IL RITORNO DEL CAVALLO DI TROIKA!

Scritto il alle 10:11 da icebergfinanza

Nel fine settimana, il ritorno in grande stile della troika, che suggerisce di non toccare la riforma Fornero, che suggerisce di non fare nulla, manda letterine, minaccia a senso unico, che senso ha andare a votare, cambiare i governi se poi, un manipolo di falliti eletti da nessuno, suggerisce di non fare nulla di quello che il popolo vuole…

Risulta quindi strano ascoltare il giorno dopo, lo stesso Draghi condividere il suo ottimismo su un possibile accordo tra l’Italia e l’Europa, dopo aver minacciato il governo, italiano e aizzato la speculazione, noi non interverremo mai…

Per chi non sa cosa significa troika, cosa significa ascoltare i suggerimenti di queste istituzioni, consiglio di rileggersi questo mio pezzo di qualche anno, fa, stesse dinamiche, stessa situazione…

Perché nel mondo “occidentale” governi e cittadini sono tutti così terribilmente terrorizzati dall’idea di ricevere una missione congiunta degli organismi internazionali finanziari, volta a valutare lo stato di salute dell’economia domestica e verificare l’attuazione delle misure correttive previste?

 

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Nonostante tutto quello che è successo in questi anni, la sinistra ovunque sta liquefandosi, riproponendo sempre e solo le solite, ricette, rigore e austerità anche oggi, anche in Germania e Lussemburgo è stata una valanga terrificante, la SPD in Bavierà ha perso la metà dei sostenitori, dimezza letteralmente i voti: dal 20,6% crollando al 9,6 rispetto al 2013, diventando il quinto partito e il Lussemburgo, era dal lontano 1920 che i social democratici non prendevano una simile batosta…

Se ci aggiungiamo pure che sulla Brexit non c’è alcun accordo…

… la settimana entrante si preannuncia interessante, interessante nel senso che tutte queste notizie negative potrebbero sparire in un solo istante con accordi qua e la dell’ultima ora, in America c’è Trump che non ha alcuna intenzione di veder scoppiare una crisi europea a tre settimane delle elezione di medio termine, soprattutto per quanto riguarda i mercati americani.

I rendimenti dei titoli di Stato italiani hanno raggiunto livelli difficili per il momento da superare e Fitch ha appena detto quello che probabilmente faranno a fine mese le agenzie di rating…

Fitch: revisione voto in primo trimestre 2019 “I dettagli e la messa a punto della politica fiscale rimangono un elemento chiave della nostra valutazione del rating sovrano italiano”. È quanto si legge nella nota di Fitch sul Def. Attualmente l’agenzia assegna al nostro Paese una classificazione BBB, appena due gradini sopra il livello ‘junk’, con outlook negativo. La prossima revisione del voto, ricorda Fitch, è prevista nel primo trimestre dell’anno prossimo. (Rainews)

Appunto se sono intelligenti e non hanno la coscienza sporca anche Moody’s e S&Poor’s attenderanno il primo trimestre del prossimo anno per emettere un giudizio completo, diversamente il loro scopo è un altro, nessuno può esprimere un giudizio preventivo senza osservare quali saranno gli effetti della manovra, che si presume partirà da marzo sia per quota 100 che per il reddito di cittadinanza.

Lo scenario mondiale incomincia a mostrare crepe ovunque, le bolle stanno scoppiando, resta solo l’arma del rally di fine anno agli americani.

Il Fondo monetario internazionale ha messo in guardia: i Paesi emergenti dovrebbero essere in grado di affrontare le recente turbolenze osservate nei mercati finanziari ma in uno scenario avverso rischiano di subire una fuga di capitali a un passo non visto dalla crisi del 2008 e a livelli più alti di quelli del quarto trimestre del 2011, durante il picco della crisi del debito sovrano europeo. C’è il 5% di probabilità di un simile scenario.

E’ quanto emerge dal Global Financial Stability Report, redatto nell’ambito degli Annual Meetings in corso a Bali, Indonesia. Esclusa la Cina, la fuga dei capitali potrebbe essere di 100 miliardi di dollari o più nell’arco di quattro trimestri.

Tornando per un attimo al nostro analista preferito Lacy Hunt, l’esame dello spread tra i titoli a 10 anni e quelli a 3 mesi americani, è abbastanza rivelatore. C’è la presunzione che è necessario che la curva si inverta prima che arrivi una recessione, principalmente perché sempre si sono verificate delle recessioni in queste condizioni di rendimento. Nel 1989 e nel 1999, la Fed di Greenspan ha detto che l’inversione della curva non era rilevante e che le propsettive economiche sarebbero rimaste, forti e che volete che dica Powel che sta arrivando una nuova crisi o una nuova recessione?

Questo potrebbe essere stato uno dei motivi principali per i quali la Fed non ha visto le crisi degli anni 1990-91 e  2000-01, lo sanno ma non possono dirvelo.  Anche la Fed di Bernanke ha provato a spiegare l’inversione della curva dei rendimenti prima del crollo di Lehman Brothers all’inizio della recessione del 2008, ma come sappiamo ha completamente fallito nella sua interpretazione, ma i mercati sono ingenui, perché sostanzialmente avidi, e si fidano di chi ha sempre fallito in passato, purché dica quello che vogliono sentirsi dire.

Conclude Lacy, rispolverando la nostra bussola preferita, si quella pubblicata per la prima volta nel 2013, la risposta dei responsabili politici a questo, l’eventualità è un’ipotesi, ma un tasso di interesse più elevato non sembra essere un’opzione. Dal punto di vista di un’impresa di investimento avviata nel lontano 1980, quando i rendimenti dei titoli a 30 anni erano vicini al 15%, l’attuale tasso di tesoreria a 30 anni al 3% sembra ridicolmente basso. Nel prossimo futuro, quando i rendimenti dei titoli trentennali scenderanno all’1,5%, il rendimento del 3% che si ottiene ti sembrerà generoso.

Nel frattempo dall’America arrivano le prime trimestrali delle banche, interessanti ma con qualche sinistro scricchiolio, i danni tecnici fatti dai mercati alla struttura rialzista sono rilevanti e tutti coloro che danno per morto il mercato toro obbligazionario secolare, devono fare molta attenzione…

L’opinione diffusa è che il mercato rialzista iniziato nel 1981 sia destinato a concludersi ora che è stata superata una soglia spartiacque. È questa, per esempio, l’opinione sia del guru dell’obbligazionario Bill Gross, ex CEO di PIMCO, sia del “Re dei Bond” Jeff Gundlach di DoubleLine Capital.

Rickards, autore di diversi bestseller a tema finanziario, non è d’accordo perché, sebbene i rendimenti siano saliti nettamente e i prezzi siano scesi con altrettanta forza negli ultimi mesi, un tale andamento non costituisce affatto una novità. I tassi della scadenza decennale sono saliti dal 2,4% fino al 3,6% nell’ottobre di ott anni fa e anche a febbrai 2011. A giugno dell’anno successivo valevano soltanto l’1,5%.

Un altro esempio lo offre quanto successo nel 2013. Nell’aprile di quell’anno i rendimenti sono cresciuti dall’1,67% al 3% nell’arco di otto mesi (da aprile a dicembre) prima di scendere nuovamente in area 1,67% entro la fine di gennaio 2015. In breve, nel recente passato (negli ultimi 10 anni) più volte a un tracollo del mercato obbligazionario Usa è seguito un rimbalzo.

“Per parafrasare Mark Twain”, dice l’economista e banchiere con 35 anni di esperienza alle spalle a Wall Street, le notizie della morte del mercato obbligazionario sono ‘eccessivamente esagerate’. “Il mercato dei Treasuries ha ancora spazio per crescere”.

Ora una pausa, il mese di ottobre si è rivelato estremamente rosso, come abbiamo ipotizzato, ora mancano ormai solo tre settimane alle elezioni di medio termine, la parola ai mercati, alla troika o meglio ai mercanti di morte!

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