CHINA: IL GRANDE BLUFF DI TRUMP A WALL STREET.

Scritto il alle 08:45 da icebergfinanza

Dei pessimi dati macroeconomici usciti venerdì in America è inutile che vi parlo, fare analisi macro non serve più a nulla in un mercato drogato dalla liquidità e dalle illusioni delle banche centrali, l’ultimo grande bluff di Trump messo sul tavolo venerdì è semplicemente ridicolo, non servirà a nulla…

NEW YORK – Nella guerra sovente guerreggiata e a volte patteggiata con la Cina, l’amministrazione Trump adesso attacca su un nuovo fronte. È pronta a trasferire il conflitto commerciale direttamente sui parterre di Wall Street. E per combatterlo a mobilitare l’equivalente di un arsenale atomico nella finanza. Vuole prendere di mira tutti i flussi di investimenti verso Pechino, un obiettivo finora solo accarezzato. E con assalti davvero draconiani: in discussione é un delisting d’autorità di grandi società di Pechino oggi quotate sulle piazze americane e l’imposizione di barriere a ulteriori progetti cinesi di attingere ai mercati dei capitali per eccellenza, quelli a stelle e strisce.

Limiti agli investitori istituzionali
Altre misure considerate sarebbero rivolte a circoscrivere la possibilità di fondi pensione e investitori istituzionali americani di scommettere su aziende cinesi, limitando la loro presenza in indici azionari a gestione statunitense compresi quelli globali targati MSCI.

Semplicemente ridicolo!

a) Ennesima minaccia che non cambierà nulla, la Cina non si farà intimorire. Levatevi dalla testa alcune fesserie che già vedo scrivere da analisti e commentatori ignoranti, la Cina non potrà in alcun modo vendicarsi sui titoli di Stato americani, di cui ha bisogno come l’aria.

b) Si tratterebbe di un boomerang terrificante per il settore tecnologico americano. I portafogli dei fondi pensione americi e assicurativi sono imbottiti di titoli cinesi, evitiamo di progettare autentiche fesserie.

c) Messaggio diretto a ingenui e fessi, la guerra commerciale con la Cina continua, non ci sarà alcun accordo ne a ottobre ne mai, questo è l’ennesimo inutile bluff.

Quello che invece non è un bluff è il seguente, giusto per coloro che stanno dimenticando come ottobre sarà il mese del conflitto o accordo con l’Europa…

Washington potrebbe imporre presto tariffe sui prodotti europei per circa 7 miliardi di euro colpendo aerei e parti di aerei prodotte in Europa ma anche altri settori, in primis l’agroalimentare. È quanto scrive l’Ansa citando fonti di Bruxelles, dove è attesa per la settimana prossima la pubblicazione del documento del Wto che stabilisce l’entità delle compensazioni che gli Usa possono chiedere all’Ue per gli aiuti a Airbus giudicati illegali dalla stessa organizzazione mondiale per il commercio.

Si certo troveranno un accordo anche qui, intanto l’indice manifatturiero tedesco collassa anche senza alcun dazi contro l’Europa.

Queste qui sotto sono chiaramente dinamiche che non interessano quasi a nessuno, io cinicamente mi diverto ad osservare come la storia si stia prendendo gioco degli uomini…

Sul mercato cresce un certo senso di déjà-vu. Negli Stati Uniti ha raggiunto dimensioni enormi, pari a 1.400 miliardi di dollari, un mercato che assomiglia tanto a quello dei vecchi mutui subprime dai quali partì la crisi del 2008. Si tratta del mercato dei leveraged loans, cioè dei prestiti “a leva” erogati a società già super-indebitate e poi negoziati sul mercato quasi come bond. Il senso di inquietudine nasce perché sono prestiti molto rischiosi, come i mutui subprime di allora. Perché il loro mercato ha dimensioni simili a quelle raggiunte dai mutui nel 2007. E perché anche questi vengono cartolarizzati in grandi quantità e “impacchettati” in veicoli che assomigliano tanto ai Cdo di allora. In questo caso si chiamano Clo (collaterlized loan obligations), ma la sostanza è molto simile.

Ricordate la grande scommessa, Michael Burry, bene il tempo giusto sta per arrivare, nel frattempo ci accontentiamo di performance spettacolari sui Tbond americani, come gli amici di Machiavelli sanno, siamo solo all’inizio.

Concludo infine con un semplice riferimento a quello che vi stiamo suggerendo da mesi e mesi, state lontani dai fondi di investimento se non sapete sceglierli, se il Vostro consulente non sa cosa c’è dentro questi fondi, tanti auguri, davvero!

«Se sembra un’anatra, nuota come un’anatra e starnazza come un’anatra, allora probabilmente è un’anatra» sentenzia uno dei più popolari ragionamenti induttivi coniato a suo tempo dal poeta statunitense James Whitcomb Riley e rispolverato più volte ai tempi della guerra fredda. Provate a ribaltare il ragionamento noto come “duck test”, il test dell’anatra appunto, e scoprirete probabilmente l’inganno della stragrande maggioranza dei fondi obbligazionari americani che non si comportano come indicato dal nome della categoria in cui sono classificati, e quindi altrettanto probabilmente non lo sono, pur finendo regolarmente nei portafogli di investitori che credono lo siano.

Solo il 12% dei prodotti obbligazionari Usa resiste al «test di fedeltà»
Il test che a posteriori mostra come molti dei prodotti più popolari fra i risparmiatori siano di fatto «adulterati» lo ha condotto direttamente Morningstar, una delle principali società che classifica e fornisce giudizi su strumenti di investimento a livello globale, basandosi appunto sulle sue categorie e sui risultati ottenuti negli ultimi 36 mesi dai fondi che ne fanno parte. Fra gli strumenti classificati come «Intermediate Term Bond» – cioè una categoria che investe, o almeno dovrebbe farlo, in obbligazioni Usa a medio termine (principalmente titoli di Stato) con giudizio elevato (nessun junk bond e non oltre il 10% di «Triple B»), che contiene oltre 300 prodotti e che vale 1.400 miliardi di dollari – soltanto il 12% a conti fatti si è comportato come tale.

Godetevi gli ultimi giorni di quiete prima della tempesta.

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3 commenti Commenta
idleproc
Scritto il 1 ottobre 2019 at 19:26

Per chi ha seguito la vicenda il problema della Boeing che è un’industria strategica per loro, non è ingegneristico o di mercato è sistemico non solo a casa loro: sono diventati una finanziaria che gestisce un marchio con le ovvie e degenerative conseguenze anche ingeneristiche, sul prodotto, sulle strategie, sul lavoro domestico e sulla filiera.
Dovrebbero nazionalizzarseli e sarebbe un buon inizio per cominciare a mettersi nell’ordine di idee di semipianificarsi l’economia invertendo la tendenza alla finanziarizzazione parassitaria. Se ci provano e dovessero fare sul serio, dovrebbero essere i migliori sulla piazza, non solo volante.

stanziale
Scritto il 2 ottobre 2019 at 08:21

idleproc@finanza,
Mmhh , niente da fare, gli americani sono liberisti fino al midollo…comandano le multinazionali, tra cui spregevoli (per me) personaggi come quello di amazon e facebook. Certo che, e’ del tutto evidente, funziona meglio un sistema ben pianificato dove lo stato ha il controllo delle societa’ essenziali ed importanti e non se le fa toglliere per un piatto di lenticchie come abbiamo fatto noi in italia. L’urss era troppo pianificato e non c’era il privato, la Cina odierna ed anche la germania di Hitler funziona(va)no mi pare bene come compromesso, sto’ riferendomi solamente alla pianificazione economica, ovviamente, con moneta sovrana ecc. Ma forse solo una grande crisi economica mondiale (che arrivera’…) portera’ ad accantonare il liberismo selvaggio, allo stesso tempo mantenendo la democrazia.

idleproc
Scritto il 2 ottobre 2019 at 11:52

stanziale@finanza,

Sono anche molto pragmatici se la realtà lo richiede, concordo con il tuo punto di vista dinamico-contraddittorio “aperto”.
Ciò che è difficile cogliere è che alcune dinamiche contraddittorie sono irrisolvibili e restano aperte e in movimento, l’ipotesi che ritengo più probabile è: “Ma forse solo una grande crisi economica mondiale (che arrivera’…) portera’ ad accantonare il liberismo selvaggio, allo stesso tempo mantenendo la democrazia.” anche se il “mantenendo la democrazia” non è così scontato, infatti è la strada che si sta percorrendo e sperano di percorrere ora in europa con l’iperliberismo individualizzante conflittuale anche artificialmente indotto in basso, la distruzione della protezione sociale, la demolizione delle rappresentanze reali e il controllo ed esproprio oligopolistico finanziarizzato in alto.
Ciò porterà allo scontro sociale vero e non saranno sufficenti per controllarlo tecnologie e strumenti che in previsione hanno già messo in atto e stanno mettendo in atto.
Alla fine sarebbe solo una questione di buon senso del quale sono storicamente prive le “élite” decadenti che regolarmente si dimenticano che non solo da una parte non si fanno prigionieri quando la polarizzazione raggiunge il limite oggettivo.

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