TELECOM INAUGURA OUTLET ITALIA!

Scritto il alle 08:48 da icebergfinanza

 

In attesa che un nuovo Britannia attracchi dalle parti dell’isola del Giglio per portarsi via il relitto Italia, andiamo a dare un’occhiata alle ultime svendite di una nuova stagione che si preannuncia decisamente outlet! 

I gioielli di Stato vanno in vetrina Ma nella vendita Ansaldo c’è il trucco ROMA, 23 settembre 2013 – TEMPI lunghi: i primi risultati sono attesi nel 2014. E introiti bassi: non ci si aspetta più di 7,5 miliardi all’anno. Il premier Enrico Letta illustrerà il suo piano di dismissioni in un road show che lo porterà prima a New York e poi nei paesi del Golfo. Al di là del clamore mediatico, però, vendite e privatizzazioni stentano da anni a decollare. E anche questa volta le mosse iniziali dell’esecutivo non fanno immaginare un esito differente. La prima privatizzazione all’italiana sta prendendo forma proprio in queste ore, come ha spiegato il viceministro dell’Economia Stefano Fassina. E riguarda le tre controllate di Finmeccanica: Ansaldo energia, Ansaldo Breda e Ansaldo trasporti. «Noi vogliamo una soluzione che, attraverso la Cassa depositi e prestiti, consenta alle tre Ansaldo unite di poter rimanere nel controllo italiano». Cdp, allora, farà un’offerta per subentrare nel controllo delle tre società e proteggerle dagli assalti degli acquirenti del Nord Europa. MA IL COINVOLGIMENTO della società presieduta da Franco Bassanini non finisce qui. Il Governo, infatti, sta immaginando un suo ruolo anche nella dismissione del mattone di Stato. L’Agenzia del Demanio ha già individuato da mesi una lista di 350 immobili pubblici dal valore di circa un miliardo. Questo pacchetto sarebbe dovuto finire nella pancia di Invimit, la sgr lanciata dal Governo Monti per sovrintendere alla vendita del patrimonio pubblico ma ancora in attesa dell’autorizzazione di Bankitalia. A causa dei rallentamenti, allora, potrebbe subentrarle Cdp. In ballo ci sono anche 1.600 cespiti della Difesa e la valorizzazione delle concessioni balneari, che ogni anno garantiscono ‘solo’ 130 milioni. I numeri di questa operazione, che assomiglia molto a una partita di giro, sono tutti da verificare. Di certo c’è che i tempi saranno lunghi: difficile avere qualche risultato nel 2013. Significativo, poi, che nel Def l’ammontare dei possibili introiti sia stato dimezzato rispetto alle previsioni: 7,5 miliardi all’anno invece di 15. Una cifra che, comunque, pare piuttosto alta se paragonata ai risultati raggiunti finora. L’opera di dismissione degli immobili, ad esempio, è da mesi ferma al palo. C’è, poi, il capitolo legato alle privatizzazioni. Secondo le scadenze di Destinazione Italia, entro ottobre verrà dettagliato un piano che potrà agire su due fronti. Esiste un primo pacchetto di partecipazioni che il ministero dell’Economia detiene in alcune società quotate: Eni, Enel, Finmeccanica e di Stm. A queste si aggiungono una pletora di non quotate come Invitalia, Ferrovie dello Stato, Poste, Rai, Sogin. Il loro valore sarebbe di almeno 100 miliardi.

Non starò qui a farvi l’elenco delle svendite degli ultimi anni, ce ne sarebbero da elencare una tale mole da restare allibiti dietro il disegno di smantellamento del tessuto produttivo nazionale ma non solo in attesa che Letta ritorni dall’America dove è andato a suggerire le leggendarie IDE tanto necessarie al nostro Paese (sic!)

Dopo aver assistito in questi anni allo smantellamento totale della più prestigiosa e patrimonializzata azienda italiana in Europa, la leggendaria SIP ad opera di altrettanti leggendari capitani coraggiosi fuoriclasse nel maneggiare capitali altrui sostenuti da illuminati politici da baraccone oggi assistiamo ai funerali di Telecom come sempre e più di sempre il tutto a spese e con la gentile collaborazione degli azionisti di minoranza…

MILANO – Destinazione Spagna per il gruppo Telecom Italia. Manca solo l’annuncio, ma il passaggio di mano nel controllo della società è cosa fatta. Una serie di incontri ha permesso ai soci di Telco, la holding che detiene il 22,5% della compagnia e che è partecipata, oltre che da Telefonica, da Mediobanca, Generali e Intesa Sanpaolo, di delineare gli accordi che disegneranno il futuro del gruppo.

Secondo indiscrezioni, l’intesa è stata raggiunta e porterà Telefonica a salire dal 46 al 65% di Telco – la scatola che controlla il 22,5% circa di Telecom Italia – , con un’opzione per incrementare a breve la partecipazione al 70 per cento. L’accordo dovrebbe essere ufficializzato prima dell’apertura di Borsa e valorizza le azioni Telco (e di riflesso Telecom) a 1 euro per azione, mentre oggi in Borsa il titolo ha chiuso in rialzo del 3,4% a 0,59 euro.

Come mi raccontava su Twitter @AleGreco74 ve lo immaginate il “tronchetto” Algida che si presenta al rogito di quel che restava del patrimonio immobiliare, che si sposta da una parte all’altra della scrivania per firmare il rogito, comprandosela e vendendosela.

Una storia che inizia con quattro tagliagola che qualcuno ha il coraggio di definire capitani coraggiosi che incominciano a costruire matrioska su matrioska, scatole cinesi per tutti, tutto debito alla leva demenziale e capitale minimo. Arriva poi il genio della lampada, che come per magia riempie le tasche dei capitani coraggiosi, il tutto senza pagare un solo centesimo di tasse o quasi in Italia, il quale a sua volta mette una lampada dentro l’altra, scatole cinesi su scatole cinesi con la gentile collaborazione dei lucidatori finanziari Unicredit e Intesa.  

Il resto ve lo risparmio è storia dei nostri giorni in attesa che il Britannia riattracchi sulle nostre coste e il fantasma di Fermare il declino torni ad urlare che non c’è alternativa a vendere il patrimonio immobiliare e demaniale con contorno di partecipazioni statali.

Dimentichiamo Alitalia, chissà se un giorno qualcuno risponderà mai davanti ad un tribunale dei massacri sociali che stanno dietro a migliaia di posti di lavoro distrutti. Noi non abbiamo fretta la storia farà il suo corso.

Buona fortuna, ne abbiamo sempre più bisogno, soprattutto mentre le piccole e medie imprese spariscono come neve al sole.

Nel frattempo con un piccolo sforzo non perdetevi ” Machiavelli, sbarca in America la nuova terra promessa”  per tutti coloro che hanno contribuito o vogliono liberamente contribuire al nostro viaggio.

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3 commenti Commenta
thundermarc
Scritto il 24 settembre 2013 at 14:30

riporto l’editoriale di dagospia. non serve altro

DAGOREPORT

Prima di salire sulla limousine che lo porterà oggi nel palazzo del “Council of Foreign Relations” dalle parti di Park Avenue, Enrichetto Letta avrà sicuramente letto la rassegna stampa della Presidenza del Consiglio dove campeggiano i titoli dedicati alla scalata degli spagnoli di Telefonica su Telecom.

Scopo della sua missione che è stata battezzata “Destinazione Italia” è richiamare l’attenzione degli investitori americani sulle opportunità offerte dal nostro Paese. È facile immaginare che il premier farà un discorso tranquillizzante sull’inerzia della burocrazia che frena gli investimenti e sulla corruzione che con la condanna del suo predecessore a Palazzo Chigi ha avuto un epilogo importante.

Nonostante questi handicap Enrichetto spalmerà nella sala fialette di fiducia sulle virtù del Belpaese e per dare più forza alle sue tesi potrebbe snocciolare l’elenco di tutti i gioielli italiani che negli ultimi anni sono finiti in mani straniere. Dovrebbe farlo con la freddezza glaciale di chi si limita a un elenco dei settori che nell’arco degli ultimi anni sono passati dalle mani di imprenditori italiani a soggetti di ogni parte del globo.

L’elenco è facile e attraversa come una lama l’intera economia. Per fare qualche esempio, Letta potrebbe dire che aziende come Parmalat, Bulgari, Valentino e Loro Piana sono già nelle mani dei francesi e dei fondi arabi, poi potrebbe ricordare che sul turismo e gli hotel di lusso si sono scatenati gli appetiti di russi, arabi e cinesi, mentre le motociclette Ducati sono finite nelle mani dei tedeschi e gli yacht del Gruppo Ferretti hanno preso la strada di Pechino.

Se la memoria lo assisterà il nostro presidente , che sa parlare l’inglese come Mario Monti, avrà gioco facile a evocare l’arrivo dei russi nella siderurgia di Lucchini e quel 70% straniero che ormai la fa da padrone dentro la chimica e la farmaceutica. Con un pizzico di ironia potrebbe avviare il suo speech verso la conclusione ricordando che perfino i thailandesi hanno messo i piedi dentro la Rinascente e hanno scucito 300 milioni per salvare dai guai l’Inter del giocherellone Moratti.

Forse Letta non avrà il coraggio di aggiungere che a Detroit c’è un manager dal pullover sgualcito di nome Marpionne che ormai considera la Fiat come l’appendice marginale di un impero automobilistico, ma qualche parola dovrà spenderla sulle tre grandi aziende che in questo momento stanno barcollando di fronte all’arrivo imminente di altri “predatori” (pardon, investitori).

Il discorso va in direzione di TelecomItalia, Alitalia e Finmeccanica, tre medaglie che fanno gola in questa stagione di saldi dove per una manciata di dollari e di euro si possono portare a Madrid, Parigi e in Corea quelle che un tempo erano considerate le roccaforti del nostro sistema industriale.

Questo scenario rende problematico l’appello di Letta agli uomini che dopo il crollo di Lehman Brothers non sanno più dove mettere i soldi. A sua difesa Enrichetto potrebbe dire di aver ereditato una situazione di instabilità politica nella quale una classe dirigente e impotente ha lasciato marcire i problemi surrogando la volontà dei politici con la sapienza dei tecnici.

Non sarà così perché Enrichetto è un uomo di stile che non può scendere nella pancia della memoria per ricordare che un genio della Bocconi come Mario Monti se ne è fottuto altamente di Telecom, Alitalia e Finmeccanica. E nemmeno avrà il cattivo gusto di deliziare i suoi interlocutori di Wall Street con l’episodio di Corradino Passera che di fronte ai minatori del Sulcis scappava in elicottero mentre il pallido Vittorio Grilli si “suicidava” per cause famigliari dicendo agli italiani che la ripresa sarebbe arrivata nel primo trimestre di quest’anno.
finmeccanicafinmeccanica

Allo stesso modo spegnerà sul nascere qualsiasi critica a Fabrizio Saccomanni, quel tecnico prestato alla politica che in Banca d’Italia era famoso soprattutto per far sganasciare gli uscieri e le segretarie con i versetti di Gioacchino Belli.

C’è però un punto sul quale l’onestà indiscussa del 47enne politico allevato all’università di Pisa, potrebbe ribaltare il dramma di un paese che è diventato colonia. Se è vero infatti che gli ultimi episodi di queste ore su Telecom, Alitalia e Finmeccanica sono la dimostrazione plastica di una classe politica impotente e senza competenze, è altrettanto vero che la vulnerabilità del sistema Italia ha una causa importante nel flop di una classe imprenditoriale che sicuramente non ha soldi, ma altrettanto sicuramente è priva di idee. E qui bisognerebbe mandare a quel paese quei bocconiani come Fabrizio Onida che di fronte allo shopping degli stranieri dicono con insipienza: “è la globalizzazione, bellezza! e stavolta davvero possiamo vantare una competitività italica”.

Verrebbe da dire “grazie al cazzo, caro professore”, perché la competitività di imprenditori senza soldi e senza idee ha ormai distrutto quasi per intero la forza di un Paese che fino a venti anni fa era al quinto posto nella classifica delle nazioni più industrializzate. A questo esimio economista e a quei quattro straccioni dei suoi colleghi che impauriti dal voto tedesco pensano di uscire dall’euro, bisognerebbe ricordare che le operazioni in atto su Telecom, Alitalia e Finmeccanica somigliano maledettamente a quelle dei capitani di ventura del ‘500 che ingaggiavano truppe per servire i fabbisogni dei principi e dei potenti senza mai perdere di vista i loro interessi.

Non a caso le prime citazioni del termine “imprenditore” nascono intorno a quell’epoca; poi la figura assume un profilo moderno e trova nei libri di studiosi come Schumpeter una definizione più limpida.

L’imprenditore diventa per definizione colui che detiene fattori produttivi e contribuisce a creare nuova ricchezza e nuovo valore sotto forma di beni e servizi utili alla collettività e alla società. A questo punto la domanda è d’obbligo: quale ricchezza e quale valore hanno saputo creare Franchino Bernabè, Roberto Colaninno e il super-ragioniere Alessandro Pansa? La risposta è categorica: nessuno.

Su di loro pesano come macigni l’incapacità di costruire un futuro e di salvare la forza delle loro aziende. Si sono prestati e continuano a prestarsi al gioco e ai giochetti dei poteri forti, dei salotti come Mediobanca dove oggi si fregano le mani per aver ceduto allo spagnolo Alierta la quota di Telco con un utile di 60 milioni.

E ancora: pagando parcelle mostruose a famelici consulenti hanno messo in piedi un carnevale dove i coriandoli sono caduti dentro piani industriali sbandierati per tenere a bada il parco buoi dei piccoli azionisti, dei dipendenti, e della stampa compiacente. Per nascondere la miscela di impotenza e incompetenza alcuni di loro continuano a sbandierare l’alibi della politica impotente e incompetente: un alibi che sicuramente ha pesato sulla volontà e sulle scelte, ma questo non basta a chiedersi come abbiano potuto restare incollati col mastice per tanti anni alle loro ricche poltrone. Non c’e’ bisogno dei Savonarola dell’economia per dire che in qualsiasi azienda del mondo sarebbero stati cacciati a furor di popolo.

Invece sono ancora li’ per cercare predatori (addirittura schiacciati da montagne di debiti), investitori di ogni colore, e capitali sui mercati che ormai considerano l’Italia il discount della finanza. E quando non li trovano eccoli invocare l’intervento di quella Cassa Depositi e Prestiti che il patetico presidente Bassanini non vuole trasformare nell’Iri del ventunesimo secolo.

Sulla base di questo ragionamento i discorsi che oggi Enrichetto Letta farà ai tycoon e ai gestori di New York per “destinare” i loro investimenti in Italia, assumono un tono problematico. Per lui sarebbe molto più facile usare il linguaggio plebeo dei mercati ortofrutticoli dove si urla: “venghino, signori, venghino”: il richiamo per un popolo che ha le pezze al culo e cerca di mettere insieme il pranzo con la cena.

lacassandra
Scritto il 24 settembre 2013 at 19:54

thundermarc@finanza,

ma uscire dall’euro e dall’unione europea è necessario….anche se non sufficiente

thundermarc
Scritto il 25 settembre 2013 at 12:12

intanto dall’ oriente arrivano… senza bussare

A CHE SERVONO BOMBE E CANNONI? BASTA LA FINANZA! – INIZIA L’INVASIONE CINESE IN EUROPA: IL DRAGONE COMPRA IL 5% DELL’UCRAINA!
Quando le risorse per la propria popolazione scarseggiano, oggi non c’è più bisogno di ricorrere alla forza militare, basta avere quella economica – E così Pechino, dopo aver acquistato appezzamenti di terreno in Africa e Sud America, noleggia per decine di anni un pezzo di Europa orientale…

Ilaria Maria Sala per “La Stampa”
CINA RENMINBICINA RENMINBI

Un pezzo di Ucraina parlerà cinese. Dopo aver fatto incetta di terreni agricoli in Africa soprattutto in Madagascar – Pechino punta i radar verso l’Europa orientale. E acquisisce – anche se non è chiaro con quale modalità, se affitto o una vera e propria compera il 5% del territorio, pari a 3 milioni di ettari, del vecchio «Granaio d’Europa».
LA CINA SI FA LARGO NEL MERCATO DEL VINO jpegLA CINA SI FA LARGO NEL MERCATO DEL VINO jpeg

Una strategia di lungo termine dettata dalla necessità di un Paese dove la popolazione è in aumento, le zone urbane si allargano e diminuiscono le aree coltivabili per colpa di inquinamento ed espansione industriale e immobiliare. Così a Pechino si sono evidentemente chiesti: dove troveremo la terra arabile e le risorse idriche per nutrire, dissetare e vestire più di 1,3 miliardi di persone? Già ora la Cina è particolarmente preoccupata per la sua dipendenza dall’estero per la soia, il cotone, l’olio di palma, i latticini, le pelli e la lana, e per le riserve d’acqua potabile.
CINA IMPORT EXPORTCINA IMPORT EXPORT

I cinesi già possono contare su importanti appezzamenti in Africa e in Sud America, in Asia Centrale, e in particolare nel Corno d’Africa e in Brasile. Ora si aggiunge il fronte europeo. Secondo l’International Institute for Sustainable Development (Iisd), la Cina è impegnata in 54 progetti agricoli oltreconfine per un totale di 4,8 milioni di ettari di terra che garantiscono investimenti agricoli per l’esportazione esclusiva alla Cina. A questi, dice l’Iisd, devono aggiungersi numerosi progetti attualmente in corso di finalizzazione, in particolare in Kazakhstan e appunto in Ucraina.
NUOVI RICCHI IN CINANUOVI RICCHI IN CINA IMPORT EXPORT CINAIMPORT EXPORT CINA

Le informazioni sull’acquisto da parte cinese del 5% del territorio ucraino sono rimbalzate su vari quotidiani diventando in breve un vero e proprio caso politico e costringendo in serata le autorità a ridimensionare, spiegare, dettagliare meglio il senso dell’operazione. Così la versione accreditata ora da Kiev è che la Cina sta conducendo dei negoziati e puntando a investimenti nel settore idrico e agricolo con l’Ucraina. Più che di acquisto di terreno si parla di «noleggio» per decine di anni. Il senso però dell’espansionismo cinese non cambia.

A guidare le trattative sono Xinjiang Production and Construction Corps, un corpo paramilitare cui Pechino ha fatto ricorso per «normalizzare» la situazione nella provincia occidentale dello Xinjiang, e l’ucraina Ksg Agro.

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