IL GRANDE DILEMMA!

Scritto il alle 21:22 da icebergfinanza

www.nicitaweb.net

Albert Camus, premio Nobel per la letteratura, amava ricordare che l’assurdo nasce dal confronto fra la domanda dell’uomo e l’irragionevole silenzio del mondo.
Lo stesso irragionevole silenzio che ha accompagnato questa crisi, un silenzio a volte assordante, un silenzio irreale sino a quando la domanda o il dilemma dell’uomo ci riporta alla realtà.
L’altro giorno  un lettore mi ha chiesto del perchè del mio pessimismo, il perchè sostengo che questa crisi potrebbe accompagnarci per alcuni anni.

Ci tengo a sottolineare che fondamentalmente io sono una persona che nella vita naviga nell’ottimismo, si nutre di ottimismo, ma oggi non c’è nulla di più saggio che navigare nell’oceano del realismo, comprendere che questa non è una crisi qualsiasi, che questa è la madre di tutte le crisi finanziarie e la sua correlazione ed intensità è direttamente proporzionale alla profondità e durata della recessione in atto.

Questa crisi nasce da una politica economica espansiva e dalla natura stessa di questa politica, ovvero il debito incondizionato, strutturato, esponenziale al servizio di un’economia del consumo, dell’edonismo di un sistema che non ammette pause.

Sul Wall Street Journal Martin Feldstein, Presidente della NBER National Association Economics Research, l’ente preposto alla certificazione delle recessioni, sottolinea come  se si verificasse una recessione, essa potrebbe essere più lunga e dolorosa del passato a causa della sua origine e delle sue caratteristiche OUR_ECONOMIC_DILEMMA

" If a recession does occur, it could last longer and be more painful than the past several downturns because of differences in its origin and character. The recessions that began in 1991 and 2001 lasted only eight months from the start of the downturn until the beginning of the recovery. Even the deeper recession of 1981 lasted only 16 months. "

"A key cause of the present slowdown and potential recession was not a tightening of monetary policy but the bursting of the house-price bubble after six years of exceptionally rapid house-price increases. The Fed therefore will not be able to end the recession as it did previous ones by turning off a tight monetary policy. "

Quindi la causa di questa crisi o possibile recessione non sarebbe la contrazione della politica economica e la FED non sarebbe in grado di disattivare un’eventuale recessione con la politica monetaria espansiva.

Tralasciando il fatto che il presidente della NBER non può istituzionalmente dichiarare una recessione sino a quando tutti i tasselli ufficiali non sono al loro posto, questo significa che la riduzione del tasso non produrrà alcun effetto particolarmente significativo ai fini di evitare una recessione, che vede la sua origine nel cosidetto credit crunch a sua volta originato dal " fallimento " della cosidetta finanza strutturata o forse è meglio dire, fatta in casa senza regole o buon senso.

Cari compagni di viaggio questa volta non l’ho detto io, ma la massima autorità nella certificazione delle recessioni, questa ha l’aria di essere una potenziale grave recessione che ci accompagnerà forse ben oltre i 18 mesi. Leggetevela bene questa sua opinione, un cambiamento di notevole entità.

…….Monetary policy may simply lack traction in the current credit environment.

E pensare che i mercati stanno già scontando tutto, tutto il bene possibile, una recessione superficiale, un rallentamento e non una recessione, gli stimoli fiscali e i tassi che scendono, scendono, scendono aiutando gli utili a salire, salire, salire già da domani.

Nelle ultime minute del FOMC si legge che ….“The availability of credit to consumers and businesses appeared to be tightening, likely adding to restraint on economic growth,” ….disponibilità di credito alle imprese ed ai consumatori in contrazione evidenziata pure dalla MortgageBankersAssociation nel suo bollettino settimanale:

The average contract interest rate for 30-year fixed-rate mortgages increased to 6.09 percent from 5.72 percent, with points decreasing to 1.10 from 1.15 (including the origination fee) for 80 percent loan-to-value (LTV) ratio loans.

The average contract interest rate for 15-year fixed-rate mortgages increased to 5.55 percent from 5.18 percent, with points unchanged at 1.08 (including the origination fee) for 80 percent LTV loans.

The average contract interest rate for one-year ARMs remained unchanged at 5.72 percent, with points increasing to 0.91 from 0.90 (including the origination fee) for 80 percent LTV loans.

Da notare che eravamo al 5,61 % due settimane fà sui trentanni e al 5,09 % sui quindici anni, uno 0,40 % circa in più in due settimane, niente male, affatto male!

I tassi delle banche centrali scendono e il costo del debito sale, la legge della compensazione, la socializzazione delle perdite.

Il FOMC non vede alcun segnale di stabilizzazione nel mercato immobiliare e il settore finanziario resta sotto pressione, ricordando a tutti che alla prima occasione i tassi torneranno a salire il più in fretta possibile, sempre che l’ombra della Grande Deflazione giapponese non contagi ogni attività dopo la deflazione immobiliare.

Deflazione o Stagflazione non vanno d’accordo, ma in questo momento ogni evoluzione è possibile, solo il tempo ci dirà dove il vento soffia.

Nel frattempo la notizia dell’aumento dell’inflazione "core" dal 0,2 % al 0,3 % viene silenziata come una leggera variazione, dimenticando che, anche se si tratta pure di un zerovirgola è  sempre matematicamente un aumento del 50 % e un cambiamento dall’ormai solito 0,2% il più sensibile aumento da un anno e mezzo a questa parte.

Torna a circolare sulle pagine dei quotidiani americani e precisamente sul WSJonline alternativamente alla parola recessione o alla parola deflazione, la ormai tanto temuta STAGFLAZIONE ovvero una combinazione di recessione e persistente inflazione con una crescita annua del 4,3 % ai massimi da 16 anni e del 2,5 % core sospinta da spese per istruzione. cure mediche, abbigliamento.

Permessi di costruzione sotto del 3 % e del 33 % dallo scorso gennaio 2007 e avvio di cantieri che salgono dello 0,8 % ma che sono sotto del 27,9% dal dato revisionato di gennaio 2007 mentre i cantieri terminati salgono del 1,8 % ma che vedono una contrazione del 26,2% dal gennaio dello scorso anno testimoniano questa Grande depressione immobiliare che la fiducia dei costruttori sempre ai minimi storici tramuterà presto in una nuova discesa dei cantieri avviati con conseguente aumento della disoccupazione. Le abitazioni monofamiliari sono scese del 5,2 %.

Gli inventari di abitazioni invendute si avviano ormai al traguardo dei dodici mesi necessari allo smaltimento dell’eccesso di offerta, con la possibilità di un aumento persistente in relazione alla nuova ondata di pignoramenti e foreclosure in arrivo.

Per il resto non cambia nulla, dal mercato del credito le notizie peggiorano sostanzialmente, le svalutazioni continuano, le sorprese finanziarie aumentano come aumentano le notizie di default e le tensioni sui vari indici che testimoniano la situazione reale e non quella che viene immaginata, non quella che alcuni sostengono in via di miglioramento.

Dal fronte dell’occupazione gli INITIAL_CLAIMS dopo lo spike di un paio di settimane fà faticano a scendere e revisionati dai 348.000 della scorsa settimana a 358.000 salgono di 1000 unità, anche se risulta esteticamente migliore comunicare una discesa di 9.000 unità.

In the week ending Feb.16, the advance figure for seasonally adjusted initial claims was 349,000, a decrease of 9,000 from the previous week’s revised figure of 358,000. The 4-week moving average was 360,500, an increase of 10,750 from the previous week’s revised average of 349,750.

Quello che conta infine è quella media a 4 settimane che aumentando di 10.750 unità ci avvicina sempre più ad una soglia di mercato del lavoro recessivo.

Se poi questo non fosse abbastanza ricordatevi le mie parole del precedente post……..oltre ai sussidi di disoccupazione avremo il superindice che probabilmente batterà il quarto colpo alla porta della recessione.

Ed inevitabilmente il quarto colpo puntuale è arrivato e ricordandovi il mio post dal titolo RECESSIONE_o_NON_RECESSIONE_ questo non è un dilemma….datato 21 aprile 2007, vi riporto un particolare non indifferente per chi ama la statistica:

In un precedente post avevo rilevato la possibilità che un indice e precisamente il LEADING INDICATOR potesse predire ed avvisarci in maniera inequivocabile della possibilità di un avvio della recessione americana prossima ventura.

 

Come detto in precedenza il Leading Indicator, indice emesso da Conference Board (http://www.conference-board.org/) e composto dalla media ponderata di dieci indicatori sullo stato di salute dell’economia americana.

 

I sottoindicatori principali fanno principalmente riferimento ai nuovi ordini manifatturieri, alla quotazione dello S&P 500 l’indice di borsa più rappresentativo in America, la media delle richieste settimanali di disoccupazione, l’indice NAPM manifatturiero e non, la spesa dei consumatori, le autorizzazione di nuove costruzioni, l’offerta di moneta M2 e lo spread tra i titoli del Governo decennali e il tasso di finanziamento delle banche. L’indice viene di regola comunicato verso metà mese ed è relativo alla situazione di due mesi prima.

 

Forse ed a torto, per questo motivo è un dato sottovalutato dai mercati finanziari in quanto considerato in ritardo e conosciuto in anticipo in quanto le varie componenti vengono regolarmente comunicate in anticipo.

 

La mia sorpresa riguardava  il fatto che il dato comunicato dal Conference Board ha predetto inequivocabilmente tutte le precedenti recessioni che si sono verificate nella storia economica americana dal 1950. Un dato negativo per tre mesi consecutivi sancisce la recessione in atto!

 

Devo ammettere che la velocità di esecuzione di questa recessione è sorprendente quasi un collasso nel trimestre evidenziato dall’ennesimo indice ovvero quel PHILADELPIA FED INDEX che rivela l’attività manifatturiera della seconda area del paese sceso a meno 24 dai precedenti meno 20,9 atteso a meno 10.

 

Lo abbiamo ricordato in un precedente post, ma oggi più che mai si stanno smontando i prodotti strutturati, i CDO e CLO, si stanno smontando in quanto nei loro regolamenti è iscritta la possibilità di richiederne il rimborso anticipato ogni qualvolta un numero prestabilito di bond si avvicina al rischio default! I regolamenti di questi prodotti sono un pò come il labirinto di Minosse, un luogo dove ben pochi sono in grado di ritrovare la strada e dove nessun filo di Arianna è in grado di aiutare a ritrovare l’origine stessa di questi prodotti. La combinazione di prodotti elevati al rendimento esponenziale venivano assicurati tramite un oceano di credit default swap che come abbiamo visto si avvicinano alla ragguardevole cifra di 45.000 miliardi di dollari.

Un_nuovo_dilemma evidenziato giornalmente dagli indici ITRAXX europeo e CDX americano che nel caso del ITRAXX crossover che testimonia la spazzatura mondiale che ha raggiunto il suo record storico. CorporateBondRiskSoars.

Ed ora veniamo alla nuova frontiera, la frontiera dei Private Equity progressivamente travolti dalla loro stessa follia, colossi che potenzialmente sono in grado di destabilizzare il sistema, colossi che rinviano pagamenti e richiedono la ristrutturazione del loro debito, colossi che rinunciano alle acquisizioni in cantiere ed in corso, colossi il cui rating subiscono un progressivo ridimensionamento, ulteriori iceberg di enorme dimensione che galleggiano nell’oceano finanziario. MeetSeven_Private_Equity_Buyout_Victims.  Ogni giorno che passa si aggiunge un tassello dietro l’altro a questa crisi di fiducia, una crisi di solvibilità che la recessione in corso amplificherà nel tempo.

Nel precedente post abbiamo parlato di correlazione sistemica per descrivere l’incredibile correlazione che testimonia gli innumerevoli " cigni neri " che appaiono giornalmente nei vari settori del credito, della finanza strutturata e puntualmente arriva dal FinancialTimes un bel articolo da Gillian Tett e Aline Van Duyn che cerca di esplorare i danni potenziali di un  " MONOLINE MELTDOWN "

Il concetto è semplice, la finanza strutturata di questa epoca è talmente correlata che il fallimento di un mercato importante come quello delle Monolines può avere conseguenze sistemiche. Interconnessione ed interdipendenza creano i presupposti per un’esplosione del rischio con la conseguenza di aumentare le probabilità di un default a catena originato dalla finanza e consolidato dall’economia attraverso una recessione.

E’ il fallimento della leggenda dell’assenza di un contagio, un’economia forte, un sistema finanziario efficiente e solido immuni dal contagio, il trionfo della superficialità!

L’assicurazione contro i default, la garanzia del " municipal bond market " una normale attività assicurativa ammaliata dalla finanza strutturata  e disintegrata dalla sua stessa sicurezza, la sicurezza in un ambiente reso irreale dalla facilità di accesso al credito.

34 miliardi di dollari di perdite potenziali nel caso nel caso di richieste di rimborsi, inoltre Moody’s stima svalutazioni da parte delle principali 20 banche nell’ordine di 7 / 30 miliardi di dollari.

Come abbiamo già visto la crisi delle Monolines automaticamente si riversa sul mercato del credito relativo ai bond emessi dai settori pubblici, comuni, ospedali, scuole, università, musei ed altro ancora.

Vi confesso che fà veramente piacere aver anticipato di alcuni giorni il post del FinancialTimes in CORRELAZIONE SISTEMICA AUction Rate Note Market e pure un articolo sul SOLE 24 ORE apparso ieri, la rotta è quella giusta, dopo l’anteprima dei CONDUITS&SIV e del FAS159 ovvero quell’artificio contabile che ci ha fatto conoscere il famigerato terzo livello dove sono stivati i prodotti strutturati temporanemente autocertificati, l’avventura continua.

Lo stress su 330 miliardi di ARS ovvero auction rate securities market un sottosettore dei municipal bond assicurato dalle monolines è una sorpresa che il mercato non si aspettava.

Il regolamento delle Monolines sarà riformato per focalizzare i rating piuttosto che la solvibilità un settore nel quale le valutazioni sono importanti quanto la solvibilità. Nel breve termine, tuttavia, il problema più immediato per i responsabili politici è come evitare che la reazione a catena all’interno del settore finanziario si estenda alle altre attività.

L’ipotesi di divisione dei due rami di attività delle Monolines prende sempre più consistenza con il passare del tempo, in prospettiva elettorale per dare un segnale a protezione dei bond municipali e degli investitori che hanno acquistato bond a tripla A e lasciare al proprio destino la finanza strutturata con una possibile nuova pioggia di writedown. Nell’articolo si fà riferimento inoltre alla salute precaria del mercato dei credit default swap con un’occhio alla solvibilità degli hedge funds 

 Or, as Malcolm Knight, head of the Bank for International Settlements, recently observed: “The longer this [uncertainty] goes on, the greater the risk that this will create a negative feedback loop [with the real economy].” Economists and investors, in other words, now have every reason to watch closely to see what happens next….with all the other corners of the US economy whose fate is now entwined with that of the monolines. 

Un dilemma, un grande dilemma !

Una sola precisazione, per chi non se ne fosse accorto questo blog si chiama ICEBERGfinanza, in questo blog si cerca di evidenziare con una visione soggettiva ma il più possibile " ancorata " alla realtà, tutti i pericoli e gli squlibri di questo ciclo economico, ma non per questo non possono esserci situazioni o notizie positive all’interno di questa crisi! Prima o poi arriveranno, ma per il momento non vedo all’orizzonte alcuna novità, che non sia la solita politica monetaria o i tanto acclamati rimborsi fiscali che come avete già letto in passato lasciano il tempo che trovano.

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14 commenti Commenta
utente anonimo
Scritto il 21 febbraio 2008 at 23:41

ho letto un articolo finanziario che profetizzava un dollaro a 2€ … mi sembra assurdo…xò lo pensavo anche quando parlavano di 1,50 e oggi quasi ci siamo !!!
che ne pensi?

utente anonimo
Scritto il 21 febbraio 2008 at 23:44

ciao andrea… il mio portafoglio segna meno 40%…. speravo di limitare le perdite prima del crollo, ora xò a forza di leggerti inizio a pensare di uscire subito….help ?

Scritto il 22 febbraio 2008 at 07:23

Carissimo anonimo, preferisco un passo alla volta, preferisco la realtà ed al momento quota 2 assomiglia alla fantascienza!

Per quanto riguarda la tua perdita, lo ripeto spesso nopn è possibile dare consigli in due righe in modo particolare a chi a perso il 40 % del proprio portafoglio, come, da quando, con quali titoli!

Il rispetto nasce anche da questo, non voler dare consigli sulla base di cosa!

Mi dispiace, ma anche questo è rispetto!

Ciao Andrea

Scritto il 22 febbraio 2008 at 09:14

olà
questo commento lo avevo fatto x ASPETTANDO GODOT su un post precedende , ma mi sembra interessante riproporlo:

questa del LEAP/E2020 sinceramente mi sembra un tantino catastrofica,
si basa su opinioni e sentimenti,

mentre il nostro capitano fa analisi basilari supportate da grafici ,dati,numeri,conti,statistiche,che non sono confutabili
lavoro enorme e realistico per restare nell’ambito dell’ obbiettività,
per non cadere nell’esatto contrario ; il CATASTROFISMO

utente anonimo
Scritto il 22 febbraio 2008 at 09:34

secondo me il rapporto LEAP/E2020 è sostanzialmente allineato invece con ciò che si dice qua ma è vero esistono due scuole di pensiero: chi pensa che dopo la crisi nulla sarà più come prima e chi invece pensa che quando cominceranno a rivedersi le buone notizie il sistema più o meno rimarrà questo (la crisi del 29 la inserisco in quest’ultimo tipo). Io credo che se il “sistema” reggerà sarà solo una cattiva notizia per tutti perchè questo sistema è responsabile (direttamente e/o indirettamente) della situazione geopolitica mondiale attuale in termini di conflitti militari/sociali e di sfruttamento della gran parte dei popoli della terra. Quindi ogni buona notizia che permetta al sistema di reggere per me è una cattiva notizia. Preciso che riforme di tipo roosveltiano , per intenderci, avrebbero lo scopo di far sopravvivere il sistema riducendone è vero la sua dannosità per di fatto impedendo un cambio di paradigma desiderabile da molti.
Il dollaro a 2 euro non è una pazzia in una crisi sistemica che porti ad un cambio di paradigma, nell’altro caso forse si.
Io spero (vorrei crederlo, ma per ora lo spero solo) che il dollaro a 2 euro non sia una pazzia ma anzi si è benevoli a pensarlo fra due anni a 2 euro. Il dollaro rischia l’estinizione

utente anonimo
Scritto il 22 febbraio 2008 at 11:31

relativamente al posto precedente trovo interessante il seguente articolo…

2008: La fine della globalizzazione neoliberale

A partire dai primi anni ’80 l’ideologia della globalizzazione neoliberale è andata alla grande. In realtà non era un’idea nuova nella storia del sistema-mondo moderno, anche se diceva di esserlo. Piuttosto era la vecchissima idea che i governi del mondo non dovrebbero ostacolare le grosse imprese efficienti nei loro sforzi per prevalere sul mercato mondiale. La prima implicazione politica era che i governi, tutti i governi, avrebbero dovuto permettere a queste aziende di attraversare liberamente tutte le frontiere con le loro merci e il loro capitale. La seconda implicazione politica era che i governi, tutti i governi, avrebbero dovuto rinunciare a qualsiasi ruolo come proprietari essi stessi di tali imprese produttive, privatizzando tutto ciò che possedevano. E la terza implicazione politica era che i governi, tutti i governi, avrebbero dovuto minimizzare, se non eliminare, qualsiasi tipo di trasferimenti sociali alle loro popolazioni. Questa vecchia idea era sempre stata ciclicamente in voga.

Negli anni ’80 queste idee furono proposte come contraltare alle altrettanto vecchie visioni keynesiana e/o socialista che avevano prevalso nella maggior parte dei paesi del mondo: che le economie avrebbero dovuto essere miste (stato più imprese private); che i governi avrebbero dovuto proteggere i loro cittadini dalle depredazioni di aziende quasi monopolistiche di proprietà straniera; e che i governi avrebbero dovuto cercare di parificare le opportunità trasferendo ai residenti meno agiati benefit (specialmente per l’educazione, la sanità e la garanzia vitalizia dei livelli di reddito), che naturalmente richiedevano la tassazione dei residenti più agiati e delle aziende private.

Il programma della globalizzazione neoliberale approfittò della stagnazione mondiale dei profitti, iniziata dopo un lungo periodo di espansione globale senza precedenti nel periodo successivo al 1945 e fino all’inizio degli anni ’70 che aveva incoraggiato la dominazione politica delle idee keynesiane e/o socialiste. La stagnazione dei profitti creò problemi nella bilancia dei pagamenti per un grandissimo numero di governi, specialmente nel sud del mondo e nel blocco delle nazioni cosiddette socialiste. La controffensiva neoliberale fu guidata dai governi di destra degli Stati Uniti e della Gran Bretagna (Reagan e Thatcher) oltre che dalle due principali agenzie finanziarie intergovernative – il Fondo monetario internazionale e la Banca mondiale, che e crearono e imposero congiuntamente quello che finì per essere chiamato il Washington Consensus. Lo slogan di questa politica congiunta globale fu coniato dalla Thatcher: TINA, or There is No Alternative [in italiano “Non esiste alternativa”]. Lo slogan intendeva comunicare a tutti i governi che dovevano mettersi in riga con queste raccomandazioni, oppure sarebbero stati puniti da una crescita lenta e dal rifiuto dell’assistenza internazionale in qualsiasi difficoltà potessero dover fronteggiare.

Il Washington Consensus prometteva una rinnovata crescita economica per tutti e una via d’uscita dalla stagnazione globale dei profitti. Politicamente i sostenitori della globalizzazione neoliberale ebbero un grande successo. Un governo dopo l’altro – nel sud del mondo, nel blocco socialista, e nei forti paesi occidentali – privatizzarono le industrie, aprirono le loro frontiere al commercio e alle transazioni finanziarie, e tagliarono lo stato sociale. Le idee socialiste, e perfino quelle keynesiane, vennero ampiamente screditate nell’opinione pubblica e abbandonate dalle élite politiche. La conseguenza visibile più sensazionale fu la caduta dei regimi comunisti nell’Europa centro-orientale e nell’ex Unione Sovietica, oltre all’adozione di una politica favorevole al mercato dalla Cina ancora nominalmente socialista.

L’unico problema di questo grande successo politico fu che non venne accompagnato dal successo economico. La stagnazione dei profitti nelle imprese industriali a livello mondiale continuò. L’aumento dei mercati azionari ovunque fu basata non su profitti produttivi ma in larga misura su manipolazioni finanziarie speculative. La distribuzione del reddito a livello mondiale e nei singoli paesi divenne molto squilibrata – un massiccio incremento del reddito nel 10% al vertice e particolarmente nell’1% al vertice della popolazione mondiale, ma una diminuzione del reddito reale di buona parte degli altri.

La disillusione verso le gesta di un “mercato” senza vincoli iniziò verso la metà degli anni ‘90. Lo si poteva vedere in molti sviluppi: il ritorno al potere in molti paesi di governi più favorevoli a politiche sociali; il ritorno di appelli a politiche pubbliche protezionistiche, specialmente da parte di movimenti sindacali e organizzazioni di lavoratori rurali; la crescita mondiale di un movimento di altermondializzazione il cui slogan era “un altro mondo è possibile”.

Questa reazione politica si è sviluppata lentamente ma con costanza. Nel frattempo i sostenitori della globalizzazione neoliberale non solo persistevano ma aumentavano la loro pressione con il regime di George W. Bush. Il governo Bush ha spinto simultaneamente per una distribuzione del reddito più distorta (mediante grandissime riduzioni delle imposte per i molto agiati) e per una politica estera di militarismo machista unilaterale (l’invasione irachena). Ha finanziato tutto ciò con una fantastica espansione dei prestiti (indebitamento) attraverso la vendita di buoni del tesoro USA ai controllori delle fonti di energia mondiali e degli impianti di produzione a basso costo.

Sulla carta andava bene, se tutto quello che si leggeva erano le cifre dei mercati azionari. Ma era una super-bolla creditizia destinata a esplodere, e ora sta esplodendo. L’invasione dell’Iraq (più l’Afghanistan più il Pakistan) si sta rivelando un grande fiasco militare e politico. La solidità economica degli Stati Uniti è stata screditata, causando un crollo radicale del dollaro. E i mercati azionari mondiali stanno tremando di fronte allo scoppio della bolla.

E allora quali sono le conclusioni che governi e popolazioni stanno traendo? Sembrano essercene quattro prevedibili. La prima è la fine del ruolo del dollaro USA come valuta di riserva del mondo, il che rende impossibile la continuazione della politica di superindebitamento sia del governo degli Stati Uniti che dei suoi consumatori. La seconda è il ritorno a un alto livello di protezionismo, sia nel Nord che nel Sud del mondo. La terza è il ritorno dell’acquisizione da parte dello stato di imprese in fallimento e l’applicazione di misure keynesiane. L’ultima è il ritorno di ulteriori politiche sociali redistributive.

Il pendolo politico sta tornando indietro. Fra dieci anni si scriverà della globalizzazione neoliberale come di un’oscillazione ciclica nella storia dell’economia-mondo capitalistica. La vera questione non è se questa fase è finita ma se l’oscillazione di ritorno riuscirà, come in passato, a ripristinare uno stato di equilibrio relativo nel sistema-mondo. O sono stati fatti troppi danni? E siamo destinati a ulteriore caos violento nell’economia-mondo e quindi nel sistema-mondo nel suo complesso?

Immanuel Wallerstein

utente anonimo
Scritto il 22 febbraio 2008 at 14:53

da dove viene quest’ultimo articolo?

grazie

utente anonimo
Scritto il 22 febbraio 2008 at 15:01

http://fbc.binghamton.edu/cmpg.htm

utente anonimo
Scritto il 22 febbraio 2008 at 15:09

Io non credo che il problema sia stato il liberismo sfrenato (in Italia non si è mai visto) ma esattamente il contrario.
Conquiste sociali per molti aspetti auspicabili , avvenute nei Paesi Occidentali (Posto di lavoro stabile, orari di lavoro più brevi, sistema pensionistico, Sanità nazionale, ecc.) ottenute attraverso l’aumento della spesa pubblica, del prelievo fiscale ed infine dell‘indebitamento personale, hanno permesso ad altre Nazioni non sottoposte a tali vincoli di operare come players vincenti nella sfida globale.
Le grandi multinazionali delocalizzando, pronte a sfruttare queste nuove opportunità non hanno fatto altro che accelerare il fenomeno.
Fino a quando non si creeranno le condizioni affinché tutti i paesi mondiali operino sullo stesso piano con tutele simili per i lavoratori i cittadini e l’ambiente, non si potrà che assistere all’inesorabile impoverimento delle Nazioni più socialmente avanzate a vantaggio delle più povere .

Le possibili soluzioni :

attendere un tempo ,che potrebbe essere anche molto lungo , per permettere a tutti di raggiungere gli stessi standard .

Rimangiarci buona parte delle conquiste sociali ,cosa che sta già in porte avvenendo (oggi leggevo di laureati che lavorano nei call center a 500 euro al mese e senza nessuna tutela)

Istituire un Autorità a livello mondiale che cerchi di diminuire livellandoli verso l’alto gli attuali squilibri.

Il liberismo funziona anche troppo bene .guardate la crescita degli ex paesi emergenti .
Il punto è che le regole devono valere per tutti.

Mas

utente anonimo
Scritto il 22 febbraio 2008 at 16:15

la prossima settimana aspettiamo un bel crack, c’e’ odore di fumo.
attenzione, molta attenzione un hedgeiceberg…………..

utente anonimo
Scritto il 22 febbraio 2008 at 16:36

Un sistema complessificato come la finanza mondiale, è intrinsecamente anche un sistema estremamente fragile.
Esiste una connessione diretta tra l’abilità di un sistema di riallocare risorse in maniera efficiente e la sua fragilità, e questo legame è dato dalla latenza del sistema, dalla sua mancanza di ridondanza (sempre vista male perchè costosa) e dall’allentamento delle regole di prudenza (sempre perchè viste come perdita di tempo e di denaro).
TUtto questo perchè l’essere umano tende a focalizzarsi sui ritorni immediati e tattici, piuttosto che su quelli di lungo periodo e strategici.
Un altro fattore è dato dal constraint fisico. L’overload di sistema, quello che fatalmente lo irrigidisce, e fa in modo che un cedimento localizzato si allarghi catastroficamente a tutto il sistema, è dato dall’incapacità di accettare che esista un tasso limite all’estrazione di ricchezza reale, che e’ dato in definitiva dall’estrazione e trasformazione mediante lavoro delle ricchezze natuali del pianeta.

Quindi, il collasso è inevitabile, dato che non esiste un limite superiore al tasso di creazione di ricchezza del nostro sistema economico. Sperato il tasso fisiologico, naturalmente la ricchezza creata al di sopra di questo livello è puramente fittizia e destinata ad esistere per un breve momento prima di implodere.

In buona sostanza, l’economia non puo’ mai crescere al di sopra di un tesso limite che è dato dalla nostra capacità estrattiva e di trasformazione, che a sua volta dipende dalle nostre competenze tecniche e dall’energia a disposizione.

Se stamo davvero attraversando una fase di tetto energetico (peak energy), allora in assenza di rivoluzioni tecnologiche e/o energetiche non vedremo mai più un ritorno degli ultimi anni di crescita.
Questo non vuol dire necessariamente il disastro, solo che stiamo per lasciarci la follia turbocapitalista alle spalle, come una colossale sbornia da cui ci sveglieremo con un orrendo mal di testa.

Saluti
Phitio

Scritto il 22 febbraio 2008 at 20:49

E’ un piacere vedere questa vitalità a bordo del nostro veliero, vorrei sentire sempre più le vostre ” voci ” su qualsiasi argomento, non ha importanza se non si parla di finanza o economia, vorrei sentire vicini anche i vecchi lupi di mare di vecchio pelo, quelli che hanno accompagnato il battesimo di questo blog, lo hanno visto muovere i primi passi, vorrei poter essere più presente ma il tempo è pirata, bisognerebbe poter circumnavigare due volte le 24 ore, spesso faccio fatica a stare sveglio.

Caro Bill stò ancora aspettando la soluzione al tuo quesito di due domeniche fà, sei passato sotto costa e non hai fatto un salto……!

La prossima settimana vedrà un evolversi della situazione in senso negativo, tecnicamente molti indici stanno completando un triangolo di distribuzione, come una molla pronta a scattare e noi sappiamo in quale direzione!

Massima compressione, movimento importante in arrivo!

Ciao Andrea!

utente anonimo
Scritto il 22 febbraio 2008 at 21:23

Gli indici saranno anche scesi, e c’è senz’altro chi si lecca le ferite, ma se si guarda bene si vede che dall’ultimo “bottom” nel 2003 (Quando il DJ era a … 8000) quando zio Alan ha fatto ubriacare tutti col suo distillato all’1% coi risultati che vediamo, l’indice mostra ancora un guadagno del 50% e se non sbaglio il MIB pure. Se il punto di equilibrio fosse quello del 2003, considerato che in futuro sarà più difficile per tutti fare utili, il punto di svolta sarebbe mooolto più in basso di oggi.
1. Il progressivo deprezzamento del dollaro a me pare strutturale, anche perché non vedo il motivo per cui gli investitori dovrebbero tenere dollari che rendono il 3% invece di Euro al 4.25
2.L’America avrà problemi a ricominciare a consumare a rotta di collo visto che è piena di debiti e sta affogando in IRAQ
3. La Cina sta alzando i tassi per frenare l’inflazione e il Renminbi preme verso l’alto.
4. I Russi minacciano ritorsioni per il Kosovo
Dove pensate ci porterà il movimento? Quali paesi avvantaggerà?
Guido

utente anonimo
Scritto il 23 febbraio 2008 at 11:09

Un piccolo commento al riguardo guardate su questo link la pericolosa tendenza a sottrarre denaro dal fondo pensione…in questo modo si crea un’ altra generazione di diseredati domani !!!
Saluti
Massimo

http://biz.yahoo.com/ap/080219/borrowing_against_retirement.html?.v=2&.pf=retirement

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