IL PRODOTTO INTERNO LORDO DELLA FELICITA'

Scritto il alle 02:27 da icebergfinanza

" Se è vero che gli individui in realtà, perseguono incessantemente e senza compromessi solo il loro ristretto interesse personale, allora la ricerca della giustizia verrà intralciata a ogni passo dall’opposizione di tutti coloro che abbiano qualcosa da perdere dal cambiamento proposto. Se invece gli individui, come persone sociali, hanno valori e obiettivi di più vasta portata, che includono  la comprensione per gli altri e un impegno verso norme etiche, allora la promozione della giustizia sociale non dovrà necessariamente fronteggiare un’incessante opposizione a ogni cambiamento."(…) (AmartyaSen)

Roma, 14 set. (Apcom) – Nel prodotto interno lordo bisogna includere anche l’indice della felicità o per essere esatti, "l’indice del benessere della popolazione": è una delle raccomandazioni del rapporto Stiglitz, compilato da un gruppo di studio guidato dal premio Nobel e consegnato oggi al presidente francese, Nicolas Sarkozy.

E l’inquilino dell’Eliseo oggi ha annunciato che "la Francia si batterà perché tutte le istituzioni internazionali modifichino il loro sistema statistico seguendo le raccomandazioni" del premio Nobel per l’Economia Joseph Stiglitz.

"Ormai è avviata una riflessione collettiva e non si fermerà" ha detto Sarkozy parlando all’università La Sorbona e chiamando a "un altro avvenire, un altro modello, un altro mondo", perché "è la crisi che ci obbliga".

"Nel mondo intero i cittadini pensano di essere ingannati, di essere confrontati a cifre false e peggio, a cifre manipolate". Secondo il rapporto Stiglitz "è ora che il nostro sistema statistico metta l’accento più sulla misura del benessere della popolazione che sulla produzione economica".

La commissione annovera 22 esperti capitanati dallo stesso ex capoeconomista della Banca Mondiale, era stata incaricata nel 2008 dall’Eliseo di condurre una riflessione sulla misura della crescita. Oggi, la crescita economica è misurata dal Prodotto interno lordo che riflette il livello di produzione di beni e servizi in un paese.

Gli esperti ricordano ad esempio che "I problemi di traffico possono contribuire a far crescere il Pil perché aumenta il consumo di benzina" ma non per questo ne risulta migliorata la qualità della vita; misurazioni come queste "possono condurre a una visione viziata delle tendenze economiche".

Secondo il gruppo, "Il Pil non è sbagliato in sé ma è usato in maniera sbagliata soprattutto quando è usato come un indicatore del benessere economico". Servono quindi altri indicatori collegati al Pil, che prendano in conto le attività non commerciali (opere di volontariato, la vori domestici); le condizioni di vita materiale "reddito per categoria sociale); la sanità o l’insicurezza, con una maggiore attenzione alle ineguaglianze sociali, generazionali, sessuali e culturali. La Commissione chiede anche degli indicatori che prendano in conto le questioni ambientali e la crescita delle concentrazioni di gas a effetto serra. Più difficile tecnicamente, secondo la stessa commissione, misurare la "sostenibilità".

Ma il suggerimento è quello di calcolare gli stock di capitale fisico e umano e delle risorse naturali e di valutare quando tali risorse vengano depauperate. Lo scopo finale della revisione del calcolo del Pil, è comunque metaeconomico.

Sarkozy sostiene che il mondo sia oramai intrappolato in una "religione delle cifre" e che ci sia, anche in ragione della crisi economica, una redefinizione delle priorità.

Sullo sfondo, anche se mai menzionato dal capo dell’Eliseo, il modello economico anglosassone, da molti considerato una delle cause della crisi economica internazionale.

Un’eccessiva enfasi sul Pil ha aiutato infatti – è la tesi sottostante – a propagare una visione di mercati deregolamentati come motore di una crescita economica più veloce.

"E’ stata una parte essenziale della visione dell’economia e della società, un sistema ideologico che si è diffuso nel mondo così che metterlo in discussione è sembrata un’impresa troppo enorme e nessuno fino a oggi ha tentato di farlo".

Ne abbiamo già parlato più volte, il discorso di Robert Kennedy è esemplare, in riferimento all’astratezza di un indicatore che dimentica quando di più esaltante esista nella vita di un uomo; i rapporti umani.

Carlo Stagnaro dell’ Istituto Bruno Leoni ci dice che dietro la lotta al PIL c’è molto di più:

(…)  E’ naturalmente vero che il Pil non è un indicatore perfetto: tra l’altro, non rileva quelle prestazioni che non vengono monetizzate, come i servizi domestici che i famigliari si prestano a vicenda; non dà conto delle differenze nella distribuzione della ricchezza, né dei capitali accumulati. Nulla di nuovo: sono limiti antichi e consapevolezze sempre presenti. Solo che il Pil non pretende di dire tutto: dice solo una cosa, cioè la stima di quanta ricchezza è stata generata in un paese, e lo fa dignitosamente bene. Consentire tale processo non è l’unico obiettivo della politica economica, ma senz’altro è uno degli obiettivi primari: confondere le acque non aiuta. Del resto, la crisi economica globale ci ricorda che, per quante ingiusto sia uno sviluppo ineguale, la recessione livella tutto verso il basso. Chiamarla decrescita, come fanno quelli che vogliono indorare la pillola, non la rende più felice. Né diventa più digeribile se viene colorata di verde. Per esempio, il Wwf misura la sostenibilità ambientale, e anno dopo anno conferma che, secondo i suoi criteri, in cima alla classifica c’è Cuba. Alzi la mano chi vorrebbe recepire una simile metodologia nelle scelte pubbliche.

Ugualmente preoccupante è un altro portato delle critiche al Pil: nella sua forma benevola, i soldi non fanno la felicità.

Vero: ma non ne segue che dovremmo stappare champagne se lo stipendio cala; né che il governo sappia qual è il reddito giusto per noi, e in base a ciò possa imporcelo. In fondo, c’è sempre quella rogna della preferenza dimostrata: con le loro scelte, prendendo questo e rinunciando a quello, gli individui forniscono la loro personale interpretazione di cosa sia la felicità.

Se uno decide di lavorare di più per guadagnare di più (che era lo slogan elettorale di Sarkozy) e in questo modo sacrifica il tempo libero, non possiamo far altro che dedurne che questa è la vita che gli piace vivere. Sarebbe perlomeno bizzarro che arrivasse un estraneo, sia pure un luminare come Stiglitz o un potente come Sarkozy, a spiegargli che un comportamento diverso sarebbe meglio per lui. Con rispetto parlando, lo dicesse a sua sorella."

Non mi interessa che si parli di Sarkozy, piuttosto che di Obama, che dietro vi sia un’operazione di marketing in grande stile, certo, in fondo questo è il migliore dei mondi possibili, non possiamo farci nulla, secondo il pensiero dominante, cosi è stato e cosi sempre sarà.

Non mi importa delle metodologie, delle virgole, delle sfumature è ora che ci rendiamo conto che non esiste un indice in grado di rappresentare la felicità umana, il significato di una relazione, il valore di un sorriso, di un abbraccio, del rispetto come non esiste un indice in grado di raccontarci la favola della crescita infinita o della recessione ventura, perchè ognuno di noi è unico e percepisce la vita a seconda della sua sensibilità.

C’‘è chi vorrebbe difendere il mercato da qualunque sensazione di sostenibilità ed etica, chi vede nella morale e nell’etica, nel sentimento e nella spiritualità, elementi di una sfera che non deve disturbare la componente economica della vita sociale.

Sino a quando la società civile si ostinerà a rinnegare la vera natura dell’uomo, la sua essenza, si ostinerà  a separare la sfera spirituale o esistenziale, la sfera morale o etica,  da quella politica o economica, allora, il progresso sarà solo e sempre il frutto della prevaricazione, uno slogan per esaltati figli di un’ideologia qualsiasi.

Non si tratta di decidere se chi sacrifica il suo tempo libero per danaro è nel giusto o se chi invece lo dedica agli altri gratuitamente è un santo, ma di trovare un minimo di sostenibilità ad un sistema che da tempo divora l’anima degli uomini in nome della massimizzazione del profitto.

Certo, si potrebbe discutere per secoli sull’importanza e l’utilità di indicatori sostanzialmente soggettivi, ma anche quella "pillola amara" di prodotto interno lordo è una sintesi della soggettività, la soggettività di un sistema che non vede altre soluzioni, non contempla altre alternative, se non quella del profitto, sempre e comunque.

 " Non è intelligente, né bello, né giusto, né virtuoso, né si comporta come dovrebbe. In breve non ci piace e anzi stiamo cominciando a detestarlo. Ma quando ci domandiamo che cosa mettere al suo posto, restiamo estremamente perplessi  " diceva Keynes a proposito del capitalismo, del libero mercato.

Sono veramente pochi quelli che hanno cercato di migliorare questo sistema, esplorando vie alternative, probabilmente non c’è alternativa a questo sistema, in fondo potrebbe funzionare meglio, purchè si smetti di separare l’etica dall’economia, purchè la finanza finisca di sequestrare la democrazia, l’economia reale ricercando sempre e solo soluzioni tecniche o regole che vengono inevitabilmente travolte dalla deriva antropologica dell’uomo.

Utopie? Ilusioni? Mi raccomando continuamo a lasciarci trasportare dalla corrente della vita, senza esserne protagonisti, senza farci mai domande, senza ricercare alternative, in fondo ci sentiamo liberi……

L’economia è fondata sul lavoro, sulla produzione, sull’innovazione, sulla ricerca, sugli investimenti, sui consumi, sul risparmio e perchè no sull’indebitamento sostenibile e quindi si tratta di trovare la formula giusta perchè tutti questi elementi possano trovare un loro equilibrio, al servizio dell’uomo e non esclusivamente del profitto.

Servono idee, competenze, cultura e una buona dose di etica che diano origine a progetti e programmi innovativi partendo dalla quotidianità, dalle realtà locali, in quanto oggi è evidente il fallimento di tutto ciò che ambisce ad accorpare, fondere, espandere, integrare realtà talvolta diverse, talmente complesse da richiedere energie e tempo che nella maggior parte dei casi non raggiungono il loro scopo, il loro obiettivo.

Ovviamente non sempre grande è sinonimo di fallimento!

Ma per rifondare quello che crediamo scomparso, dobbiamo partire dalle piccole cose di ogni giorno, dai piccoli progetti, dalle micro istituzioni, dalla cooperazione.

Per fare questo come dice Miriam Giovanzana di Altreconomia abbiamo bisogno di stare fuori dall’acquario del pensiero comune e della sua enorme forza di persuasione. Probabilmente i pesci dell’acquario pensano che quello sia l’unico mondo possibile. Noi invece sappiamo che non è così, anche se l’acqua che ci permette di vivere, quella dell’acquario appunto, e anche quella che ci tiene prigionieri.

Splendida metafora! Abbiamo bisogno di uscire dalla corrente, di risalire alle origini, alla sorgente di questo tempo, di questa economia, per proporre un nuovo modo di fare economia, senza cambiare nulla dei suoi fondamenti ma integrandola con progetti e idee che siano innovative, che ritornino alle origini della fiducia nell’uomo, nelle sue potenzialità, nella sua creatività, una fiducia non riposta esclusivamente in alcuni individui ma nella collettività, nella cooperazione.

Per gli amici, i compagni di viaggio di Roma e dintorni, l’occasione è in questa settimana, dietro l’angolo …… ALTRAECONOMIA

Rapporto sull’Altra Economia in Italia

E’ stato presentato ieri nel convegno di apertura della Festa Il primo Rapporto sull’Altra Economia in Italia. E’ possibile scaricarlo cliccando qui.

 

FESTA NAZIONALE dell'ALTRAECONOMIA 2009

Roma, 17-20 Settembre 2009, Città dell'Altraeconomia - Ex Mattatoio - Testaccio, SPETTACOLI, CONCERTI, INCONTRI, ANIMAZIONI, MOSTRA-MERCATO

Altraeconomia: la nostra New Economy - agricoltura biologica, energia pulita, commercio equo e solidale, finanza etica, turismo responsabile, riuso, riciclo, open source, ecoproduzioni

 

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18 commenti Commenta
Scritto il 19 settembre 2009 at 09:07

“L’agonia non è il momento migliore per informarsi, cosicché i saggi ritennero assolutamente inopportuno lasciare l’enciclopedia sul comodino del moribondo.
Tuttavia, il presidente del comitato dei saggi non si rassegnava all’idea che il lavoro commissionato dovesse essere totalmente inutile;…”Gli essere umani nascono, amano, lottano e muoiono”. Forse non è stato sempre così in tutte le epoche? E’ davvero necessario sapere molto di più per affrontare con cognizione di causa il progetto sempre aperto della vita buona?
La morale di questa storia è che non conviene aspettare ogni trimestre e neppure ogni secolo (e, oserei dire, nemmeno ogni millennio) le novità essenziali che modifichino le basi della riflessione etica. Tuttavia, una cosa sono i principi e ben altra la loro applicazione concreta nei singoli momenti storici. In questo senso si che conviene prendere in considerazione i cambiamenti che si verificano – e, certamente, in modo assai veloce! –nella nostra epoca.

L’individuo umano esiste in tre gradi interrelati: come individuo, come società e come specie.

Tuttavia,l’aspetto caratteristico del nostro secolo – e se non vado errato, ancor più del venturo-
È prendere coscienza del fatto che apparteniamo a una stessa specie e che L’UMANITA’ DEVE
CERCARE DI SALVARSI TUTTA INSIEME…altrimenti moriremo tutti, chi prima, chi poi.

Essere umano significa non rinuscire a capire se stessi se si trascura e s’ignora il resto dei propri simili. Un autore latino disse:”Sono umano e nulla di ciò che è umano mi è alieno”;vale a dire, rispetto al meglio e al peggio degli essere umani è possibile avere giudizi e valutazioni differenti,
ma non si può mai essere indifferenti, poiché l’umanità dell’altro chiama sempre in causa la mia….”
(F.Savater, Etica per un Figlio, Ed. Laterza)

Ciao
Valentina

utente anonimo
Scritto il 19 settembre 2009 at 12:51

aspettando il granello perfetto:

A differenza di quanto avviene con il virus del Nilo occidentale, dove 9 persone su 10 non hanno sintomi, o possono avere un lieve mal di testa o torcicollo, se si prende il Chikungunya ci si ammala”, ha dichiarato.

“La malattia può essere fatale. E’ una malattia grave”, ha aggiunto Diaz. “Non c’è vaccino”.

***
Grande sorpresa per i tedeschi: l’oro della Bundesbank si trova…negli USA, e Angela Merkel ha molte difficoltà per recuperarlo.

Scritto il 19 settembre 2009 at 13:51


L’economia è fondata sul lavoro, sulla produzione, sull’innovazione, sulla ricerca, sugli investimenti, sui consumi, sul risparmio e perchè no sull’indebitamento sostenibile e quindi si tratta di trovare la formula giusta perchè tutti questi elementi possano trovare un loro equilibrio, al servizio dell’uomo e non esclusivamente del profitto.

Semplicemente perfetto !

Il Cuculo

utente anonimo
Scritto il 19 settembre 2009 at 16:51

DEBITO
A proposito di “indebitamento sostenibile”, lo stesso Keynes ha esaminato il problema del debito pubblico proponendo ai governi un comportamento anticiclico : aumentare le spese (come tutti sanno) quando la domanda cala ed aumenta la disoccupazione e puntare a surplus di bilancio quando la congiuntura è favorevole.
Purtroppo ci si ricorda solo della prima parte.
Per quanto attiene invece alla teoria monetaria di Friedman, (che fu decisiva per stroncare l’iperinflazione degli anni 70) si basa sul concetto che è l’offerta di moneta che può stimolare l’economia ed aumentare l’occupazione, mentre la sua riduzione come detto può eliminare l’inflazione, mantenendo però neutrale l’intervento statale (bilancio in pareggio).
Gli squilibri di questa crisi hanno portato ad utilizzare entrambe le armi a disposizione (liquidità+interventi statali).
Uscirne non sarà facile, se perfino la Merkel dopo aver inserito nella costituzione che il bilancio dovrà essere in pareggio dal 2016, promette di diminuire le tasse in caso di vittoria elettorale…

utente anonimo
Scritto il 19 settembre 2009 at 17:27

DEBITO (seconda parte)
Nel 1946 il deficit postbellico USA era del 122%
nel 1956 dopo dieci anni di riduzione delle spese e senza aumentare le tasse il debito era sceso al 56%
e nel 66 era del 44%
Adesso assistiamo al fenomeno contrario: dal 41% , in base alle proiezioni del congressional budget office, salirà al 100% nel 2020.
E l’ Italia?
Se qualcuno ha coraggio… compri titoli decennali o meglio trentennali.
Come uscirne?
o calando il deficit (-spese+tasse) o con l’inflazione o con il default (parziale o totale) o con un misto di tutti e tre (più probabile).
7+

utente anonimo
Scritto il 20 settembre 2009 at 06:07

Caro 7+
stai tranquillo, l’Italia è messa meglio di quello che pensi.Secondo le proiezioni del FMI il rapporto deficit/PIL italiano tra qualche anno sarà al 120% (più o meno dove è ora) però in compagnia di Francia e Germania, mentre l’Inghilterra sarà addirittura al 180%. Quanto agli USA… se si fa un bel bilancio aggregato, siamo già oltre tali livelli…..

Quanto a decennali e trentennali sicuramente non sono da comprare. Per un altro motivo. Se dovessero salire i tassi, diciamo tra due/tre anni, verrebbe incorporata una perdita secca pari al differenziale tra i tassi praticati e quelli propri del titolo moltiplicata per gli anni mancanti alla scadenza (es: ipotetico aumento tassi del 4% con vita residua del titolo 7 anni = perdita del 28% del valore. Se volessi vendere il titolo verrebbe quotato 72 su 100).

Buona domenica
Daniele

utente anonimo
Scritto il 20 settembre 2009 at 11:05

Egregio Daniele,
sono pienamente d’accordo con la tua conclusione, tuttavia permettimi di chiarire il mio pensiero sul debito insostenibile.
Per evitare la dedt deflation e la conseguente depressione, si è deciso (G20) di riflazionare il sistema con la politica monetaria e fiscale (liquidità+aiuti statali) come suggerito dallo stesso FISHER nella sua DEBT DEFLATION THEORY.
Tuttavia rimane il problema di come uscirne se, come nel caso in esame, il debito rischia di diventare insostenibile.
Oggettivamente debiti superiori al 100% del PIL sono a rischio e fanno dire ad Obama che “non potremo intervenire un’altra volta” e spingono la Merkel ad inserire nella COSTITUZIONE l’obbligo del bilancio in pareggio dal 2016.
Quindi tanto tranquilli non lo sono neppure loro, che probabilmente guardano un tantino più lontano rispetto al nostro governo.
Cordiali saluti
7+

utente anonimo
Scritto il 20 settembre 2009 at 16:00

un video di NINO GALLONI. di 1 anno fà, ma sembra scritto ieri. compagno di scuola del vostro caro mario draghi. http://video.google.com/videoplay?docid=3304888812837582761#

eppoi, cove sono finiti i soldi??

http://www.youtube.com/watch?v=vfcWPWF6BuQ&feature=player_embedded

DORF

utente anonimo
Scritto il 20 settembre 2009 at 16:09

per chi pensa all’oro della germania. che è negli USA. amico…hai mai pensato dove è l’oro di casa nostra?? italia?? ahh ahh i 2/3 sono all’estero. inghilterra, svizzera, e usa. leggi qua.

ECONOMIA

La riserva aurea del nostro paese è di circa 2500 tonnellate
Distribuite tra via Nazionale, l’America, Londra e la Svizzera
L’oro italiano? A Manhattan
La Fed detiene parte dei lingotti

ROMA – Sono circa 2.500 le tonnellate di verghe e lingotti in oro di proprietà della Banca d’Italia, ma solo una parte riposa al sicuro nelle sorvegliatissime ‘sagrestie’ (così vengono chiamati in gergo i caveau di via Nazionale). Una gran parte della dote aurifera dell’Italia si trova infatti oltreoceano, a Manhattan. E’ qui infatti, nei sotterranei di un anonimo palazzetto di pochi piani, vicino alla sede della Federal Reserve di New York, che la banca centrale Usa custodisce la maggior parte dell’oro di sua competenza e i quantitativi che le principali potenze economiche occidentali le hanno affidato.

Anche l’Italia, come altri paesi, ha da molti anni affidato la custodia fisica di parte del proprio oro alla Federal Reserve (altri quantitativi sono immagazzinati nei forzieri della Banca d’Inghilterra e nei sotterranei della Banca dei regolamenti internazionali a Basilea). Mentre parte di quello custodito in via Nazionale è affidato alla Banca Centrale Europea.

Il fascino di Palazzo Koch, comunque, anche dal punto di vista di forziere centrale, rimane intatto. Passeggiando nelle ‘sagrestie’ del palazzo infatti, è ancora possibile imbattersi in verghe ‘fuori misura’ (il peso standard utilizzato nelle transazioni internazionali è attualmente di 12,5 chilogrammi, ma la Banca d’Italia ne conserva da 14, 16, fino ad arrivare ad una ‘magnum’ da 17 chili), con punzoni e simboli stampigliati (si possono ancora vedere, in alcuni casi, le svastiche naziste). Una sorta di galleria che, attraverso l’oro, ripercorre la storia dell’ultimo secolo.

Altri quantitativi di lingotti si trovano nei forzieri della Banca d’Inghilterra e nei sotterranei della Banca dei regolamenti internazionali a Basilea, in Svizzera. Infine, parte dell’oro custodito a Roma, in via Nazionale, è affidato alla Bce.
(1 agosto 2009)

DORF

utente anonimo
Scritto il 20 settembre 2009 at 17:33

Buona Domenica

Ho letto l’articolo privato del Capitano Andrea sulla deflazione, ottimo articolo, cosa nè pensate??
Ma nella realtà quotidiana i prezzi dei beni “necessari” stanno aumentando.

Se a qualcuno interessa leggere un libro scritto nel 1944 ed ancora attuale, che parla di Giustizia Sociale e Moneta (credo che DORF lo conosca):
http://www.signoraggio.com/signoraggio_libro_giustiziasociale.html
si può scaricare gratuitamente.

Un altro articolo interessante:
http://www.usemlab.com/index.php?option=com_content&view=article&id=377:gli-economisti-sbagliano-perche-non-tengono-conto-del-fattore-uomo-p&catid=21:scuola-austriaca-di-economia&Itemid=51

SD

utente anonimo
Scritto il 20 settembre 2009 at 18:17

ma l’oro di Dongo dov’è poi finito ? :-)

utente anonimo
Scritto il 20 settembre 2009 at 20:21

Concordo con l’analisi di Daniele, ad oggi l’Italia non è affatto il paese più indebitato.
Se si osserva l’attuale economia di molti paesi si nota chiaramente che era tutto frutto di una spaventosa esplosione delle forme di credito, che avevano infiammato i consumi.
Non credo neanche un pò, che nel giro solo qualche anno, la crisi sarà superata.
Paesi come l’Irlanda, L’Inghilterra, Spagna, Repubbliche Baltiche e Russia potrebbero rischiare di subire una decadenza stile Argentina a partire dagli anni 50′.
Per chi non se lo ricorda l’Argentina era allora l’ottava potenza economica mondiale.
Per gli USA il discorso è molto più complicato, in quanto questi mantengono ancora una rete di relazioni e interessi che non si scardinerà facilmente.
Io continuo a ripetere che la storia di questa crisi è ancora tutta da scrivere.
Duemila anni fa il centro del mondo era Roma, fino alla prima guerra mondiale il centro del mondo era l’Europa, con il suo asse Londra-Parigi.
Se riuscite a capire qual’è sarà il prossimo centro forse capirete chi governerà buona parte di questo secolo.
Per governare il mondo è necessaria una suppremazia economico-militare, ma è essenziale anche una netta predominanza culturale.

-IL Compasso-

Scritto il 20 settembre 2009 at 21:46

Forse dobbiamo cominciare ad immaginare un mondo policentrico

Scritto il 20 settembre 2009 at 22:52

Certo Fisher suggeriva la reflazione, ma non aveva idea di quello che in questa crisi, il sistema finanziario è riuscito a combinare, purtroppo non aveva alcuna idea.

Andrea

Scritto il 20 settembre 2009 at 22:54

Certo SD…..ma se in Italia i prezzi salgono è solo perchè tutto ciò è permesso dal sistema e alimentato dalla distribuzione, che sequestra la norma dinamica dei prezzi, coadiuvata nel compito da ignari, poco consapevoli e talvolta ingenui consumatori.

Andrea

utente anonimo
Scritto il 21 settembre 2009 at 00:16

Concordo pienamente Capitano Andrea #15, poco tempo fà le 100.000 Lire si sono trasformate in 100 Euro…..sempre 100 sono…sempre “una carta” è hehehe; frà qualche anno chissà cosa accadrà!!!
Comunque diverse cose sono diminuite di prezzo come i biglietti aerei e diverse altre cose “superflue”, invece le cose indispensabili ed utili ho qualche dubbio che scenderanno.

Nel settore edile, che conosco bene, i listini sono o stanno aumentando del 5% minimo e forse il prossimo anno aumenteranno di nuovo.

Un saluto

SD

utente anonimo
Scritto il 21 settembre 2009 at 01:32

Caro SD nel settore della componentistica meccanica e elettrica vi sono stati forti aumenti a inizio Settembre.
Non ho capito se trattasi di scarse scorte di magazzino, oppure la spiegazione è un’altra.
Sta di fatto che a parte per i beni voluttuari, per ciò che concerne beni e servizi io vedo delle fiammate al rialzo, che non si vedevano dagli anni ottanta.

-IL Compasso-

Scritto il 21 settembre 2009 at 08:46

E’ la solita storia, ma quanti cicli economici avete visto nella vostra vita lavorativa?

Quando c’è una frenata dell’economia si svuotano i magazzini a qualsiasi prezzo per abbassare il working capital e fare cash, a magazzini vuoti i lead time si allungano e chi vuole la merce paga il prezzo “di listino” che normalmente non viene mai applicato, e magari gli viene pure chiesto di pagare CIA visto che in molti casi le aziende sono al “make to order”, ovvero vanno in produzione apposta per coprire un ordine.

Che la congiuntura sia difficile lo sappaimo tutti, ma in questo quadro economico certe dinamiche sono normali.

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