NE PUBBLICO, NE PRIVATO…BENE COMUNE!

Scritto il alle 11:25 da icebergfinanza

Come preannunciato un paio di settimane fa,  riprende il nostro viaggio attraverso i Mondi Alternativi, non un viaggio nostalgico, non solo un revival della splendida avventura del vecchio blog Icebergfinanza su Splinder, ma la possibilità di tornare ad esplorare alternative reali e possibili che oggi sono più che mai attuali, nella disgregazione di un impero che ha prodotto il pensiero unico degli ultimi trent’anni.

Un invito! Se qualcuno vuole intervenire nelle discussioni ma non ama registrarsi per poter intervenire, per favore piuttosto che perdere il Vostro contributo inviatemelo via mail e sarà pubblicato non appena possibile in forma anonima.

Oggi trattiamo alcuni argomenti che stanno alla base di una possibile alternativa all’ideologia, al sistema dominante.

Troverete ben pochi manifesti o programmi politico che guardino lontano, che ricerchino un’alternativa a partire dal modello di sviluppo e culturale, che deve essere profondamente riformato.

Ovvio che oggi l’imperativo è creare occupazione, ridare dignità a milioni di persone. Sono anni che parlo della necessità di attuare politiche redistributive. A tempo debito condividerò con Voi questa possibilità attraverso proposte CONCRETE e REALI!

E’ un’immensa utopia la mia, ma questo viaggio non sarà concluso veramente sino a quando non avrò condiviso con Voi l’alternativa reale, concreta che già esiste in mille piccole realtà nel nostro Paese. Probabilmente resteranno le chiacchere di quattro amici al bar, ma mai mettere limiti alla provvidenza.

Sia ben chiaro, se qualcuno pensa di poter cambiare o migliorare la situazione attuale senza partire da una profonda modifica della realtà antropologica e culturale che si fondi sul riconoscimento di una pluralità di esperienze sociali e realtà culturali che caratterizza questo Paese, senza coinvolgere le giovani e future generazioni ha fatto male i suoi calcoli.

E’ palese che vi sarà sempre chi si oppone al cambiamento o al miglioramento soprattutto quando questo lede i propri interessi.

“Se è vero che gli individui in realtàbbperseguono incessantemente e senza compromessibsolo il loro ristretto interesse personale,ballora la ricerca della giustiziabverrà intralciata a ogni passo dall’opposizione di tutti colorobche abbiano qualcosa da perdere dal cambiamento proposto.bSe invece gli individui, come persone sociali,hanno valori e obiettivi di più vasta portata,che includono la comprensione per gli altri e un impegno verso norme etiche, allora la promozione della giustizia sociale non dovrà necessariamente fronteggiare un’incessante opposizione a ogni cambiamento.” Amartya Sen

Uno dei dogmi fondativi della moderna economia è l’impostazione per cui, se  un bene non appartiene a nessuno ma è liberamente accessibile, vi è una tendenza  a sovrasfruttarlo. Chi si appropria del bene comune, deteriorandolo, gode per  intero del beneficio, mentre sostiene solo una piccola parte del costo. Il  risultato è il saccheggio del bene.

Forse qualcuno di Voi ricorderà … REPETITA IUVANT La terza via!

Come scrive Andrea Di Stefano sul mensile VALORI

…un nuovo fantasma si aggira per l’Europa. Non ha il volto barbuto di Karl Marx e neppure quello del Kapitalist raffigurato da George Grosz nel 1932. Si tratta dei “beni collettivi”. Gestiti secondo principi di democrazia partecipativa, possono scardinare alle radici il Fondamentalismo del Mercato, che, con la complicità dei decisori pubblici, si è imposto dalle fine degli anni Ottanta a livello globale. Le implicazioni di una nuova teoria economica dei beni comuni sono ancora tutte da definire e richiedono un notevole sforzo di analisi e l’adozione di nuovi strumenti di regolazione che possano portare all’affermazione di uno Stato moderno ed efficiente.

Parlare di beni comuni, secondo l’accezione anglosassone dei commons, significa affrontare un duplice problema – la proprietà e l’utilizzo – secondo paradigmi da quelli che attribuiscono al mercato la migliore governance nella gestione di tali beni. Mentre l’ideologia ultraliberista dispiegava i suoi effetti con la maggiore forza, la dicotomia Stato-mercato è stata messa in discussione, almeno dalla metà degli anni ’90, anche all’interno dei santuari del Washington Consensus. Sotto la pressione delle proteste delle comunità locali nei confronti dei grandi progetti di sfruttamento dei beni comuni, la stessa Banca Mondiale ha raccolto una larga parte delle riflessioni accademiche, dando vita a una vera e propria strategia denominata CCD (Community driver development, lo sviluppo guidato dalla comunità). È stata elaborata intorno al 2005 e declinata in azioni tematiche che sembrano uscire dal contributo di un no global: microfinanza, inclusione dei giovani, gestione delle risorse naturali, lotta alle malattie, sviluppo urbano sostenibile. Indubbiamente nello sviluppo di questa strategia ha avuto un ruolo rilevante il contributo critico di Joseph Stiglitz, ma le incognite sulla strada della così detta “terza via” tra Stato e mercato sono numerose e ben si intravedono leggendo con attenzione il contributo del neo Premio Nobel per l’economia, Elinor Ostrom.

La terza via

Il lavoro della politologa statunitense muove dall’idea che si debba puntare sulle soluzioni empiriche elaborate dalle istituzioni collettive, né pubbliche né private, grazie ad una serie di tentativi ed errori che possano permettere di regolare, non un unico diritto proprietario proprietario,ma cinque categorie di property rights, cioè di diverse forme di proprietà: accesso, utilizzo, gestione, esclusione e alienazione. carbon tax, tassando cioè i consumi che producono anidride carbonica. Ben oltre parametri, graditi soprattutto al mercato, come il carbon footprint, l’impronta ecologica, che si muove dall’analisi di ogni singolo prodotto senza affrontare il ridisegno di sistemi economici e di consumo.

Un approccio interessante che dovrebbe permettere di stabilire nuove regole ed evitare la “tragedia dei beni comuni”, come venne definita per la prima volta nel 1968 in un articolo di Garrett Hardin, “The Tragedy of the Commons”. Il modello illustrato da Hardin si basa su un pascolo a ingresso libero, utilizzato contemporaneamente da più soggetti. Ciascuno di essi aumenterà il numero dei propri animali fino a quando il guadagno che ricaverà da ogni pecora inserita (prodotto marginale) sarà superiore al costo da sostenere per mantenerla all’interno (costo marginale).

Il cuore del problema identificato da Hardin consiste nel fatto che i benefici prodotti dall’aggiunta di un nuovo capo nel gregge saranno goduti esclusivamente dal singolo proprietario (individuali), mentre i costi – rappresentati dal consumo della risorsa – saranno ripartiti tra tutti gli attori che condividono il pascolo comune (collettivi).

Un meccanismo inefficiente perché ciascuno avrà l’interesse (egoistico) ad accrescere il proprio gregge, al di sopra di un livello collettivamente efficiente, con conseguenze, anche gravi, in termini di danneggiamento (al limite di distruzione) del bene comune.

Per fare un altro esempio, lo stesso ragionamento può valere per la pesca: più pesci prendo e più ho da cucinare per cena, ma meno ne restano per gli altri (in un luogo preciso e in un certo lasso di tempo, almeno finchè non si ricostituisce il banco di pesci). Cioè i benefici sono individuali, ma i costi collettivi.

In “Governing the Commons” la Ostrom, partendo dallo studio di casi empirici, riesce a venire a capo del problema, ma, soprattutto, pone in discussione l’idea che esistano dei modelli applicabili universalmente. In molti casi le singole comunità appaiono essere riuscite a evitare i conflitti improduttivi e a raggiungere accordi su una utilizzazione sostenibile nel tempo delle risorse comuni, creando al loro interno istituzioni deputate alla gestione di tali risorse.

Ma le soluzioni empiriche elaborate dalle comunità locali devono fare i conti con il “capitale naturale”, come lo ha teorizzato Robert Costanza, cioè quel capitale universale che deve essere considerato nel suo complesso.

Non basta, cioè, come sostiene la Ostrom, affrontare il problema del consumo delle risorse in un luogo, perché gli effe tti negativi potrebbero farsi sentire altrove. È necessario un approccio globale, per esempio mediante l’introduzione di una

La fortuna di Icebergfinanza, la fortuna del suo Autore è stata quella di non lasciarsi mai influenzare dalle ideologie, dalle scuole di pensiero economico, dalla politica in maniera di provare ad accogliere piccoli sistemi economici alternativi che da sempre attenuano le follie del comunismo e del capitalismo di massa!

Sia ben chiaro, anche nell’alternativa esistono fragilità e punti deboli, ma non per questo è un valido motivo per non esplorarla. Non esiste nulla di assolutamente perfetto, se le ideologie avessero l’umiltà del confronto e del dialogo, il risultati sarebbero sorprendenti.

Esplorare tutto ciò che mette l’uomo al centro dell’universo e non il capitale è fondamentale!

Elinor Ostrom se n’è andata non senza togliersi qualche soddisfazione. Ha fatto in tempo a leggere la rivista “Time” che la consacrava, nell’aprile di quest’anno, come uno dei cento esseri umani più influenti del pianeta. Tre anni fa, nel 2009, stabiliva un doppio record: prima donna a vincere il premio Nobel per l’economia, arrivava ai vertici della disciplina avendo seguito un itinerario eretico e singolare, essendo guardata con sospetto e distacco un po’ per la sua formazione (tutta nel solco delle scienze politiche), un po’ per il crinale su cui si declinava la sua analisi (qui ricostruita da Alex Tabarrok nel giorno del premio). Ostrom piace a persone che non si piacciono: lo si è visto alla consegna del Nobel, e Alberto Mingardi lo ha raccontato nel suo ricordo su Chicago-blog, ricordando una conferenza londinese recente dove i fedeli del thatcherismo si mischiavano agli abbraccia-alberi. Come si spiega questa contraddizione? IlFoglio

Ostrom: né pubblico né privato, ma “bene comune” Antonio Massarutto*

Uno dei dogmi fondativi della moderna economia è l’impostazione per cui, se  un bene non appartiene a nessuno ma è liberamente accessibile, vi è una tendenza  a sovrasfruttarlo. Chi si appropria del bene comune, deteriorandolo, gode per  intero del beneficio, mentre sostiene solo una piccola parte del costo. Il  risultato è il saccheggio del bene. Il merito di Elinor Ostrom,  premio Nobel per l’economia nel 2009 e morta oggi è di proporre  una terza via tra Stato e privato, che si ispira ai beni delle  comunità: non c’è un diritto di proprietà esclusivo ma una responsabilità  collettiva marcata.: LINKIESTA

Non ho idea di come viene dipinto il pensiero di Adam Smith nelle nostre università, se prevale l’insegnamento della ” Ricchezza delle nazioni” o esiste anche un continuo riferimento alla sua ” Teoria dei sentimenti morali”, ma credo che oggi la libertà del mercato, l’interesse del singolo non possono prescindere in alcun modo dall’interesse collettivo.

Ho l’impressione che in questi anni manipolando il pensiero di Adam Smith si sia nascosto in realtà il suo messaggio ovvero il BENE COMUNE!

Sarebbe bello che qualche studente che segue il nostro blog e sono tanti ve lo assicuro, ce lo raccontasse.

Scrive sull’ LINKIESTA Alessandro Montesi che … Il 9 marzo del 1776 veniva pubblicata “La ricchezza delle nazioni”, bibbia  dei moderni studi economici e testo fondamentale del pensiero liberale. Vi  proponiamo una lettura ragionata di quel libro, diventato, nel tempo, una specie  di compendio di slogan del liberismo da bar. Mentre invece un suo studio attento  aiuta a capire che lo Stato e le regole, per Smith, erano molto importanti. E lo  erano, perfino, le norme a tutela degli operai.

…ricorrendo alle parole di Noam Chomsky: “Tutti leggnoo solo il primo  paragrafo delle ricchezza della nazioni dove viene esaltata l’importanza e la  magnificenza della divisione del lavoro. Ma poche persone sono arrivate cento  pagine più avanti, dove Smith precisa che la divisione del lavoro distruggerà  l’anima umana rendendo le persone creature stupide ed ignoranti. Per questo in  ogni società civilizzata lo Stato deve necessariamente prendere delle misure in  modo tale da prevenire che la divisione del lavoro raggiunga i suoi limiti”.

Ed è in questo primo libro che Smith attacca, fortemente, le “Caste”. Vengono ripetutamente criticati quei politici o individui che grazie  alla loro influenza (politica ed economica) riescono a manipolare il  funzionamento del governo per poterne trarre un proprio vantaggio a scapito  dell’interesse della comunità. Viene precisato come l’interesse della comunità  deve necessariamente essere garantito dallo Stato e come associazioni quali  oligopoli, banchieri internazionali, trade unions possano ostacolare l’interesse  comune. Queste “istituzioni” che operano in un mercato comune, secondo Smith,  nei loro incontri pianificano delle cospirazione contro la collettività, e  questo il più delle volte attraverso l’aumento del prezzo dei beni che  producono. Quello che viene proposto contro queste lobby, sono delle dure leggi  per riportare all’interno del mercato giustizia e libertà. È evidente l’utilità  di questa riflessione per capire ciò che succede oggi giorno nel mercato delle  materie prime, in assoluto nel mercato del grano, regolato da grandi lobby o più  esattamente oligopoli. È importante ricordare che nel caso della Compagnia  inglese delle Indie orientali, cioè di una società privata che aveva conseguito  un dominio monopolistico sul proprio mercato, Smith si dichiarò a favore del  controllo pubblico.

Pensando alla Cina e alla Germania sentite cosa diceva Smith… (…) Le politiche dei mercantilisti erano orientate verso forti esportazioni e  poche importazioni, questo per garantire un saldo attivo nelle casse dello  Stato. Smith critica apertamente queste politiche economiche poiché favorendo  solo le esportazioni, quello che si va a creare è una restrizione del mercato  generale.

È in questo volume, più precisamente all’interno del secondo  capitolo che compare, per la seconda volta, il concetto della mano invisibile  (la prima volta venne citato nella Teoria dei sentimenti morali). Si può  ritenere che la mano invisibile (o la mano della Provvidenza) discenda  direttamente dall’individualismo-illuministico settecentesco: «Non è dalla  benevolenza del macellaio, del birraio o del fornaio – dice Smith – che ci  aspettiamo il nostro desinare, ma dalla considerazione del loro personale  interesse. Non ci rivolgiamo alla loro umanità ma al loro egoismo (self-love), e  parliamo dei loro vantaggi, e mai delle loro necessità».  E ancora: ciascun  individuo impiegando il proprio capitale in modo da dare il massimo valore al  suo prodotto «mira soltanto al proprio guadagno» ed «è condotto da una mano  invisibile a promuovere un fine che non entrava nelle sue intenzioni».

Secondo Amartya Sen, premio nobel per l’Economia nel 1998,  questo è stato uno dei passi più abusati della teoria smitthiana. Il Premio  Nobel e docente di Harvard, fa notare come nel pensiero di Smith lo scambio, è  si un beneficio per il funzionamento del mercato, ma anche come la ricerca del  solo interesse personale non sia utile per il beneficio della società. Infatti, analizzando la Teoria dei Sentimenti Morali in una sua pubblicazione,  Sen fa notare, come Smith nel libro precisi che la prudenza sia la virtù più  utile all’individuo ma anche che “l’umanità, la giustizia, la generosità e lo  spirito pubblico (public spirit) sono le qualità più utili per gli altri”. Secondo la rivisitazione di Sen del pensiero di Adam Smith: «Un’economia di  mercato per essere di successo richiede diversi valori che includono la fiducia  reciproca e la fiducia nell’altro».

Agli albori di Icebergfinanza scrissi un post dal titolo LamoraledellafavolaEconomia, Etica e il fenomeno subprime…

Adam Smith nel suo capolavoro dal nome “La Ricchezza delle nazioni” scolpisce una frase che diventerà la memoria fossile della scienza economica moderna.“Non è dalla benevolenza del macellaio, del birraio o del fornaio che ci aspettiamo il nostro desinare, ma dalla considerazione che questi hanno per il proprio interesse personale. Non ci rivolgiamo alla loro umanità, ma al loro egoismo, e ad essi parliamo dei loro vantaggi e non delle nostre necessità “.

La potenza della “Mano invisibile” l’atteggiamento autointeressato dell’individuo singolo, delle società, si trasforma in un beneficio indiretto a favore della collettività e dell’individuo stesso.

“Non è dalla benevolenza dei prestatori o dei mediatori di ipoteca che ci aspettiamo la possibilità di accedere al sogno della vita, ovvero l’acquisto di una casa, ma dal fatto che essi hanno cura del proprio interesse…..”

Secondo quanto scrive Armatya Sen, nel suo libro “Etica ed economia “ è cosa alquanto ironica che questo “particolare godimento” sia stato attribuito allo stesso Smith dai suoi troppo entusiastici ammiratori, che hanno fatto di lui il “guru” dell’interesse personale, in contrasto con ciò che egli ha veramente detto.

Non vi è alcun ombra di dubbio che la possibilità concessa a larga parte della popolazione americana con redditi e disponibilità mediamente insufficienti che diversamente non avrebbe mai potuto accedere alla realizzazione del “Grande sogno americano” può essere considerata come una buona intenzione che si incammina verso l’ignoto.

L’ingegneria finanziaria e in questo caso ipotecaria, ha permesso a coloro che non si qualificavano per i prestiti cosiddetti “prime” l’accesso a formule quantomeno ibride che presupponevano tassi di partenza ai minimi storici ma un premio oneroso da pagare sotto forma di un più alto tasso applicato.

Ovviamente non di tutta un’erba si può farne un fascio. L’innovazione del cosiddetto “fenomeno subprime” prende le sue radici dalla legge Community Reinvestment Act, ovvero la normativa che disciplina l’erogazione di servizi da parte degli istituti di credito anche ai clienti con fasce di reddito più basse. Il Cra, come è più comunemente nota la disciplina, è stato introdotto nel 1977 e ha prodotto alcuni “indubbi benefici”, a partire dal maggior numero di possessori di case rispetto al passato.

Ovviamente come spesso talvolta accadde la bontà dello strumento, della normativa viene annacquata dall’uso e dalle intenzioni di chi la mette in pratica.

Aristotele nella sua “Etica Nicomachea” che abbiamo spesso richiamato in questo blog rispetto al fine di raggiungere il “bene umano” evidenziava come “ certo esso è desiderabile anche quando riguarda una sola persona, ma è più bello e più divino se riguarda un popolo e le città”.

Ovviamente queste splendide parole assumono un sapore amaro di fronte all’applicazione teorica della CRA nel contesto di ciò che stà avvenendo particolarmente in alcuni stati americani ed alla sua popolazione.

Ma la morale della favola stà sempre in un principio unico, che si ripete nei tempi indissolubile.

L’egoismo del singolo, non porterà mai al benessere della società, l’economia e la finanza senza etica, o valori sono scienze realmente tristi, non tanto per i loro contenuti, per la loro utilità, quanto per quelli che sono i risultati finali, conseguenza di un uso edonistico.

La teoria economica dominante identifica la razionalità del comportamento umano con la massimizzazione dell’interesse personale.

Se qualcuno di voi si ricorda ne abbiamo già parlato a proposito della CSR, Responsabilità Sociale dell’Impresa, ovvero la nascita di una responsabilità aziendale che all’interno delle strategie imprenditoriali tiene in considerazione la gestione di problematiche etiche e sociali, tutto il contrario quindi del pensiero dominante di Milton Friedman, secondo il quale i manager devono operare nell’interesse esclusivo degli azionisti e non risolvere problemi sociali con i soldi degli altri.

Amartya Sen, invece richiama il distacco che è avvenuto tra l’economia e l’etica, secondo il quale è sorprendente il carattere consapevolmente “non etico” dell’economia moderna e l’evoluzione di questa disciplina in gran parte quale derivato dell’etica.

Come abbiamo visto spesso in passato, Adam Smith, è stato principalmente un professore di Filosofia Morale all’Università di Glasgow, che ha scritto la “Teoria dei sentimenti morali” il suo primo saggio, un’opera che attira l’attenzione del filosofo Hume e quella di molti studenti dell’epoca che raggiungono Glasgow attirati dall’idea di assistere alle sue lezioni e diventa uno degli argomenti di conversazione preferiti dell’epoca.

Seguendo l’approccio basato sui sentimenti, Adam Smith descrive nella Teoria dei sentimenti morali appunto, un sistema morale fondato sul principio di simpatia che comporta l’immedesimazione nelle passioni e nei sentimenti altrui e che differisce dalla benevolenza e dall’ altruismo pur non sostituendosi all’egoismo.

Per simpatia, sentimento innato nell’uomo, va intesa la capacità di identificarsi nell’altro, la capacità di mettersi al posto dell’altro e a comprenderne i sentimenti in modo da potere ottenere l’apprezzamento e l’approvazione altrui.

Da questo sentimento gli individui deducono regole morali di comportamento.

La coscienza morale non è allora un principio razionale interiore, ma, scaturendo dal rapporto simpatetico che l’uomo ha con gli altri uomini, presenta un carattere prevalentemente sociale e intersoggettivo. (http://it.wikipedia.org/wiki/Adam_Smith)

In sostanza ciò, evidenzia come lo stesso Adam Smith ritenesse l’interesse personale come frutto di quella “prudenza” che presuppone un interessamento all’altro, che si immedesima nelle sue passioni o nei suoi sentimenti.

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12 commenti Commenta
idiocrazia
Scritto il 22 settembre 2012 at 15:14

Complimenti per l’articolo Andrea forse è quello che mi è piaciuto di più da quando ti leggo.

Giuseppe

sd
Scritto il 22 settembre 2012 at 21:32

Buona sera

Anche se abbastanza tecnico l’articolo mi è piaciuto moltissimo.

Ma un piccolo commento vorrei farlo; intanto che i potenti e gli esperti di economia discutono di quale modello sia migliore, vorrei far notare che ci sono milioni di persone ( e nel mondo miliardi) che stanno subendo (ed in molti casi morendo) le conseguenze di queste “fantomatiche” teorie. Forse se cercassero nelle loro coscienze invece che nei “manuali” di economia troverebbero la soluzione del problema !!!!!!!!!
Tanti auguri a loro, non vorrei essere nei loro panni, io non sopporterei di sterminare milioni di persone in nome di un ideologia.
Ognuno si assuma le proprie responsabilità morali e storiche delle proprie scelte.

Vi allego due articoli interessanti anche se non hanno molti legami con l’articolo del Capitano:

http://www.usemlab.com/index.php?option=com_content&view=article&id=896:soluzione-italia&catid=39:politiche-economiche&Itemid=176

http://www.eugeniobenetazzo.com/non-fermiamo-il-declino.htm

SD

ilcuculo
Scritto il 23 settembre 2012 at 10:16

Andrea,

non sarò politically correct…

estendendo il concetto del pascolo e delle pecore a tutto il pianeta arriviamo al problema demografico.

Ci sono popolazioni che da almeno 30 anni stanno crescendo in modo incontrollato mettendo a rischio la sostenibilità planetaria.

I grandi saccheggiatori del pianeta hanno da tempo intrapreso una strada demografica volta alla crescita zero, e purtroppo a volte sottozero.

Ci si lamenta che la foresta amazzonica viene progressivamente distrutta, la foresta amazzonica è un bene planetario perchè da’ ossigeno a tutto il pianeta, ma in un paese che è passato da 100 a 200 milioni di abitanti in 40 anni la deforestazione è una necessità per sfamare la nuova popolazione.

L’africa oggi brulica di lungimiranti Cinesi che si stanno accaparrando le risorse necessarie per lo sviluppo “west style” di 1.300.000.000 di individui. (almeno i brasiliani deforestano a casa loro)

Certo moralmente sembra più “colpevole” il benestante cittadino americano che brucia futilmente un oceano di benzina sul suo SUV da 5000cc ma la pianeta fanno più danno i milioni di nuovi abitanti che ogni anno cercano di accedere alle risorse comuni.

Il numero di pecore che può accedere al pascolo senza inaridirlo definitivamente è limitato e questo è il primo limeite da fissare , poi definiremo le regole di accesso all’erba.

icebergfinanza
Scritto il 23 settembre 2012 at 20:50

ilcuculo@finanza,

Altrettanto politically non molto correct caro Cuculo, stiamo qui a prenderci per il culo!

Quando parli di Amazzonia o Africa o Cina hai idea di che superficie stiamo parlando. Stai forse raccontandomi che stanno disboscando l’Amazzonia per sfamare il popolo brasiliano, ho capito bene.

Sarò breve, se nel pascolo in mezzo alle pecore ci stanno i lupi o qualche pecora è avida o obesa, prima si eliminano fisicamente i lupi e poi si fa fare la cura dimagrante alle pecore obese, con le buone prima e poi con le cattive.

Scusatemi se non sono politically correct … ma se proseguo sull’argomento rischio di incazzarmi!

Andrea

alessandroecristina
Scritto il 23 settembre 2012 at 22:45

questo e’ l’andrea che ci piace!E’ la luce che non sta sotto il moggio e che INCENDIA TUTTO! :D

dorf001
Scritto il 23 settembre 2012 at 23:08

a proposito di lupi. e di ammazzare quelli cattivi e pericolosi. guardate un vero uomo coraggioso e onesto. e guarda caso se ne intende di lupi. esendo lui abruzzese. eccolo qui il video. http://www.youtube.com/watch?v=IAZERsCW3wI&playnext=1&list=PLFA2BA4ECF3B67240&feature=results_main

by DORF

dorf001
Scritto il 23 settembre 2012 at 23:46

Tutti servi di Monti

leggi qua. http://www.associazionelatorre.com/2012/09/tutti-servi-di-monti/

CIAO DORF

ilcuculo
Scritto il 24 settembre 2012 at 13:21

icebergfinanza,

Non è un problema di lupi, che semmai riducono il numero delle pecore, ne di pecore obese, è proprio che oltre un certo limite il pascolo non nutre più ne le pecore aggiunte ne quelle che c’erano prima.

Certo possiamo avere pecore morigerate ma non basta comunque .

Qual’è lo scopo dell’approccio più siamo meglio è? Esistono evidenti limiti di popolazione in qualsiasi ecosistema , quando si superano l’ecosistema va incontro a mutamenti di tipo catastrofico (leggi repentii e incontrollabili).

SU questo punto ci si può anche incazzare ma ma il percorso è chiaro.

Fino ad una certa popolazione il pascolo nutre (bene) tutte le pecore e si autosostiene.
Oltre lo si deve sovrasfruttare e si ottiene l’effetto “depletion”
Oltre il sistema collassa il pascolo si desertifica.

mozzo
Scritto il 25 settembre 2012 at 09:49

Ma siamo pronti per il bene comune?
L’aria, l’ambiente sono un bene comune…. mi chiedo ma al’Ilva di Taranto (per fare un esempio) doveva svegliarsi un magistrato? Dove sono stati i politici, i sindacati, gli operainegli ultimi 20 anni? A forse ragione Smith “… la divisione del lavoro distruggerà l’anima umana rendendo le persone creature stupide ed ignoranti…”
Ma in questo caso di chi è la colpa dei lupi (proprietà) delle pecore obese (sindacati) o delle stesse pecore (operai)?

Si parla di democrazia partecipativa ma siamo pronti? Il macellaio, il birraio e il fornaio sono egoisti e parlano solo dei loro vantaggi, ma i loro dipendenti sarebbero pronti alla democrazia partecipativa oppure sono egoisti e parlano solo dei loro vantaggi “approfitando” della loro democratica partecipazione?

A mio avviso non siamo culturalmente pronti perchè l’obbiettivo comune (questo si) è quello di fragare il prossimo…..

icebergfinanza
Scritto il 25 settembre 2012 at 10:04

mozzo@finanza,

Ecco perchè una rivoluzione parte dalle future giovani generazioni quelle atuali sono perse impresentabili!

mozzo
Scritto il 25 settembre 2012 at 11:37

icebergfinanza,

però hai nostri figli che sono in fila per prendere il pulmann gli diciamo : ” Fatti furbo vai avanti non rispettare la fila…” oppure il bambino a scuola più bravo viene definito in modo dispregiativo secchione!

ce nè di lavoro da fare!

icebergfinanza
Scritto il 25 settembre 2012 at 12:07

mozzo@finanza,

Ecco perchè loro vincono sempre…tutti si arrendono!

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