DEFLAZIONE E SINDROME GIAPPONESE: UN SOGNO LUNGO UN DECENNIO PERDUTO E OLTRE!

Scritto il alle 07:18 da icebergfinanza

Deflazione, deflazione, deflazione, one, one, one….. come un eco lontano che proviene dalla notte dei tempi, un eco profondo che riporta il mondo occidentale indietro sino alla Grande Depressione unica esperienza umana prima di un lungo periodo nel quale l’inflazione è stata l’unica sensazione o realtà che ha accompagnato il mondo occidentale. sino a quella che qualcuno chiama la "Grande Moderazione".

Date un’occhiata qui sotto e capirete per quale motivo a parte la Big Depression e la Great Depressione del ’29 in America e nel mondo occidentale ben pochi conoscono o hanno sentito parlare di deflazione.

Chi segue Icebergfinanza da sempre sa per quale motivo da oltre due anni parlo di Lost Decade e di deflazione, in particolare di "Debt Deflation" dinamiche che hanno accompagnato in maniera inequivocabile ogni vicenda storica delle due depressioni e del decennio perduto giapponese.

Seguendo GoogleTrends. dove i grafici sintetizzano quante volte negli ultimi anni e con quale dinamica la parola inflation o deflation siano apparse su internet, scopriamo che sino all’alba della madre di tutte le crisi la parola deflation riposava nelle memorie …

mentre inflation……era di casa da sempre…

Ebbene come più volte sottolineato, una sindrome giapponese misteriosa ha avvolto il mondo occidentale, una sindrome che preannuncia un lento declino, una dinamica che stiamo percorrendo in tutto e per tutto, inconsapevolmente,  per avere rifiutato la lezione della storia.

Federico Rampini su Repubblica sintetizza in maniera magistrale alcuni concetti chiave che cercherò di approfondire nei prossimi giorni esplorando gli abissi della deflazione cercando di sviscerare questo incubo nascosto, evidenziandone aspetti positivi e negativi.

NEW YORK – "Il consumatore non capisce più e ha ragione. Ha appena saputo che gli incendi in Russia li pagherà lui, perché Mosca non esporta più grano. E questo provoca impennate nei prezzi di pane e pasta. La Fao ha misurato un eccezionale +12,5% a luglio nella "inflazione alimentare" planetaria. "

Tutto vero come sottolineo da tempo, nel blog, noi conviviamo da sempre con l’inflazione, generi alimentari ed energia con altri servizi, da sempre appunto sequestrano il potere di acquisto, sequestro che avviene tramite monopoli, cartelli e speculazioni che nel tempo sono assorbiti con quasi velata rassegnazione, una tassa occulta ed esoterica l’inflazione da sempre impiegata come via veloce per risolvere problematiche complesse. 

"Eppure la paura che ieri ha travolto le Borse mondiali è di segno opposto: si chiama deflazione. La banca centrale americana teme che la ripresa sia già finita. Per evitare una spirale distruttiva di debiti crescenti e prezzi in declino, gli strumenti d’emergenza che usa la Federal Reserve fanno dire all’economista Steven Blitz:

"Sembra un rematore che voga alla disperata controcorrente, mentre il fiume lo trascina verso le cascate del Niagara". (sottolineatura personale)

Di colpo tutti si mettono a studiare la storia del Giappone. Perché è l’unica nazione che ha vissuto la deflazione in epoca contemporanea, e sa di che si tratta. La sindrome di Tokyo è il leitmotiv del momento. Ne parla il presidente della Federal Reserve di Saint Louis, James Bullard: "L’America è più vicina che mai ad avvitarsi in uno scenario di tipo giapponese". Dello stesso parere è Scott Maher, gestore del portafoglio globale di Pimco, il massimo fondo obbligazionario americano: "Cresce il rischio di finire come il Giappone". Da Tokyo il numero uno locale della banca d’investimento Schroder, Genji Tsukatani, ricorda che cosa vuol dire questo paragone: il Giappone negli anni Novanta passò attraverso "un decennio perduto". Quella che sembrava una superpotenza economica destinata a conquistare il mondo, divenne una nazione senza futuro, stagnante. Per certi versi il Giappone non è mai guarito, non si è più risollevato da quella esperienza.

Difficile capire quel che ha provato il Sol levante. A differenza dei giapponesi, noi dobbiamo interrogare nonni o bisnonni: le ultime generazioni occidentali che conobbero una deflazione, negli anni Trenta della Grande Depressione. Dopo di allora l’unico pericolo noto è stata l’inflazione. Perciò fa notizia la Russia, il grano, la pasta: il prezzi che aumentano sono il male abituale, sappiamo che ci impoveriscono, riducendo il potere d’acquisto dei nostri redditi. Che male può farci invece la deflazione? Se davvero i prezzi scendono, non diventiamo automaticamente più ricchi? E’ un segno di questo disorientamento il fatto che la più grande agenzia stampa del mondo, l’Associated Press, senta il bisogno di diffondere un "glossario" a tutti i mass media che ne usano i notiziari. "Deflazione: un diffuso e prolungato calo dei pezzi di beni e servizi, dei valori delle case, dei titoli di Borsa e di ogni bene patrimoniale, associato a una caduta nei salari".

La concatenazione perversa è proprio quella che i giapponesi conobbero. Come una droga anestetizzante, la deflazione comincia col dare un ingannevole senso di benessere. I consumatori si sentono beneficiati dai cartellini dei prezzi che segnano ribassi. L’euforìa porta a una scelta perfettamente razionale: spendere meno, nell’attesa di futuri ribassi che ci renderanno ancora più "ricchi". Il segnale è micidiale per le aziende: uno sciopero dei consumi impone di fermare gli investimenti, di bloccare le assunzioni. Le imprese più deboli soccombono e licenziano. Ha inizio la spirale deflattiva sul versante dei redditi. Lungi dall’essere più ricco il consumatore vede cadere le proprie entrate. Il risparmiatore soffre per i rendimenti sempre più striminziti, perfino nulli, dei suoi Bot. Chi è indebitato, impresa o titolare di un mutuo-casa, fa una fatica superiore a ripagare i debiti in una fase di prezzi e redditi in calo. "Il peso di questi debiti  –  spiega l’economista Kenneth Rogoff che fu direttore del Fondo monetario internazionale  –  diventa un freno opprimente alla crescita".

Come apprendisti stregoni, i banchieri centrali si vedono costretti a praticare nuovi sortilegi: devono ad ogni costo "fabbricare inflazione". E’ l’esatto contrario di quel che fu per mezzo secolo il loro compito istituzionale. E’ questo operare contro-natura, che spiega la lentezza dei riflessi, la reticenza, le parole-tabù che la Fed evita di pronunciare nei suoi comunicati. Deve fare violenza a se stessa, si rende conto che oggi il pericolo non è più l’aumento dei prezzi. Ecco la chiave per spiegare ciò che la banca centrale americana sta facendo. Il tasso d’interesse direttivo lo ha già ridotto a zero, più giù di così non può andare. Per rianimare l’economia la Fed riprende quindi ad acquistare titoli pubblici, comprese le obbligazioni emesse per finanziare i mutui-casa. Quando lo fa lei, stampa moneta per acquistare titoli. Quindi la banca centrale sta generando liquidità, immette denaro nell’economia.

Ma prima della Fed questa terapia fu già sperimentata dalla Banca del Giappone, sia pure con qualche esitazione e timidezza. Risultato? Deludente. Perché in una deflazione la liquidità "è regina", nel senso che conviene tenersela: domani varrà ancora di più. Negli anni Trenta questa situazione paradossale e drammatica venne studiata dall’economista John Maynard Keynes, che coniò il termine "trappola della liquidità". Ben Bernanke attento!, sembra ammonire la teoria di Keynes: per quanto l’attuale presidente della Fed inondi l’America di cash, non è detto che questa moneta sarà spesa, o investita per produrre e assumere, o prestata perché altri la spendano.

E’ ancora un esperto dal Giappone, l’economista Richard Jerram di Macquarie Asia, che avverte: "Quello che sta facendo la Fed sembra il replay di un film già visto, la Banca del Giappone ci provò e fallì". Ora tocca all’America percepire un senso di sgomento: che accade se la politica monetaria è impotente? L’economia Usa è stata sottoposta già a 20 mesi di terapia intensiva a base di denaro a buon mercato, con il "tasso zero" della banca centrale. Un sostegno eccezionale, dai risultati modesti. Abbiamo avuto una finta ripresa all’inizio di quest’anno, adesso sta abortendo. Per pompare liquidità nel sistema la Fed si è già gravata di titoli pubblici per una quantità abnorme. Le sole obbligazioni legate ai mutui-casa sono oltre mille miliardi, questo è il valore degli acquisiti della banca centrale americana per tenere a galla il sistema. Anche questo evoca un precedente sinistro. Il mostro delle obbligazioni legate ai mutui ha una evidente somiglianza con le banche-zombie in Giappone negli anni Novanta, tenute artificialmente in vita dai governi di Tokyo per una decade.

Ecco perchè stiamo tutti parlando e pensando giapponese, ci illudiamo di essere diversi ma come loro nascondiamo rimandando la realtà, aggiungo io!

Le vie d’uscita sembrano lontane. Barack Obama ha studiato Keynes e Franklin Roosevelt, sa che di fronte al pericolo della deflazione lo Stato dovrebbe sostituirsi alla domanda privata. Investimenti pubblici, sostegno diretto ai disoccupati, sono le vie maestre per ridare potere d’acquisto al paese. Obama è appena riuscito a strappare al Congresso, per il rotto della cuffia, 26 miliardi di dollari per i disoccupati e per tappare le falle nei bilanci degli enti locali (che licenziano a man bassa). 26 miliardi sono spiccioli in confronto a quel che sarebbe necessario. Un anno e mezzo fa, fresco di elezione, il presidente varò 787 miliardi di spesa pubblica. Oggi ce ne vorrebbero altrettanti ma il Congresso non glieli darà: si avvicinano le elezioni di novembre e con esse un’avanzata della destra repubblicana, che agita lo spettro dei deficit pubblici e della stangata fiscale. Alla spicciolata abbandonano la Casa Bianca tutti quei consiglieri economici che volevano azioni energiche per scongiurare il peggio: ultima Cristina Romer. Da qui a novembre, il presidente ha un’agenda massacrante di comizi elettorali, ma nessuna speranza di poter manovrare con decisione le leve degli investimenti pubblici. Né ha sponde che lo possano aiutare nel resto del mondo. Sull’Europa Obama non ha mai fatto affidamento. Restava la Cina, ma il governo di Pechino è costretto a frenare la sua crescita. Perché il rischio deflazione in Occidente convive perfettamente con lo scenario opposto a Oriente, cioè le bolle speculative e le fiammate sui prezzi. E’ la beffa suprema: l’esondazione di cash che viene creata dalla banca centrale americana, anziché curare gli Stati Uniti va ad alimentare l’inflazione in quella parte del mondo che cresce perfino troppo.

Sul  Sole24Ore invece Richard Koo uno dei massimi esperti del "decennio perduto" sottolinea come siamo ancora in tempo per evitare la sindrome giapponese anche se non condivido in parte il suo pensiero!

«Non importa quanto la Fed prometta di tener bassi i tassi. Famiglie e business che soffrono per un eccesso di debito non possono trarne vantaggio finché non porranno rimedio alla situazione patrimoniale ed elimineranno l’eccesso di debito che grava su di loro». Vale il concetto da lui coniato di «recessione da balance-sheet», diversa da quelle ordinarie: determinata dal declino dei prezzi degli asset, paralizza i prestatori e gli assuntori di debito e non può essere curata dalla politica monetaria, neanche se questa fissasse target su prezzi e inflazione.
Koo scuote la testa davanti agli umori del Congresso: «Politici e media concentreranno sempre l’attenzione sui più piccoli segni di titubanza delle banche a prestare. La causa primaria dei problemi è l’insufficiente richiesta di prestiti, anche a tassi favorevoli, legata alla volontà di ridurre gli indebitamenti». Il presidente della Fed ha dichiarato che il governo dovrebbe prendere in considerazione l’idea di iniettare più capitale nelle banche medie e piccole, ma i politici «non hanno dimenticato quanto sia stata impopolare il salvataggio da 700 miliardi di dollari delle grandi banche». Eppure «il Giappone ha potuto superare il suo credit crunch solo con due grandi infusioni di capitale, nel marzo 1998 e nel marzo 1999: gli Usa potrebbero dover ricorrere a una misura simile», sottolinea Koo, secondo il quale, in alternativa, la Fed potrebbe considerare di acquistare debito subordinato delle banche, come deciso dalla Boj dopo il collasso Lehman.

No basta liquidità immessa per sostenere il sistema finanziario basta liquidità imessa per sostenere autentici zombie finanziarie che continuano a succhiare linfa vitale all’economia reale. Come ho sottolineato più volte è giunto il tempo di nazionalizzare, l’esperienza nordica anche se ormai potrebbe essere troppo tardi, l’esperienza della crisi Nordica, è una stella polare che per troppo tempo si è voluta ignorare. Bisogna nazionalizzare, togliere le mele marce dal cestino per lasciare le società sane ricostruire la fiducia nel mercato.

Concludo dando appuntamento ai prossimi giorni per un approfondimento ulteriore e significativo, ricordando che il nostro veliero, il nostro blog e stracolmo di riferimenti al decennio perduto alla deflazione, alla debt deflation, alle dinamiche che hanno accompagnato l’economia negli ultimi tempi, come un sogno lontano o meglio un incubo sempre più incompreso, basta avere la pazienza di voler cercare. Tutto è liberamente a disposizione.

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6 commenti Commenta
utente anonimo
Scritto il 13 agosto 2010 at 10:17

Vi leggo ma ci capisco poco siete troppo tecnici troppi grafici incomprensibili e anche i commenti hanno poco buonsenso ma me sembra da buon ignorante che basterebbe riportare il lavoro qui fregandosene della globalizzazione apprezzando la nostra inventiva e manualità dalle ns città sparirebbero g'affittasi com'era del resto una decina d'anni quando in ogni scantinato c'era un'artigiano il soldo girava e girava perchè c'era lavoro dal più piccolo al più grande c'era ottimismo si valorizzavano i ns prodotti possibile che per produrre una mastella di plastica si debba andare in vietnam per produrre una maglietta si debba andare in cina senza parlare di una semplice sedia e chi se ne frega se il grano russo brucia abbiamo il nostro o dobbiamo far morire di fame gl'agricoltori…. senza parlare di tecnologia suvvia nn siamo capaci di fare un telefonino noi la patria del marconi e la fiat nn è capace di fare un suv come si deve?? è ora che ci vergogniamo di blaterare, fatti ci vogliono  è ora i finirla riportiamo qui il lavoro insegniamo ai giovani a lavorare altro che decade giapponesi e astruse ipotesi … ci vuole lavoro ….la gente nn spende perchè nn lavora altro che deflazioni e dinamiche varie…saluti Giorgio

utente anonimo
Scritto il 13 agosto 2010 at 10:57

Bellissimo post.Non credo sia ancora troppo tardi per una soluzione scandinava.Però, finchè non soffriranno i conti delle Corporate, che, ad oggi, vanno a gonfie vele, la vedo improbabile.Tutto diverrà possibile solo in caso di una seria breccia nell'economia cinese. Solo allora, forse, sarà il tempo del coraggio…graziesalutiazimut72

Scritto il 13 agosto 2010 at 12:37

Caro Giorgio in questi due anni ho cercato di semplificare il più possibile concetti che non vanno necessariamente banalizzati anche le la soluzione e piu semplice di quello che si crede ma qualche illuminato ama renderla complessa nella teoria della falsificazione tanto cara a Karl Popper Cosa che vedremo meglio nel mio libro . Per il resto nel prossimo post userò la tecnica della metafora per esplorare la deflazione nella maniera più chiara e limpida possibile Ps i grafici sono piu immediati di mille parole inoltre alle volte uno sforzo in più per una maggior consapevolezza non guasta mai Andrea

utente anonimo
Scritto il 13 agosto 2010 at 21:03

Usa: sale a 69.6 la Fiducia Michigan
Usa: prezzi al consumo +0.3% a luglio
Usa: vendite al dettaglio +0.4%
Usa: scorte magazzino in rialzo +0.3% a giugno

dati che non indicano niente servono x tenere a galla ancora x un po’il sitema
che è sovradimensionato in tutte le sue componenti beni immobili beni industriali utili e futili di un buon 30%…il problema è il lavoo come dice giorgio. ma bisogna porsi la domanda di quale lavoro creare in quali settori.non serve fare auto o mastelle di plastica in italia.serve invece creare un sistema economico e sociale equilibrato legato alla’ambiente alle conoscenze econ forti legami comunitari.magari si legga alla voce elinor ostrom

utente anonimo
Scritto il 14 agosto 2010 at 12:18

Il fallimento individuale all'internodi un sistema corrisponde ad una rigenerazione del sistema.Evitare i fallimenti è come accendere fuoco buttando benzina sul cemeneto.Non esiste valore sottostante, la riccezza non è mantenuta da valore.Tutto è destinato a crollare.Il problema è strutturale.L'interventismo della politica e delle banche centrali ha creato un mercato pilotato.Il moralismo stupido che ci fa pensare che non bisogna soffrire per ottenere qualche cosa.BISOGNA PASSARE DAL FALLIMENTO.Ogni volta che alimentiamo aziende marce come fiat impediremo la crescita di nuove aziende sane. Il mercato è ingessato per l'ingerenza della politica. Nessuno sarà così onesto da lasciare il mercato libro di trovare i suoi equilibri.Ecco perchè si toccherà il fallimento. Un evento che ci obbligherà a cambiare.Sono d'accordo con te Andrea sulla deflazione, un film già visto.Ma attenzione perchè dietro l'angolo il valore del denaro si è sempre più separato da un controvalore reale.Vogliono infonderci fiducia perchè se la gente si accorgesse che è solo carta, e ce n'è veramente tanta (per il momento nascosta in borsa e nei titoli), il truffone cade.Non mi stupirei di vedere deflazione con ricchezza dei titoli che corrispondono al valore sottostante, cioè MOOOLTO BASSI, e un'inflazione a 2 cifre.Per risolvere un problema ne abbiamo creato un'altro.Comunque, sono di passaggio, complimenti per il sito e i contenuti onesti, cinici e puliti.A tutti coloro che criticano la verità bollandola di catastrofismo, ricordo che il sole rimane sempre li nei millenni al di là dell'interpretazione che date della sua esistenza.La verità salterà fuori.Un SalutoPablo

Scritto il 14 agosto 2010 at 13:31

Caro Pablo è tale il livello di ingenuità e inconsapevolezza unita a una buona dose di avidità e diabolica e scientifica  ferocia che la favola del breve termine non ama alcuna responsabilità  e il fallimento non è ammesso ad un certo livello. Sono tutti cosi innamorati dalla facilità di fare soldi senza alcuna responsabilità, innebriati dall'azzardo morale che il fallimento umano e professionale sembra essere l'unica soluzione per alcuni, un po come quando all'improvviso un evento innaspettato sia esso una malattia o la scomparsa di una persona cara, ti aiuta a riscoprire il profondo significato della vita. Si socializza la sofferenza privatizzando la gioia. La deflazione è solo una dinamica attuale ed inevitabile che ci porterà verso due soluzioni finali. O esplosione del sistema o un lungo periodo di riflessione con un sensibile ridimensionamento delle aspettative di una società che ha cancellato le relazioni esaltando un mondo virtuale. Ciao Andrea

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