DOHA PETROLIO: ACCORDO … NON RAGGIUNTO!

Scritto il alle 09:00 da icebergfinanza

ImmagineSe uno pensa a quanti in queste settimane hanno scommesso su un accordo fantasma a Doha non rimane che ridere come il petroliere di turno…

Non c’è l’accordo per il taglio alla produzione del petrolio: il vertice di Doha fallisce

Non arriva l’accordo dal vertice di Doha sul congelamento della produzione di petrolio. Le tensioni tra Arabia Saudita e Iran hanno prevalso sulla volontà di mettere un tetto alla produzione petrolifera nel tentativo di risollevare i prezzi del barile.   L’incontro tra i Paesi membri dell’Opec e altri grandi produttori tra cui la Russia puntava a confermare la prima intesa raggiunta a febbraio. L’obiettivo dichiarato dai membri del cartello era intervenire sui prezzi, scesi tanto da porre sotto pressione i bilanci degli stati che dipendono dall’oro nero. L’Arabia ha posto il veto su un accordo che non avesse contemplato la partecipazione anche di Teheran. Ma il governo iraniano, da poco uscito dall’embargo che per anni ha tagliato fuori il Paese dal commercio internazionale, ha sin da subito manifestato la sua piena contrarietà ad accettare alcun limite al proprio export petrolifero. Il ministro del Petrolio ha infatti evitato anche solo di partecipare al vertice, definendo nei giorni scorsi le obiezioni saudite «ridicole».

Stavo appunto parlando con quello scavezzacollo di Leonardo che mi diceva che il vertice aveva ben 61,8 % di probabilità di fallire.

Immagine

E adesso cosa accadrà? Francamente a noi non importa più di tanto, ci piace stare alla finestra ad osservare, anche se insieme agli amici di Machiavelli un’idea ce la siamo già fatta.

Come sempre loro hanno bisogno di più tempo, sai le trattative proseguono ad oltranza, forse per giugno tra una bottiglia di chanpagne e l’altra riusciamo a far salire le bollicine del petrolio a meno che l’Arabia Saudita non si metta ad aumentare la produzione di vino nero come aveva minacciato di fare se il vertice fosse fallito.

La notizia del giorno prima è questa…

La minaccia saudita agli Usa: “Non declassificate i documenti segreti sull’11 settembre”

L’Arabia Saudita sarebbe disposta a riportare in patria 750 miliardi di dollari in titoli del Tesoro ed in altre attività finanziarie americane sul mercato mondialeSe il Congresso degli Stati Uniti dovesse approvare una legge per riconoscere le possibili ed eventuali implicazioni dell’Arabia Saudita negli attentati dell’11 settembre, il paese arabo ritirerà tutti i capitali, stimati in miliardi di dollari, investiti nelle attività finanziarie statunitensi.

È questa la posizione ufficiale dell’Arabia Saudita comunicata alla Casa Bianca. L’amministrazione Obama sta cercando di bloccare l’approvazione di un disegno di legge, dal momento in cui il Ministro degli Esteri saudita, Adel al-Jubeir, ha comunicato la posizione del proprio paese.

Secondo il New York Times, Al-Juberi avrebbe anche quantificato ad Obama l’importo del denaro che l’Arabia Saudita sarebbe disposta a riportare in patria: 750 miliardi di dollari in titoli del Tesoro ed in altre attività finanziarie americane sul mercato mondiale.

Le rivelazioni sull’ultimatum dei sauditi arrivano pochi giorni dopo la paventata possibilità di declassificare le 28 pagine sugli attentati dell’11 settembre. Quelle 28 pagine potrebbero dimostrare una connessione saudita con i terroristi che pianificarono ed eseguirono gli attacchi, riscrivendo le dinamiche dell’attentato. Una decisione sull’opportunità di declassificare i documenti sarà presa entro 60 giorni.

In sostanza intanto vi diamo un avvertimento facendo fallire i negoziati di Doha e probabilmente facendo nuovamente scendere o crollare il prezzo del petrolio che a noi non costa nulla estrarre…

… e poi se ci fate girare i barili vendiamo tutti i titoli di Stato americani in nostro possesso e ce ne torniamo a casa nostra.

Immagino già la risata della Federal Reserve, pronta a ricomprarsi tutta la spazzatura americana che i sauditi dovessero mettersi a vendere, un pò quello che è successo per le vendite della Cina, anche se il mercato crede che siano passati di mano come abbiamo vistio nell’ultimo Machiavelli dalle banche centrali ai privati in mezzo mondo.

La storia non si ripete mai ma ama fare la rima, “buy the rumor sell the news” e visto che per fare un bel falò che lasci tanta cenere ci vuole qualcuno che getti benzina sul fuoco, come preannunciato sarà una settimana decisamente interessante.

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22 commenti Commenta
john_ludd
Scritto il 18 aprile 2016 at 12:33

La tabella l’hai presa da Topolino (o dal Wall Street Journal che è peggio del primo) immagino dato che i numeri sono di fantasia. Vale per tutti, se si scrive di cose che non si conoscono (e prendere la prima tabella da qualche giornale o sito blog tra 1000 ne è una spia) presto a tardi la credibilità va in cenere. Eppure ti avevo girato il link al sito di Art Berman che i calcoli li fa bene. Shale oil a 23 $, Canada poco sopra i 25$, spiega al tuo pubblico allora come fanno a perdere vagonate di soldi e pipparsi l’80% del cash flow solo per pagare gli oneri finanziari. Troppa faciloneria Mazzalai, così ti farai male.

phitio
Scritto il 18 aprile 2016 at 13:25

In effetti, Andrea, quella tabella dei costi estrattivi non ha alcun senso. Probabilmente e’ una tabella dei Best Pick, sarebbe a dire i pozzi migliori in assoluto, rappresentativi come le mosche bianche lo sono della massa di mosche nere.

Se fai la media pesata dei pozzi produttivi, scoprirai che i numeri sono molto peggiori, perfino per l’arabia.

Vorrei inoltre aggiungere la constatazione che la minaccia saudita agli USA e’ una chiara e conclamata ammissione di colpevolezza. Indipendentemente su come andra’ a finire, non andra’ a finire bene per nessuno dei due paesi.
Succedono di queste cose, quando ti metti a fare le stragi di innocenti oer i tuoi luridi interessi.

FInisce che il sangue torna fuori dai posti piu’ inaspettati e spruzza il tuo candido Kefia o la tua candida camicia di rosso davanti a tutti.

andrea357
Scritto il 18 aprile 2016 at 13:56

john_­ludd@fi­nan­za,

non capisco, nella tabella shale oil e canada vengono riportati come da te indicato. E’ stata fatto l’aggiornamento dell’immagine?

john_ludd
Scritto il 18 aprile 2016 at 14:00

phi­tio@fi­nan­za,

NO, neppure quello, è semplicemente una tabella presa senza riflettere per pubblicare un post urlato impiegandovi 2 minuti, da un qualche sito finanziario con insanabili probabili problemi di agenzia, alla John Mauldin per esempio. Per i lettori ignari, che siccome lo ha scritto Andrea allora è vero, una breve spiegazione sul perché questa volta è GROSSOLANAMENTE falso. I costi che una compagnia petrolifera sostiene sono di due tipi:
1) CAPITAL EXPEDITURES (costi per investimenti): esplorazione, acquisto dei terreni, concessioni, costruzione delle piattaforme, trivelle, macchinari per pompaggio, impianti per il trasporto, impianti per lo stoccaggio in loco, etc…
2) OPERATING COSTS (costi operativi): costi sostenuti per la sola estrazione una volta completati tutti gli impianti (in buona parte costo del personale + costi energetici + manutenzione spesata a conto economico). A questa voce vanno aggiunte le imposte anche se alcuni la omettono e la trattano a parte.
La tabella di cui sopra, almeno relativamente allo shale e alle tar sanda, esclude i costi per investimento i quali sono spesati a conto economico sotto la voce ammortamenti, che sono un valore contabile, non determina cash out (il quale è già avvenuto) calcolato secondo regole contabili che seguono standard internazionali. Tipicamente gli investimenti vengono ammortizzati in periodi molto lunghi tra 10 e 30 anni. Gli investimenti vengono finanziati da equity + bonds + linee di credito a lunga scadenza + cash flow operativo. Se quest’ultimo è debole, la società non riesce a investire in nuovi impianti e più o meno lentamente si avvia al fallimento il quale diventa rapidissimo se è talmente debole da non riuscire a pagare il costo degli interessi sui bond + linee di credito in essere. A oggi le compgnie shale si pippano 3/5 del cash flow operativo per i soli interessi !!! In Italia ogni compagnia in situazione simile si sarebbe vista chiudere le linee di credito e quindi BUM ! Cosa che peraltro sta accadendo negli States e nel medio periodo il deficit a stalle e strisce esploderà di nuovo ben oltre il trilione con le conseguenze ovvie a tutti tranne che ai pasdaran del dollaro.
Tanto tempo fa, prima del picco del “cheap oil” i costi per investimento erano inferiori a quelli operativi (il che determinava un elevatissimo EROEI), oggi è il contrario, compresa una quota crescente del petrolio OPEC in quanto i loro campi sono pressurizzati. Questo grafico pubblicato dal professor James Hamilton, indiscussa autorità mondiale, illustra bene la situazione:

http://econbrowser.com/archives/2014/01/big-oil-companies-spending-more-and-producing-less

Sul sito di Art Berman ci sono molti post con una dettagliata spaccatura dei costi sostenuti dalle compagnie oil&gas (il GAS è importante e la situazione negli States è orrenda), basta leggerseli se uno vuole dire la sua sui costi dell’energia, altrimenti se si vuole cimentare lo stesso, accetta di essere solo uno dei tanti cioccapiatti che infesta la rete con informazione raffazzonata e tendenziosa… cosa che NON mi aspetto accada da Mazzalai.

john_ludd
Scritto il 18 aprile 2016 at 14:04

john_­ludd@fi­nan­za,

sorry John sono 4/5 e non 3/5 del cash flow operativo …

questo è come si deve scrivere un post sull’energia:

http://www.artberman.com/the-crude-oil-export-ban-what-me-worry-about-peak-oil/

john_ludd
Scritto il 18 aprile 2016 at 14:06

an­drea357@fi­nan­zaon­li­ne,

il costo complessivo del tight oil e delle tar sands sta tra 75 e 100 e passa dollari di cui gran parte sono costi per investimenti, specie per le tar sands per estrarre le quali bisogna sventrare una regione e si spende una unità di energia ogni 3 o 4 estratte.

ndf
Scritto il 18 aprile 2016 at 14:32

john_ludd@finanza,

“Cosa che peraltro sta accadendo negli States e nel medio periodo il deficit a stalle e strisce esploderà di nuovo ben oltre il trilione con le conseguenze ovvie a tutti tranne che ai pasdaran del dollaro.”

Non posso contraddire il tuo ragionamento ma dato che in Italia abbiamo L’EURO penso che sicuramene questo collasserà prima del dollaro per cui…….è sempre lo stesso discorso, la traiettoria del DOLLARO rimane più lunga.

john_ludd
Scritto il 18 aprile 2016 at 14:39

ndf@​finanza,

Mi viene da pensare alla variazione di un celebre film, tra i migliori degli ultimi 25 anni. C’è un tale che sta precipitando da un grattacielo, è a 100 metri dal suolo quando vede uno che sta precipitando dal palazzo di fianco ed è a 50 metri dal suolo … e giù a ridere, guada quello che tra 50 metri si sfracella. Sono soddisfazioni.

ndf
Scritto il 18 aprile 2016 at 14:58

john_ludd@finanza:
[email protected]​finanza,

Mi viene da pensare alla variazione di un celebre film, tra i migliori degli ultimi 25 anni. C’è un tale che sta precipitando da un grattacielo, è a 100 metri dal suolo quando vede uno che sta precipitando dal palazzo di fianco ed è a 50 metri dal suolo … e giù a ridere, guada quello che tra 50 metri si sfracella. Sono soddisfazioni.

Hai nuovamente ragione ma per quanto negativa possa essere la mia visione prospettica per il futuro cerco di tirare a campare il più a lungo possibile e mi sembra una cosa mooooolto sensata.
Il giorno che deciderò di collassare finanziariamente perché avrò la certezza che il baratro è alle porte, non aspetterò la fine né dell’euro né del dollaro e seguirò da subito le orme del Conte Mascetti.

icebergfinanza
Scritto il 18 aprile 2016 at 15:39

john_­ludd@fi­nan­za,

Consiglio sempre di entrare in punta dei piedi in casa altrui … soprattutto nell’esprimersi!
Se proprio vuoi traduci per i lettori di Icebergfinanza questo articolo che ho letto tempo fa…
http://oilprice.com/Energy/Crude-Oil/The-Biggest-Red-Herring-In-US-Shale.html

gnutim
Scritto il 18 aprile 2016 at 15:51

john_­ludd@fi­nan­za,

quel film è “i magnifici 7” lo conosco a memoria, è da vedere su youtube, l’attore che raccontava la storia deve essere Steve MCQeen e diceva: “per ora va bene, per ora va bene….”

john_ludd
Scritto il 18 aprile 2016 at 16:03

ice­berg­fi­nan­za,

scusami tanto ma perché pubblichi una tabella con numeri sballati e poi citi la fonte giusta dove sono calcolati i costi operativi e il capex (capital expeditures) da cui si evince che le migliori compagnie shale PERDONO vagonate di quattrini ai prezzi attuali ? I tuoi lettori non sono nè devono essere esperti del settore, gli basta una breve nota, ma la tabella del post di oggi fornisce il messaggio opposto. Mi scuso per i toni ma non ti puoi permettere errori di questa natura. Inoltre, e dal post di Berman non traspare direttamente ma solo indirettamente, aggiungo qualcosa di molto importante. Il prezzo Brent o Wti che leggete è un benchmark, non è il prezzo cui viene scambiato petrolio fisico. Ci sono decine di tipi di petrolio a seconda della densità, contenuto di zolfo etc… e il prezzo dipende da quanto quel greggio è ricercato. In nord america le raffinerie sono state progettate per petrolio più denso di quello prodotto nei campi shale e quindi lo shale spunta prezzi più bassi del benchmark Wti, anche molto più bassi. Questa è la ragione per cui è stato eliminato il divieto a esportare, non perchè c’è troppo petrolio ma perchè quello shale viene venduto a prezzi più bassi di quello importato: è un arbitraggio, peraltro fallito in quanto i costi di trasporto non ne giustificano la vendita oltre oceano. Le tar sands non producono neppure petrolio ma un assimilato ultra viscoso e tossico che viene venduto sul mercato con sconti anche del 50% sul Wti. Una situazione analoga avviene per il gas naturale, dove il costo di produzione è in media 3 volte il prezzo di costo. Tutto questo non può continuare e avrà ripercussioni di natura non solo economica ma geopolitica come lo stesso Berman e altri ancora più autorevoli come Patzek scrivono da tempo. Se l’euro è ormai solo un fantoccio utile solo a dirottare flussi finanziari verso il dollaro, il dollaro e l’economia americana sono uno zombie.

john_ludd
Scritto il 18 aprile 2016 at 16:05

gnu­tim@fi­nan­za,

No, è “l’odio”.

dante5
Scritto il 18 aprile 2016 at 16:25

gnutim@finanza:
john_­[email protected]­nan­za,

quel film è “i magnifici 7″ lo conosco a memoria, è da vedere su youtube, l’attore che raccontava la storia deve essere Steve MCQeen e diceva: “per ora va bene, per ora va bene….”

e è “I Magnifici Sette”, in cui effettivamente c’è Steve McQueen, è del 1960 e non degli ultimi 25 anni…peraltro, non mi ricordo la battuta. Quando viene detta? E ha senso parlare di grattacieli in un film ambientato in un villaggio di peones nell’800?

john_ludd
Scritto il 18 aprile 2016 at 18:29

dan­te5@fi­nan­za,

non lo hai visto ?

https://www.youtube.com/watch?v=8j4OnLux6BM

è un capolavoro

phitio
Scritto il 19 aprile 2016 at 11:49

john_ludd@finanza,

li avevo visti quei grafici

Insomma, in soldoni, lo stesso trucco che usano i nuclearisti, ti fanno vedere il costo a KWh delle centrali nucleari e fanno i ganzi a compararli con quelli delle rinnovabili, calcoli fatti senza includere i costi di costruzione e smantellamento centrali e custodia delle scorie, praticamente un buon 80% dei costi.

phitio
Scritto il 19 aprile 2016 at 11:58

In effetti, John, non si parla mai abbastanza di questi benchmark (WTI, Brent) per quello che sono, dei semplicei prezzi di riferimento di ben precise qualita’ di petrolio. Sarebbe da fare un nuovo prezzario che includa i costi di trasformazione e stoccaggio per categorie piu’ ristrette di idrocarburi, in modo da dare un prezzo di riferimento per unita’ termica di ciascuna categoria

In effetti e’ inutile che midicano che il canada estrae 4 milioni di barili al gionro dalle tar sands (numero a caso) se poi finanziariamente vale la meta’ del WTI ed energeticamente ne vale un quarto… C’e’ pochissima chiarezza in questo campo.

john_ludd
Scritto il 19 aprile 2016 at 12:37

phi­tio@fi­nan­za,

in realtà è chiarissimo, tutte le informazioni sono disponibili, gratis per di più. Il problema semmai sta da un lato nella complessità della materia e dall’altro nel desiderio della maggior parte delle persone di voler comprendere la materia senza capire che deve dedicargli una grande quantità del proprio tempo. Questo peraltro è il modo tipico di funzionare del nostro cervello che non può ammettere di essere circondato da barriere altissime che non può superare, quindi semplifica in modo infantile e con questo svilisce la complessità che lo circonda al proprio livello. Senza ricorrere alle neuroscienze, l’analisi comportamentale fornisce la chiave di lettura di come prendiamo le nostre decisioni. IL testo di Kanheman è stato tradotto anche in italiano.

john_ludd
Scritto il 19 aprile 2016 at 12:45

phi­tio@fi­nan­za,

la distinzione tra costi operativi e costi per investimenti (capex) è l’ABC dell’analisi dei bilanci aziendali. I costi operativi sono facili da analizzare, il capex e il suo trattamento contabile si presta a mille manipolazione anche nei limiti delle regole contabili internazionali. Soprattutto, i costi per investimento una volta sostenuti (equity + bonds è linee di credito a m/l termine) devono essere rimborsati. Se la società non realizza flussi di cassa tali da pagare sia i costi operativi che la quota da rimborsare + interessi del capex + quota di nuovi investimenti non a debito, bene quell’azienda è nei guai ANCHE SE PRESENTA BILANCI IN UTILE. Nessun analista dà grande importanza all’utile di bilancio da solo e concentra la propria attenzione sul più importante dei 3 prospetti: il rendiconto finanziario o cash flow analysis che ogni azienda quotata è obbligata a redigere ma che può essere ricavato indipendentemente dall’analista ispezionando bene le varie voci di bilancio e la nota integrativa. Che poi il mondo sia pieno di analisti dilettanti questo è un dato di fatto.

john_ludd
Scritto il 19 aprile 2016 at 14:15

phi­tio@fi­nan­za,

leggo solo ora la tua nota sulle rinnovabili, le quali hanno lo stesso problema: si omette dalla resa energetica totale (a tutta vita) il costo energetico della costruzione. Il 90% dei pannelli è fabbricato in Cina che ha il più basso costo dell’energia al mondo in quanto il suo sistema industriale va a carbone del quale è un grande produttore. I pannelli poi utilizzano grandi quantità di rame e se fossero rispettate le tabelle di marcia per la produzione di pannelli nei prossimi 30 anni, la quantità di rame prodotta dovrebbe come minimo raddoppiare solo per la questione pannelli. In sintesi, tutto si tocca, l’energia non è gratis, l’EROEI a tutta vita è difficilissimo da calcolare ma chi è più affidabile in queste misure, il prof. Hall (che lo ha ideato) e il suo team, riscontrano che un campo FV ha un EROEI tra 2 e 6, cioè non meglio del petrolio più costoso. Quindi ?

aorlansky60
Scritto il 19 aprile 2016 at 15:04

C’e’ pochissima chiarezza in questo campo.

E’ una delle poche certezze che ho compreso esserci da quando ho deciso di informarmi su questo settore.

Negli ultimi due anni [almeno] ho scaricato parecchia documentazione;

da questi, anche per un non esperto in materia è facile arrivare alla conclusione che nella contesa venutasi a creare, per intenzione soprattutto dei Saudi Arabian, questi ultimi sono quelli meno preoccupati al mondo per un prolungato ristagno a basse quote del costo del greggio, per il semplice motivo che loro hanno da fare i conti con i costi estrattivi minori in assoluto rispetto a qualsiasi altro player mondiale del settore :

(*) Saudi Arabian [ed emirati del golfo] = media di 22 $ (in una forbice tra 10 e 35)

contro

Russia = media di 50 $ (in una forbice tra 30 e 70)

north american industry shale = media di 65 $ (in una forbice tra 50 e 80)

(è stato detto a più riprese che i Saudi non possono mantenere l’attuale strategia per lungo tempo dato che dovrebbero fare i conti con la sostenibilità dei loro bilanci interni, ma il fatto è che i Saudi hanno messo da parte negli ultimi decenni talmente tanto di quel denaro -investito in ogni dove- da avere le spalle più che coperte anche in prospettiva di lungo termine se la necessità lo imponesse)

(*) Da questi numeri il gioco sembrerebbe facile per i Saudi Arabian, basterebbe solo che riuscissero ad intercettare al massimo la domanda mondiale proponendo a questa l’oil di migliore qualità assoluta -il loro- al prezzo più conveniente che loro possono proporre,

il fatto però è che -da quello che ho capito- il mercato del greggio mondiale è tutto fuorchè un “single factor” o un “fattore semplice” e in esso entrano molte altre componenti variabili, infatti anche se l’OPEC [e il suo maggior azionista come Saudi Arabian] è in grado di condizionare il prezzo del greggio in forte percentuale, non essendo il monopolista non può fare a meno di permettere che altri player entrino in gioco con il loro prodotto -dalla Russia alla industria dello shale nord americano- a fare alla fine IL PREZZO FINALE del PETROLIO.

Il problema (per OPEC e in particolare per Saudi Arabian) si complica ulteriormente quando cala la domanda a livello mondiale -presumibilmente a causa del cliente più vorace degli ultimi anni (China) in frenata produttiva- ma non si arresta la produzione delle compagnie nord americane .

La strategia intrapresa dalla fine del 2014 dai Saudi Arabian era a senso unico e praticamente obbligata : non tagliare la propria produzione giornaliera e continuare ad inondare il mercato rifornendo la domanda internazionale di greggio dal costo inferiore alla produzione non convenzionale nord americana, per recuperare quelle quote di mercato che da alcuni anni quest’ultima aveva sottratto ai Saudi;

i risultati ottenuti sono noti : prezzo del petrolio in forte ribasso e industria petrolifera nord americana messa in condizioni di difesa di “Fort Apache”.
Chi pensa che l’effetto sia limitato solo alle piccole compagnie petrolifere americane si sbaglia : praticamente tutte quelle compagnie sono finanziate da banche, fondi pensione etc etc, la portata dell’effetto in complesso è molto vasta e critica nell’economia americana. Se l’attuale situazione è destinata a rimanere tale nel lungo periodo, essa abbatterebbe (i primi segnali sono già noti e si sono già palesati) l’industria americana dello shale oil.

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