in America, che lavora in Ucraina dalla metà degli anni ’90, sovraintendente di un fondo privato stabilito dal governo US come investimento nel Paese. Jaresko è anche Amministratore Delegato dell’Horizon Capital, un’azienda che amministra e gestisce svariati investimenti nel Paese.

Per strano che possa sembrare, questo appuntamento è in linea con ciò che ha tutta l’aria di essere una acquisizione dell’economia ucraina da parte dell’occidente. In due inchieste – “La Presa di Potere delle Aziende sull’Agricoltura Ucraina” e “Camminando dalla Parte dell’Ovest: La Banca Mondiale ed il Fondo Monetario Internazionale nel Conflitto Ucraino” – l’Oakland Institute ha documentato questa presa di potere, in particolarmente evidente nel settore agricolo. ….

leggi tutto, qui : http://www.comedonchisciotte.org/site/modules.php?name=News&file=article&sid=14614

kry
Scritto il 8 febbraio 2015 at 21:50

madmax,

dorf001@finanza,

Oltre all’Ukraina sotto sotto pare stiano lavorando anche in Armenia. La mia impressione è che stiano giocando al ritornello giro giro tondo casca il mondo tutti giù per terra. Che schifo.

Icebergfinanza presenta: ” Viaggio attraverso la tempesta perfetta “
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