IL VOLO DELL'AQUILONE ED IL FANTASMA DELLA STAGFLAZIONE

Scritto il alle 07:04 da icebergfinanza

Vivere meglio e più a lungo

www.anti-aging.it/terapie.htm

Nel fantastico mondo dei bimbi l’aquilone esercita un fascino particolarmente inteso che si identifica nel bisogno di libertà, indipendenza, spensieratezza tipica di questa età.

 I mille colori, e il suo irregolare percorso accendo la fantasia.

L’aquilone, un simbolo di libertà, svincolato da rigidi schemi di volo che dopo la fatica iniziale per il decollo, si libra irregolarmente nel cielo assestandosi con fatica grazie alla perizia del manovratore, in balia delle correnti d’aria e dei giochi del vento.

Un unico destino, l’ebrezza del volo e poi il ritorno a terra, da dove è partito! Una discesa alle volte controllata, dolce ma nella maggior parte dei casi brusca, quasi ad avvitamento.

Un atterraggio violento!

Che dire degli indici di questi ultimi mesi, che dire dei singoli titoli dove regna l’assoluta libertà di voli infiniti, alle volte sospesi per eccesso di rialzo, congelati sul più bello. Volatilità !

Talvolta guardando i grafici degli indici dei cosidetti paesi emergenti si nota come l’irrazionalità sia figlia di questo tempo. L’andamento della ormai famosissima borsa di Shangai ripercorre in tutto e per tutto i magici saliscendi del volo dell’aquilone. E che dire del Perù, del Vietnam, della Serbia, dell’Ucraina, e della performance del nostro indice in barba all’ipercomprato e alle leggi della forza di gravità.

Gli aquiloni dei maggiori indici mondiali, sono alle volte più razionali dei singoli titoli ma solamente per la loro composizione diversificata e contemplano in maniera minore i picchi di volatilità, gli scarti improvvisi e i volumi tipici di quest’ultimi.

Non faccio nomi, ma basta guardare il listino di Piazza Affari e ogni listino mondiale per vedere che stà tornando il vento della New Economy, il grande vento dei rialzi a tre cifre! E qualcuno si affanna a cercare spiegazioni a questo fenomeno, dimenticando che gli aquiloni si alzano, contro vento e che questo vento viene dalla grande massa monetaria che le Banche Centrali hanno creato.

Amo ricordare che nel 2001, l’aquilone del mercato immobiliare, è stato lanciato dalla Federal Reserve nel cielo dell’economia contro il vento della soft-recession, con una politica monetaria dissennata per dimenticare gli eccessi e i disastri della New Economy.

Ed ora il suo volo dimostra che il suo costruttore, non ha la più pallida idea di come farlo atterrare.

Anche il Giappone ha vissuto il suo “aquilone” negli anni novanta, ma da allora dopo il disastroso atterraggio, non si è mai più risollevato neanche con un politica monetaria kamikaze.

Anche se sembra un po’ ardito vorrei applicare lo stesso concetto, al volo in questi anni del PIL americano che visse il suo picco leggendario nel quarto trimestre del 2003 con la favolosa crescita del 7,5 % dopo essersi alzato in volo contro il vento della recessione nascosta che colpi l’America nel primo trimestre del 2001. Un volo che sembrò precipitare nel 4°trimestre 2005 passando dal 4,2 all’1,8 ma poi risollevatosi per librarsi di nuovo nel trimestre successivo al 5,6 %.

Ora a distanza di anni, per la prima volta l’economia americana è cresciuta al passo più lento degli ultimi quattro anni e precisamente dell’1,3%.

La misura preferita della Federal Reserve per misurare l’inflazione core è salita al 2,2% dal 1,8 % del precedente trimestre quindi al di sopra del fatidico 2% considerato tollerabile. Quindi per il momento, a meno che non incominci a cedere pure il mercato del lavoro, la FED non prenderà in considerazione la possibilità di una riduzione dei tassi.

Numerosi analisti ed economisti continuano a scommettere su un rimbalzo dell’aquilone PIL già dal prossimo trimestre, ma con tutto il rispetto o vivono sulle nuvole, o hanno interesse che la grande festa continui ancora per un po’.

Tralasciando per un attimo il contributo negativo del mercato immobiliare, a sorpresa, si nota che il disavanzo commerciale e le esportazioni influiscono in maniera rilevante sul dato negativo. Per quale motivo le esportazioni sono calate a fronte di una persistente debolezza del dollaro? Ma non è forse vero che buona parte degli utili delle corporate americane provengono dall’estero?

A questo proposito vorrei proporre agli osservatori della stagione degli utili americana, un sistema di filtraggio rispetto all’evidente aumento dei margini determinato in buona parte dalla svalutazione del dollaro, così difficilmente qualcuno potrebbe continuare ancora a sostenere che i rialzi di questi ultimi giorni sono giustificati dai brillanti risultati comunicati.

La debolezza del dollaro continuerà a sostenere la rivalutazione delle grandi multinazionali gonfiandone ricavi e profitti.

Se diamo un’occhiata ai grafici ci accorgiamo che il dollaro oltre alla ormai cronica stretta correlazione al reminbi che i cinesi, per interesse, non lasciano liberamente fluttuare, contro yen ed altre valute dei paesi emergenti non ha ricevuto particolari impulsi.

Ovviamente rispetto all’euro nell’ultimo periodo si è deprezzato di circa il 10%, ma forse l’Europa è più intenta ad esportare le proprie merci che ad importare dagli Stati Uniti, in quanto resta decisamente anemica la spesa per i consumi checche se ne dica!

Ed intanto l’inflazione è quasi un ectoplasma nelle percentuali di un core che nasconde in tutto il mondo l’inflazione reale, l’inflazione percepita.

Un’inflazione che le parole di Janet Yellen, Governatrice della Fed di San Francisco ricordano correlata con la produttività del sistema americano in evidente difficoltà per le persistenti anche se momentaneamente lievi pressioni sui salari.

In un contesto macroeconomico mondiale, caratterizzato da un incremento dell’inflazione in molte aree del pianeta, particolarmente in America stà riaffacciandosi il fantasma della Stagflazione.

E badate bene dico Stagflazione per cercare di convincermi che il rischio di una violenta recessione sia solo nelle favole dei bambini, nel volo degli aquiloni senza filo.

Per Stagflazione, una parola derivante da stagnazione ed inflazione si intende quella situazione macroeconomica nella quale, la presenza del fenomeno inflativo si presenta accompagnato da una evidente fase di stagnazione economica.

Ora qualcuno di Voi potrebbe dire che attualmente con i tassi di crescita attuali, pur anemici, vi è solo un lontano sentore di stagnazione nell’economia americana con profitti record da cinquant’anni a questa parte.

Ovviamente anche l’ultimo dato relativo al Pil americano è ancora molto lontano da essere considerato come negativo, ma, se come gli ultimi dati rilasciati confermeranno, la prossima revisione probabilmente sposterà sotto l’1 % la crescita e quindi piano, piano ci avviciniamo ad una crescita per così dire recessiva.

Prima degli anni 70 non vi era mai stata traccia di questo fenomeno, un fenomeno particolarmente raro nato appunto sulla scia della grande crisi petrolifera scatenata dall’Opec.

La stagflazione a differenza di ogni altra condizione economica è da ritenersi un pericolo evidente per la stabilità di un paese in quanto, la pratica di aumentare i tassi in maniera aggressiva per ridurre o combattere l’inflazione attuata in passato, specialmente negli anni 80 dall’ allora presidente della FED Paul Volker, portò il paese in recessione.

Questa politica si rivelò in seguito una vera e propria Waterloo!

I casi ora sono due. O l’economia e l’inflazione viaggiano di pari passo e quindi l’inflazione è realmente così bassa e sotto controllo come ci viene comunicata, proponendo allora il pericolo di una sana “recessione” che potrebbe trasformarsi in deflazione, oppure la stagflazione è il fenomeno adatto a spiegare la situazione in corso in America, con possibile esplosione dell’inflazione determinata da una pressione sui salari a partire dai paesi asiatici.

Spesso in questi anni si sono levate le voci di famosi economisti e premi Nobel che descrivono questa nuova era come il più grande boom economico della storia, ma forse nessuno ricorda che anche i premi Nobel sono uomini, con le loro virtù e debolezze ed alcuni di loro sedevano nel board del famosissimo fondo LTCM che del quale ormai tutti conoscono le vicissitudini.

Certo che ci vuole un bel coraggio a definire in crescita o in ripresa un’economia dove le aziende “investono” i propri profitti in operazioni alle volte spregiudicate di M&A e in riacquisti di azioni proprie tralasciando o diminuendo gli investimenti produttivi.

Ora ormai manca solo il tassello relativo alla decelerazione della occupazione, che gli economisti prevedono per il prossimo trimestre, per completare il puzzle di questa tendenza negativa, alimentata da un eccesso di ottimismo che ha prima sottovalutato l’inflazione e contemporaneamente sopravvalutato le potenzialità curative del consumatore americano e della produttività del paese.

 

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2 commenti Commenta
utente anonimo
Scritto il 30 aprile 2007 at 12:20

Cosa pensi del mercato italiano, tradizionalmente più conservatore e propenso all’investimento in immobili?
Il Giornale pubblica oggi 30 Aprile 2007 un intervista a Giuliani (Azimut)dove evidenzia il rischio di un improvviso crollo dei prezzi fino al 30-50%, con il conseguente contagio dei mercati azionari. Le Banche sono tutte esposte su questo settore, in particolare Banca Italease e Meliorbanca che più si sono distinte nel finanziare rispettivamente vari immobiliaristi e privati con scarso merito di credito con mutui trentennali. A vario titolo cartolarizzazioni di mutui a clientela non primaria anche in Italia ne sono stati erogati, forse meno che negli USA??….saranno i fondi pensione a risolvere ogni eccesso?? e Bankitalia che ruola stà avendo nel controllo del sistema??

Scritto il 30 aprile 2007 at 17:15

In tutta sincerità, mi sembrano percentuali decisamente abnormi se riferite alla caduta del mercato immobiliare italiano, in quanto non vi è stata una crescita uniforme in ogni regione d’Italia. Ovviamente sono più propenso ad una fase di stasi seguita da una discesa delle quotazioni che potrebbe assumere dimensioni di un crollo solo nel caso di fattori che provengono dall’effetto domino o a cascata che una situazione perdurante di stagnazione nel mercato immobiliare potrebbe provocare. In Italia non siamo certo alle percentuali dell’Irlanda,Inghilterra, Spagna e altre realtà, abbiamo un buon tasso di risparmio in evidente contrazione negli ultimi anni, ma il pericolo vero potrebbe nascere dalla creazione di credito al di fuori del sistema bancario. Non penso che in Italia l’ingegneria finanziaria sia arrivata ai livelli degli USA che hanno “condito” i Bond con olio “subprime” ma come dice Roubini, ogni qualvolta scoppia una crisi si privatizzano i profitti e si socializzano le perdite. Per quanto riguarda la Banca d’Italia Draghi ispira fiducia anche se proviene dalla scuola Goldman Sachs in prima fila negli ultimi anni nella concessione di credito alle scorrerie dei private equity.
Ciao

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