THE SHADOW OF DEPRESSION…L’OMBRA DELLA DEPRESSIONE!

Scritto il alle 07:57 da icebergfinanza

Oggi non parleremo di mercati quella di ieri è solo la classica tempesta in un bicchiere d’acqua, alimentata dai soliti noti che amano panicare i mercati con le loro analisi al momento giusto. Sono sempre loro gli analisti americani o inglesi, un manipolo di falliti che cercano di distrarre l’attenzione dai loro problemi! Ci si sveglia solo ora per i problemi della Spagna?

Ma non c’è fretta ci vorrà del tempo prima di tornare alle… origini!

In questi anni ho sempre cercato di condividere con i miei lettori i rischi di una nuova depressione economica, di una depressione umana che gli eccessi di questo sistema avrebbe portato con se, attraverso la rivisitazione della storia, della storia delle grandi crisi economiche, perchè chiunque dimentica il suo passato è destinato a riviverlo!

Questa è essenzialmente un’immensa CRISI ANTROPOLOGICA! Per molti esseri umani questa è già una grande depressione!

Non assisteremo a nessuna fine del mondo, ma sicuramente alla fine di un mondo!

Su PROJECTSYNDACATE il professor J.Bradford DeLong docente presso la University of California Berkeley e ricercatore associato del National Bureau for Economic Research uno che ha avuto il coraggio di dire che…

(…) Mi sorprende l’entità della catastrofe, ma quello che mi sorprende ancor di più è l’apparente fallimento degli economisti accademici nel prepararsi per il futuro.  Sulla scia della crisi mi aspettavo che i dipartimenti economici di tutto il mondo affermassero che bisogna cambiare i modelli impiegati. Il fatto è che abbiamo bisogno sempre meno di teorici di mercati efficienti e sempre più di persone che lavorino (…) sui pregiudizi nozionistici. (…) Abbiamo bisogno di più storici delle politiche monetarie ed economiche e meno ideatori di modelli. Abbiamo bisogno di più economisti come Eichengreens, Shillers, Akerlofs, Reinharts, e Rogoffs e soprattutto come Kindleberger, Minsky, o Bagehot.

…dicevo su Project Syndacate ci racconta che…

BERKELEY – È capitato ben quattro volte nel secolo passato che una buona parte del mondo industriale cadesse in una lunga e profonda depressione caratterizzata da una forte disoccupazione: gli Stati Uniti negli anni 30, l’Europa occidentale industrializzata negli anni 30, di nuovo l’Europa occidentale negli anni 80 e il Giappone negli anni 90. Due di queste congiunture sfavorevoli – quella dell’Europa occidentale negli anni 80 e quella del Giappone negli anni 90 – hanno gettato un’enorme ombra sulle future performance economiche.

In entrambi i casi, se l’Europa o il Giappone ricadessero (o mai ricadranno) in un trend di pre-recessione di crescita economia, amp#160;ciò avverrebbe (o avverrà) tra decenni. In un terzo caso, l’Europa alla fine degli anni 30, non sappiamo cosa sarebbe accaduto se l’Europa non fosse diventata un campo di battaglia a seguito dell’invasione della Polonia per mano della Germania nazista.

In un solo esempio il trend di crescita di lungo periodo lasciò indisturbati: la produzione e l’occupazione americana dopo la Seconda Guerra mondiale non furono colpite in modo significativo dall’impatto macroeconomico della Grande Depressione. Se non ci fosse stata mobilitazione per la Seconda Guerra mondiale, probabilmente la Grande Depressione avrebbe gettato un’ombra sulla crescita economica americana dopo gli anni 40. La situazione era esattamente questa alla fine degli anni 30, con elevati livelli di disoccupazione strutturale e uno stock di capitali inferiore al trend, prima che la mobilitazione e le guerre in Europa e nel Pacifico iniziassero sul serio.

Negli Usa possiamo già vedere i segni dell’ombra che la congiuntura sfavorevole iniziata nel 2008 sta gettando sul futuro. Analisti attendibili – sia privati che pubblici – stanno rivedendo al ribasso le proprie stime sul Pil americano nel lungo periodo.

La partecipazione della forza lavoro, ad esempio, che solitamente smette di contrarsi e inizia a crescere dopo aver toccato il livello più basso del ciclo economico, è in costante calo da due anni e mezzo.

Alcuni policy maker monetari credono quindi che le recenti flessioni nel tasso di disoccupazione americano – in gran parte conseguenti a una minore partecipazione della forza lavoro – rappresentino una ragione altrettanto valida per passare a politiche più austere quanto le flessioni in termini di disoccupazione che riflettono gli incrementi dell’occupazione.

E all’incirca gli stessi processi e le stesse risposte sono all’opera – forse con maggiore vigore – in Europa.

Il fatto più importante, tuttavia, è quello che a posteriori assomiglia a un collasso permanente nella capacità di assunzione dei rischi del mercato privato e a un ampio e permanente incremento della rischiosità percepita degli strumenti finanziari in tutto il mondo – e delle aziende i cui flussi di capitale le rafforzano.

Considerato l’invecchiamento della popolazione nei Paesi industriali, i grossi impegni assunti dai governi nei confronti dei sistemi socio-assistenziali e l’assenza di chiari piani di risanamento per i bilanci statali nel lungo periodo, ci aspettiamo di vedere schizzare alle stelle – forse non in modo considerevole, ma chiaramente visibile – l’inflazione e i premi di rischio, così innescando una spirale di debito dei titoli del Tesoro nelle più grandi e più ricche economie del mondo.

(… NB! per l’inflazione come più volte sottolineato c’è ancora tempo, ne riparleremo tra qualche anno, intanto la terribile debt deflation sta facendo il suo corso…)

Forse nella prossima generazione, i livelli dei prezzi di Usa, Giappone e Germania potrebbero salire sostanzialmente dopo qualche miope tentativo di governo di finanziare parte della spesa destinata al welfare sociale stampando moneta. È improbabile che i livelli dei prezzi scendano. Eppure il desiderio di detenere asset che evitino rischi di medio termine associati al ciclo economico ha sopraffatto questo importante fattore di rischio nel lungo periodo.

Ma il rischio che gli investitori di tutto il mondo stanno attualmente cercando di evitare rifugiandosi nel debito sovrano americano, giapponese e tedesco non è un “rischio fondamentale”. Non vi sono preferenze psicologiche, vincoli dettati dalle risorse naturali o fattori tecnologici a rendere gli investimenti nelle aziende private più rischiosi di quanto non fossero cinque anni fa. Piuttosto, il rischio deriva dal rifiuto dei governi, in situazioni critiche, di abbinare la domanda aggregata all’offerta aggregata per prevenire una disoccupazione di massa.

Gestire la domanda aggregata rientra tra i compiti dei governi. Se da un lato la legge di Say – secondo cui l’offerta crea automaticamente la propria domanda – è falsa in teoria, dall’altro è abbastanza vera in pratica, e da essa infatti dipendono singoli imprenditori e aziende.

Se il governo non adempie al proprio dovere, John Maynard Keynes scrisse 76 anni fa, e la “domanda è insufficiente…il singolo imprenditore…agisce in condizioni sfavorevoli. Il gioco d’azzardo cui si sottopone si compone di molti zeri”, e ciò rappresenta “l’incremento [con cui] la ricchezza del mondo non ha realizzato…risparmi”, a causa delle “perdite di coloro il cui coraggio e intraprendenza non sono stati integrati da competenze eccezionali o da una straordinaria buona sorte. Ma se la domanda effettiva è adeguata, saranno sufficienti competenze medie e una media dose di buona sorte”.

Per 62 anni, dal 1945-2007, con alcune brusche ma temporanee interruzioni a livello regionale, i singoli imprenditori e le aziende potevano contare sul fatto che la domanda ci sarebbe sempre stata se avessero creato l’offerta.

Tale convinzione ha giocato un ruolo importante nell’allestimento dello scenario per le due più rapide generazioni di crescita economica globale cui il mondo abbia mai assistito.

Ora lo scenario è cambiato.

Certo ci vuole ottimismo, nella vita sono un ottimista sfegatato, qui un ottimista ben informato, ma è difficile non essere realisti in un mondo dove come dice Taleb …

A coloro che guidavano uno scuolabus bendati (e l’hanno sfasciato) non dovrebbe essere mai più permesso di guidare un altro scuolabus. L’establishment economico (università, autorità di regolamentazione, funzionari governativi, economisti al servizio di varie organizzazioni) ha perso la propria legittimità a seguito del fallimento del sistema. Sarebbe imprudente e insensato da parte nostra se ci affidassimo alle capacità di questi esperti per uscire da questo caos. Al contrario, bisogna individuare le persone intelligenti e con le mani pulite.

Più mi guardo intorno e più vedo sempre gli stessi volti, sento parlare sempre delle stesse ricette! Ci vuole coraggio ad essere ottimisti oggi… !

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1 commento Commenta
7voice
Scritto il 31 marzo 2012 at 09:26

MAZZALAI IL POPOLO RIMANE SEMPRE MONNEZZA ! ECCO IL VERO PROBLEMA,QUANDO SI VEDRANNO PERSONE CHE SBATTONO IN GALERA TUTTI QUELLI CHE HANNO DETERMINATO QUESTA SITUAZIONE?ALLORA SI POTRA’ AFFERMARE CHE ABBIAMO SVOLTATO ! MA X IL MOMENTO IN GALERA A LONDRA COME A NEW YORK E ALTROVE NON SE NE VEDONO DI ARRESTI ECLATANTI !

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