MACHIAVELLI…GAME OF THRONES!

Scritto il alle 13:12 da icebergfinanza

Dopo il suo terzo viaggio in Francia , Machiavelli scrisse il “Ritratto delle cose di Francia” nel quale tra le altre cose condivise come…

“ Le fanterie che si fanno in Francia non possono essere molto buone, perché gli è gran tempo che non hanno avuto guerra, et per questo non hanno experientia alcuna (…) E però si vede che il re nelle guerre non si serve di loro, perché fanno captiva prova, benché vi sieno li guasconi, di chi il re si serve, che sono un poco meglio che gl’altri; et nasce perché sono vicini a’ confini di Spagna, che vengono a tenere un poco dello spagnuolo. (…) et però il re di Francia si serve sempre o di svizeri o di lanzcheneche, perché le sue gente d’arme dove si abbia inimico opposito, non si fidono di guasconi.
Guascone, ovvero uomo millantatore, spaccone e spericolato (per la nomea di spacconi, anche simpaticamente avventati, che i Guasconi hanno in Francia)

“ E’ franzesi sono per natura più fieri che gagliardi o dextri; et in uno primo impeto chi può resistere alla ferocità loro, diventono tanto umili et perdono in modo l’animo che divengono vili come femine. Et anche sono insoportabili de’ disagi et incommodi loro, et col tempo stracurono le cose in modo che è facile, col trovargli in disordine, superargli”

Contribuisci anche tu LIBERAMENTE a tenere in vita un’ isola di condivisione quotidiana nell’ oceano infinito di questa tempesta perfetta.

In serata appuntamento con Machiavelli…Game of Thrones!

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Semplicemente Grazie

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14 commenti Commenta
kry
Scritto il 13 luglio 2014 at 14:48

Machiavelli scrisse il ritratto delle cose di Francia, Mazzalai descrive il ritratto delle cose d’europa ( un europa costruita e influenzata dall’illusione dell’esperienza dell’unità d’italia ). Due grandi.

dorf001
Scritto il 13 luglio 2014 at 18:29

Machiavelli, “Il Principe”, l’economia

Intervista radiofonica a Pierluigi Ciocca (a cura di Giorgio Zanchini)
Radio Rai3, 18 maggio 2013

D. Machiavelli si è interessato di economia?
R. La risposta è sì se la domanda è “Machiavelli e l’economia?” È no all’altra domanda, “Machiavelli economista?” Machiavelli economista no, se si muove da una definizione di economista quale studioso che giunge a configurare teoremi, sistemi, metodi d’analisi. Secondo la definizione che Schumpeter diede, appunto in questa chiave, davvero non si può parlare di un Machiavelli economista. Nondimeno, nel Principe, e anche in altri scritti, i riferimenti alla dimensione economica del problema politico sono espliciti.

D. In effetti, credo sia una lettura possibile. Nel Principe ci sono molti passaggi specifici sull’economia.
R. Sì, ce ne sono di importanti, sulla connessione fra la dimensione politica e la dimensione economica del problema sociale. La controdomanda retorica è del tipo: come avrebbe potuto il primo grande scienziato laico della politica trascurare gli aspetti economici? A questi aspetti appunto Machiavelli fa frequente riferimento nel ricercare, nel vagheggiare, uno Stato imperniato su una moderna città commerciale “piena di abitatori”, come egli diceva: uno Stato forte significava territorialmente esteso, militarmente agguerrito, economicamente solido.

D. Qui arriviamo al rapporto tra Stato e Mercato.
R. Il legame che oggi definiamo Stato-Mercato nella storia alta dell’analisi economica è fissato in via definitiva come problema da approfondire da Adam Smith nell’ultimo libro della Ricchezza delle Nazioni. Machiavelli, quasi trecento anni prima, riflette sul tema delle connessioni fra il ruolo dello Stato, a cui egli attribuisce primazia, e il modus operandi dell’economia. È particolarmente interessante la valorizzazione che egli fa di un “Principe” che incarni l’idea di uno Stato forte, certamente autocratico, ma che non è un tiranno, ed è comunque rispettoso del funzionamento di un’economia in ultima analisi di mercato. Alcuni brani di Machiavelli sono chiarissimi nel senso della sinergia fra la dimensione statuale e la dimensione economica. Nel Cap. 26 del Principe, può leggersi: “Volendo riconoscere la virtù di uno spirito italiano, era necessario che la Italia si riducessi nel termine che essa è di presente […], sanza capo, sanza ordine, battuta, spogliata, lacera, corsa; ed avessi sopportato d’ogni sorte ruina […] Espetta qual possa essere quello che sani le sue ferite, e ponga fine ai sacchi di Lombardia, alle taglie del Reame (di Napoli) e di Toscana, e la guarisca di quelle sue piaghe già per lungo tempo infistolite”.
Quindi è strettissima la complementarità fra libertà dei cittadini, loro autodeterminazione nelle attività economiche, da un lato, e dall’altro lato … Cesare Borgia.
Da Adam Smith in poi le soluzioni prospettate sono state le più diverse, ma la questione resta ovviamente cruciale.

D. Machiavelli pensa che si debba lasciare ai cittadini la libertà di fare i loro affari.
R. Sì, naturalmente con la cautela di non cedere all’idea di un Machiavelli “mercatista”. Tale certamente egli non è. Afferma ripetutamente il primato dello Stato anche con riferimento alle questioni economiche. Il “Principe” dev’essere più ricco dei cittadini, alludendo alla questione delle pubbliche finanze. Quindi uno Stato-Principe ricco, che per Machiavelli significa quanto meno parco nelle spese, cercatore d’efficienza nella finanza pubblica, allo scopo di minimizzare il gravame fiscale sulla cittadinanza. Lo specifico classico in queste riflessioni semi-economiche di Machiavelli naturalmente sono le spese militari. Esse erano prevalenti nel relativamente piccolo bilancio pubblico degli stati italiani di allora. L’alternativa era fra una milizia mercenaria e una milizia di coscritti. Per Machiavelli è preferibile la seconda. I mercenari vivono di guerre e vorrebbero che esse non finissero mai. I coscritti combattono quando non lavorano: i contadini d’inverno, e la guerra o la vincono o la perdono rapidamente, anche perché d’estate devono raccogliere e seminare nei campi.

D. Il nemico per Machiavelli era la rendita. Perché?
R. Questo è un punto che deve davvero colpire. Nel linguaggio corrente degli economisti si dice lotta al monopolio, favor per la concorrenza. Machiavelli va oltre. Non teme tanto le collusioni cittadine. Teme il rafforzarsi, che allora già era in atto ed egli lo vedeva, della feudalità: la propensione degli ex mercanti, banchieri, manifatturieri fiorentini a investire sempre più, di nuovo, in terre, in “castella”. Machiavelli paventava le ripercussioni politiche di questa tendenza, il rischio che minasse la forza e il primato dello Stato.

D. Sono problemi che abbiamo tutt’oggi.
R. Sono problemi sempiterni. Forse meno stretta è la connessione con l’aspetto politico e del facimento dello Stato, che soprattutto interessava lui, ma il problema del monopolio è sempre con noi. Per certi aspetti ciò è particolarmente vero in Italia oggi, se per monopolio non si intende soltanto la forma di mercato contraria alla astratta, desiderabile, pura concorrenza di prezzo. Possono attenuarsi altre modalità di pressione sui produttori e sui loro profitti, che avrebbero invece la funzione positiva di sollecitarli a ricercare la produttività e l’innovazione. Ciò avviene se i sindacati sono conniventi, se il tasso di cambio della moneta è cedevole o lasco, rendendo facile l’esportare anche ai produttori di merci meno efficienti, se la spesa pubblica è larga e disponibile a sostegno dei profitti.

Pagine: 1 2 3

qui link, dove si può leggere le altre pag. : http://www.apertacontrada.it/2013/07/05/machiavelli-il-principe-leconomia/

DORF

stanziale
Scritto il 13 luglio 2014 at 23:52

Non ne va bene una, eh….c’e’ mancato un po’ di fortuna e Di Maria, a “noi” dell’Argentina…ho chiuso subito per non vedere la culona esultante, sarebbe stato troppo.

bano
Scritto il 14 luglio 2014 at 03:48

Grande Germania,tutto il simbolo della lotta e della soffererenza con orgoglio,é nell’immagine di Sebastian Sweistaigher sanguinante che ece per farsi curare la ferita e poi torna in battaglia.
Italiano Rizzoli,mediocre come arbotraggio come la nazione che rappresenta, della serie pressapochismo dilagante……
Del resto é solo poi,una partita di pallone ,per l’orgoglio mazionale ci vuole ben altro…….

bano
Scritto il 14 luglio 2014 at 03:58

bano@finanza:
Grande Germania,tutto il simbolo della lotta e della soffererenza con orgoglio,é nell’immagine di Sebastian Sweisteigher sanguinante che ece per farsi curare la ferita e poi torna in battaglia.
Italiano Rizzoli,mediocre come arbitraggio come la nazione che rappresenta, della serie pressapochismo dilagante……
Del resto é solo poi,una partita di pallone ,per l’orgoglio nazionale ci vuole ben altro…….

laverita
Scritto il 14 luglio 2014 at 15:15

@@@Bano
personalmente l’arbitraggio dell’arbitro e della terna è stato ottimo.
Cartellini nel momento giusto x tenere in pugno la partita, sempre abbastanza vicino all’azione, fuorigiochi segnalati correttamente da entrambe le parti.

dorf001
Scritto il 14 luglio 2014 at 20:33

kry@finanza,

hei kry, visto he ti ho dato un buon consiglio. leggere i commenti alla fine dei post. che son meglio. ho letto tuttti quelli di gesualdi. molto buoni. per fare bingo dovrebbe parlarmi di AURITI. allora saremmo al top.

bano@finanza,

laverita@finanza,

ragazzi basta calcio ora. mi fa male al cervello. pensate alla nostra distuzione come paese. ci dobbiamo difendere.

pensate a tutti i morti che fanno quwi pazzi di isaraeliani in palestina. un massacro. una pulizia etnica.

un’altra pulizia etnica la stanno facendo in ucraina. con l’aprovazione della germania. di questo ne vanno fieri? altro che calcio.

tanti calci in culo si meritano i governanti crucchi. e un pochettino anche al popolo. perchè dorme in piedi come i cavalli. e non vede nulla.

sembrano quasi siciliani. non vedo, non sento, non parlo.

nesun elogio x i tedeschi. hanno nell’animo quella volgia di far guerra x comandare gli altri. e non lo perdono sto vizio.

BY DORF

kry
Scritto il 14 luglio 2014 at 21:37

dorf001@finanza,
Dorf guarda che i tedeschi son convinti che i lagher e lo sterminio degli ebrei siano pura invenzione. Altro che, come dici, tanti calci in culo si meritano i governanti crucchi. e un pochettino anche al popolo. perchè dorme in piedi come i cavalli, questi continuano ostinatamente a voler credere di non aver perso la guerra perchè la colpa era di hitler.

dorf001
Scritto il 14 luglio 2014 at 23:23

kry@finanza,

ah ma allora mi provochi. guarda cosa ho trovato.

I TEDESCHI DOVREBBERO LEGGERE IL MEIN KAMPF ?

qui il link : http://www.comedonchisciotte.org/site/modules.php?name=News&file=article&sid=13635

ma come dico sempre….è nei commenti che trovi il bello. allora te ne metto uno giusto x te.

1) io sono dell’opinione che più il “tuo mostro” fai finta di non vederlo e più quello nel momento opportuno viene fuori più feroce che mai,e sono altresì convinto che quella dei tedeschi sia pure una razza che ha nel suo dna la mentalità “ottusa militare-burocratica” che cova sotto le sue ceneri

by DORF

dorf001
Scritto il 14 luglio 2014 at 23:26

kry@finanza,

e voglio fare il parallelismo con gli ebrei di oggi. il massacro disumano che stanno facendo ora. nel link sopra c’è un altro commento. leggilo bene.

2) direi che gli israeliani dovrebbero leggere il Mein Kampf, sostituendo la parola “ebrei” con la parola “arabi”. Scoprirebbero improvvisamente che ora i nazisti sono loro.

dorf001
Scritto il 14 luglio 2014 at 23:36

guardate questa foto. ecco cosa fanno i vostri cari ebrei. contro i bambini. loro non guardano in faccia nessuno.

vedere poi dite la vostra. : https://www.facebook.com/photo.php?fbid=811918985545432&set=a.175192485884755.43904.133880733349264&type=1&theater

NOTTE

quesalid
Scritto il 15 luglio 2014 at 09:48

b. Storia dell’aggressione

Così, quando si tratta delle caratteristiche umane innate meno adulatorie, gli amanti della pace sembrano ancora una volta difficilmente distinguibili dagli amanti della guerra. Il loro ‘corpo naturale’ è altrettanto stimolato dalle implicazioni del militarismo come il corpo dei più rinomati tra gli aggressori. E nemmeno il loro ‘corpo politico’ sembra essere molto differente- Perché se andiamo ad analizzare la seconda premessa della teoria nazionale, noi troviamo che in realtà la storia conferma le evidenze della biologia. Ma, contrariamente alle ipotesi iniziali, invece di rivelare che alcune nazioni hanno un record aggressivo peggiore di altre, essa mostra semplicemente ancora una volta che siamo più o meno tutti uguali.

Questo sembra strano, di fronte ad dati ed ai numeri raccolti durante la Seconda Guerra Mondiale e che stabiliscono in tutta evidenza che la Germania, l’allora nemico corrente, aveva il peggior record di dichiarazione di guerra di tutti gli altri. Infatti, lo abbiamo provato in maniera così convincente che, nonostante le mutate circostanze odierne, poche cose continuano a terrorizzarci più di questi numeri di allora. Come i Francesi continuano a sottolineare con costernazione che non diminuisce al passare degli anni, gli stessi Tedeschi che noi oggi desideriamo come alleati hanno invaso la Francia tre volte in meno di un secolo. E, come aggiungono altri, sono stati responsabili di cinque guerre nel corso degli ultimi settantacinque anni, per non parlare delle tre sfiorate, che se fossero scoppiate, avrebbero dato loro un record di una guerra ogni otto anni nei soli tre quarti del secolo passato. Si possono ignorare i numeri?

Non si possono ignorare i numeri. Ma si possono completare. Sebbene sia vero che i Tedeschi hanno fatto cinque guerre durante i passati tre quarti di secolo, i Francesi, durante lo stesso periodo, hanno fatto diciannove guerre e gli Inglesi trentuno. Anche se sottraiamo le guerre che queste due ultime nazioni hanno combattuto contro i Tedeschi, i Francesi rimangono pur sempre con quindici e gli Inglesi con diciannove. 28 Così, mentre la Germania, se fosse anche riuscita a dichiarare le tre guerre mancate, avrebbe fatto una guerra ogni otto anni, il fatto che la Francia e l’Inghilterra hanno effettivamente seguito la loro strada ha fornito al mondo una guerra ogni tre anni e mezzo se prendiamo le due nazioni separatamente e una guerra ogni anno e mezzo se le consideriamo assieme. E se la Germania ha invaso la Francia tre volte in meno di un secolo, la Francia, tra il 1792 e il 1813 – cioè in meno di un quarto di secolo – ha invaso il territorio della Germania dodici volte. E per la verità, se non fosse stato per questa regolare mania Francese per le invasioni, il movimento di unificazione della Germania, che iniziò nel 1815 e che da ultimo ha portato alle molto deplorate e lungamente ricordate tre invasioni Tedesche della Francia, non avrebbe mai trovato lo stimolo per realizzare sé stesso. Così stando le cose, ad un ritmo di tre invasioni ‘in meno di un secolo’, alla Germania servirebbero altri 250 anni solo per andare pari con la Francia.

Per non limitare i numeri a 75 o 150 anni, che potrebbe essere ingannevole, andiamo un po’ più indietro nella nostra ricerca dei maggiori aggressori. Il Professor P. A. Sorokin di Harvard ha costruito una tabella in cui mostra la forza relativa degli eserciti di vari membri della civiltà Occidentale durante i recenti nove secoli, dal dodicesimo al ventesimo. Sebbene la forza dell’esercito di una nazione non sia necessariamente un indicatore assoluto del suo impulso all’aggressione, un aggressore difficilmente tenta di lanciare una campagna di conquista in assenza di un esercito di grandi dimensioni. Ne segue che la tabella del Professor Sorokin è di notevole significato in uno studio sul militarismo aggressivo. Invece di mostrare un singolo aggressore principale, essa mostra che ‘la posizione comparativa delle nazioni cambia nel corso del tempo, talvolta una nazione occupa la prima posizione, talvolta occupa qualche altra posizione’.29 La Germania, che sospetteremmo occupare la prima posizione più frequentemente di altri, appare come una tra le maggiori potenze militari solo durante gli ultimi tre secoli e, negli ultimi tre, è stata superata dalla Francia in ben due. Un andamento analogo emerge se osserviamo il problema da un altra angolazione ancora, ed includiamo nella analisi, oltre i recenti 150 anni ed il Medio Evo, anche l’antichità. Confrontando in questo periodo la percentuale degli anni di guerra col totale degli anni considerati, il Professor Sorokin ha trovato che ‘la Germania ha avuto la più piccola (28%) e la Spagna la più grande (67%) percentuale di anni di guerra, le altre nazioni occupano varie posizioni intermedie tra le due’.30 Sebbene il principale aggressore globale non necessariamente deve mostrare il più elevato numero di anni di guerra, di nuovo è difficile che mostri il più basso.

Così, in ognuno dei tre insiemi di numeri, il primo che copre dai precedenti 75 ai precedenti 150 anni, poi i passati nove secoli e, da ultimo l’intera storia dell’Occidente, la Germania, nonostante la sua tenebrosa reputazione di amante della guerra, emerge con un tabellino che non solo sembra migliore di quanto ci aspettassimo ma migliore anche di alcuni tra i migliori. Ovviamente, lo scopo di questi numeri non è provare che i Tedeschi sono migliori degli altri. Non lo sono. E nemmeno servono a mostrare che dovremmo avere fiducia nelle rinnovate intenzioni dei nostri precedenti nemici. Non possiamo. Quello che questi numeri intendono provare è semplicemente che la seconda premessa della teoria nazionale è senza fondamento almeno quanto la prima. Poiché, per quanto possa essere provvisoria questa disamina storica, è sufficientemente rappresentativa per stabilire che il ruolo di aggressore principale è di tipo relativo. Invece di essere detenuto da un singolo popolo, ruota con grande fluidità tra le varie nazioni. In alcuni periodi è stato detenuto dagli Ateniesi, dagli Spartani o dai Macedoni, in altri periodi dagli Olandesi, dai Danesi o dai Portoghesi; a volte dai Francesi e dagli Inglesi; a volte, più di recente, dai Tedeschi e dai Russi; e, a meno che a noi non venga applicata una definizione differente rispetto agli altri uomini, in qualche periodo sarà molto probabilmente detenuta dagli Americani. In effetti, agli occhi dei nostri ex alleati di armi Russi, che oggi ci definiscono cannibali Anglo-Americani o svitati atomici, potremmo già detenere questo titolo.

Leopold Kohr (The Breakdown of Nations – 1955)

stanziale
Scritto il 15 luglio 2014 at 11:12

Interessante il contributo di tutti ed in particolare di Quesalid, e sempre dobbiamo ringraziare Andrea che permette un libero dibattito. Ritengo pero’ che il nostro dovere e’ in questo momento, soprattutto, fronteggiare l’aggressivita’ tedesca……purtroppo e’ tutto un peana a loro favore, oggi il quotidiano di riferimento della mia regione (la nazione) titola : la Merkel vince e lascia. E poi ancora: ha vinto tutto, pensa di ritirarsi. Poi: da noi invece vanno via soltanto se sono cacciati. Anche il pontefice si e’ fatto da parte(se era italiano naturalmente avrebbero titolato che si era comportato da vigliacco). Calcio e politica, con la cancelliera i tedeschi al top in ogni settore(ma che c’entra la merkel con il calcio?). Insomma, una indigestione di articoli autorazzisti, come al solito. Poi andando avanti nelle pagine, altro articolo: Roma spendacciona e crescita zero, articolo autorazzista del giornalista giuseppe turani..tra l’altro propone di chiudere meta’ delle universita’…ma che bravo….naturalmente nessuno parla dell’unica flessibilita’ che servirebbe, il cambio. E che versiamo 44 miliardi ogni anno al fondo salva banche tedesche, zero assoluto, men che mai che hanno fatto un colpo di stato per costringerci a versare i 44 miliardi annui al fsbt di cui sopra….il parco buoi non deve sapere. Ah, per ultimo: la caccia giudiziaria a qualunque istituzione ancora non controllata dal bildelberg, vedasi ora Maroni. Negli ultimi anni non c’e’ un sindaco che non sia piddino che non abbia avuto indagini, per lo meno in toscana, dove sono….per sviare, ovviamente, fanno anche qualche indagine a sinistra….ma l’obbiettivo e’ uno solo, per me, impedire qualsiasi opposizione al bildelberg…in questo momento e’ una caccia all’uomo. Praticamente non vedo nessuna differenza con i tribunali speciali del Duce. Anzi, una c’e’, i fascisti avevano almeno il buon gusto di non spacciarsi per democratici. Tanto dovevo.

quesalid
Scritto il 15 luglio 2014 at 11:40

stanziale@finanza,

1. La causa della brutalità sociale

Relativamente alla scala delle atrocità commesse o condonate a livello sociale, finora abbiamo scoperto un fatto. La maggior parte delle nazioni, indipendentemente dal loro sfondo razziale, lo stadio della loro civilizzazione, la loro ideologia o il loro sistema economico, sono riuscite a metter su un record che si somiglia in maniera impressionante. Esecuzioni di massa e relative mostruosità sono state perpetrate in Germania sotto i nazisti, in India sotto gli Inglesi, in Francia sotto i Cattolici, in Russia sotto alcuni dei principi più brutali ed in Italia sotto alcuni dei principi più illuminati. Non ci sarebbe potuta essere una differenza di condizioni più ampia. Eppure, se simili eccessi sono successi ovunque ed in ogni fase e periodo dello sviluppo storico, deve esserci apparentemente un elemento comune che trascende tutte queste differenze. Questo comune denominatore, come vedremo, sembra essere la semplice capacità, il potere, di commettere delle mostruosità. Come conseguenza, noi siamo arrivati a quella che potremmo definire una teoria di potere della miseria sociale.

In parte l’affermazione sembra auto evidente. Perché nessuno è in grado di perpetrare delle atrocità senza il potere di farlo. Ma non sta qui il punto. Il punto è che la affermazione funziona anche al contrario. Ognuno che ha il potere per poterlo fare, prima o poi commetterà le atrocità appropriate.

Ciò suona un tantino estremo. Chiaramente, non è che chiunque detenga del potere deve necessariamente farne un uso malvagio. Il che è abbastanza vero, ma non cambia l’affermazione. Significa solo che noi dobbiamo raffinare la frase. Perché così come non ogni massa di materiale fissile produrrà una esplosione atomica, ma solo la massa critica, così non ogni quantità di potere porterà ad un abuso brutale, ma solo la quantità critica. Per cui potremo chiamare la nostra teoria anche teoria atomica della miseria sociale, ancora di più perché, una volta che la quantità critica di potere viene raggiunta, l’abuso sorgerà spontaneamente. Da ultimo, visto che l’elemento essenziale non è tanto il potere, ma la dimensione del potere che, come presto diverrà ovvio, dipende a sua volta dalla dimensione del gruppo sociale dal quale è generato, potremmo chiamare la teoria anche teoria dimensionale della miseria sociale.

Ma quale è la grandezza critica che porta all’abuso? La risposta non è troppo difficile. E’ il volume di potere che assicura l’immunità dalla rappresaglia. Il che avviene ogni volta che esso induce nel suo possessore la convinzione che egli non può essere messo sotto controllo da nessuna altra accumulazione di potere.

In relazione alla natura dei differenti individui o gruppi, il volume critico rappresenta una grandezza diversa per ogni diverso caso, facendo sorgere il sospetto che dovrebbero esserci in realtà altri elementi oltre alla mera grandezza fisica responsabili per lo scoppio di criminalità. Tuttavia, come il punto di ebollizione è basso per alcune sostanze ed alto per altre sostanze, così il volume di potere che conduce all’abuso è basso per alcuni individui o gruppi ed alto per altri. E, in maniera simile, come l’aumento di temperatura porterà alla fusione anche del più resistente tra i metalli, così la massa crescente di potere, alla fine, renderà dei bruti anche i migliori, non necessariamente in senso soggettivo, ma certamente nelle sue conseguenze.

Questo significa che, sia come individui che come gruppi, una volta che il punto critico è stato raggiunto, noi diventiamo dei bruti a dispetto di noi stessi. Se le guardie carcerarie e gli ufficiali di polizia hanno un record così universale di brutalità, non è perché sono peggiori degli altri uomini ma perché a causa delle loro relazioni con i loro prigionieri sono quasi sempre equipaggiati con una quantità di potere critico. Nel momento in cui esso viene perduto, diventano altrettanto premurosi, umili e rispettosi come il resto di noi. Analogamente i soldati, che possono aver donato l’anima a Dio alla mattina, e poi possono saccheggiare, stuprare e rubare la notte, non perché sono improvvisamente cambiati, ma perché la confusione che segue alla conquista di una città spesso fornisce loro quel pericoloso mantello di immunità che accompagna un potere momentaneo e fuori controllo.

Sebbene alcune professioni sono così inerentemente produttive di brutalità perché per loro natura sono depositarie di quantità critiche di potere, la più pericolosa fonte di brutalità non è professionale o istituzionale, ma fisica. E’ la quantità – la pura quantità fisica. Perché la quantità, la dimensione, la massa, non solo porta potere; come l’energia è potere – potere congelato all’interno delle dimensioni della materia. Questo è il motivo per cui Gulliver, dopo essere naufragato sulle spiagge di Brobdingnag, la terra dei giganti, non era irragionevole nella sua preoccupazione quando si ricordò che ‘si è sempre osservato che le creature umane sono più selvagge e crudeli in proporzione alla loro massa’1 Questo spiega anche perché i ragazzini, senza perdere né il loro fascino né la loro innocenza, fanno alle piccole creature ciò che non farebbero mai a quelle grandi. Grazie alla loro quasi infinita superiorità nelle dimensioni, essi addirittura non sentono nemmeno di essere crudeli quando strappano le ali di una mosca o le gambe di una rana, così come i giganti delle nostre favole sono abbastanza appropriatamente dipinti come non più sensibili o coscienti delle loro mostruosità quando si cibano di uomini, di quanto lo siano gli uomini quando si cibano di ostriche vive.
E tuttavia la massa individuale è una grandezza che dà luogo solo ad un potere minore e, di conseguenza, solo a minori problemi sociali. Perché anche il più grosso tra di noi non più crescere troppo di più rispetto agli altri. Ne consegue che, essi normalmente necessitano di quegli strumenti che creano potere come una personalità ipnotica, una banda, o il possesso di armi – tutti strumenti che estendono la massa e tutti riducibili in termini fisici – prima di poter gratificare i loro istinti maligni. E poi il potere disponibile sarà confinato troppo vicino al margine dove il volume critico diventa sub critico per assicurare loro un margine sufficiente di immunità per un tempo sufficientemente lungo. Ne consegue la relativa infrequenza dei crimini come pure i relativamente infrequenti intervalli nei quali anche il più incallito delinquente si dedicherà alle attività criminali.

Ma esiste un elemento capace di accumulare la sua sostanza fisica così lontano e così inequivocabilmente oltre il limite critico che nessuna forza sulla terra è in grado di controllarlo. Questa è l’immensa quantità collettiva del più corteggiato organismo del nostro tempo, la massa umana, la gente che, ad una certa dimensione e densità, non solo genera le condizioni ideali per l’anonimato, nel quale un maggior numero di individui è in grado, senza pericolo di venire scoperto, di impossessarsi di una maggior quantità critica di potere di quanto sarebbe possibile a densità minori e più trasparenti; a un certo punto la massa stessa diventa così spontaneamente vile che, oltre alla maggiore quantità di misfatti individuali, eseguiti sotto il riparo della propria oscura moltitudine, essa inizia a produrre un quantità sua propria, e totalmente indipendente, di cattiveria che sviluppa in relazione alla sua dimensione, ma non alla natura delle molecole umane che la compongono.

Una volta che viene raggiunto questo volume sociale, tutto diventa prevedibile e niente prevenibile. La questione non è più: quanti crimini verranno commessi, ma chi sceglierà nella libertà del proprio volere di diventare lo strumento criminale della legge dei grandi numeri le cui previsioni sono talmente predeterminate che qualunque statistico, dopo aver correlato la dimensione della comunità con la sua densità e il ritmo della sua popolazione2, è in grado di predire ogni cosa, dal numero dei suoi morti, a quello degli incidenti fatali e delle false chiamate ai vigili del fuoco fino al fatto che, ad esempio, a Chicago, nei prossimi trenta giorni ‘verranno commessi un po’ meno di 1000 furti in appartamenti. Circa 500 cittadini verranno tenuti in ostaggio e derubati sotto minaccia di fucile o con qualche altra arma pericolosa. Circa 15 persone varranno assassinate. Trenta o più donne subiranno un agguato e varranno attaccate ‘3

Dunque una società affollata è piena di pericoli inerenti anche in uno stato di relativo riposo. Ma questo è nulla se confrontato con i pericoli che essa crea quando diviene collettivamente agitata e, oltre a concentrarsi in una densità ancora maggiore, come accade spesso in occasioni di festività, inizia anche ad aumentare la propria velocità. Allora i suoi misfatti non solo aumenteranno. Aumenteranno in proporzione geometrica, iniziando dal taccheggiamento, seguito da litigi, risse, accoltellamenti e, a seconda del suo tasso di ulteriore concentrazione ed aumento della velocità, da massacri che esploderanno con la violenza di un evento cosmico, placandosi solo quando sia stata dissipata abbastanza energia coesiva da permettere alla folla di assottigliarsi e rallentare alla sua densità e velocità iniziali.

Questo è il motivo per cui le forze di polizia della comunità, per affrontare il pericolo sempre presente di una improvvisa fusione sociale, man mano che la popolazione aumenta debbono aumentare ad un rimo più che proporzionale, non perché le città più grandi sono ricettacolo di più cattivi soggetti rispetto a quelle piccole, ma perché, superato un certo punto, la dimensione sociale diviene essa stessa il peggiore dei criminali.4 Non esiste folla sulla faccia della terra che non possa in un istante trasformarsi in un branco di lupi, comunque santa possa essere stata la sua originaria occupazione, come possiamo vedere da parecchie cerimonie religiose (San Bartolomeo, San Michele ) che sono finite in massacri, e molti massacri che sono finiti in una festa.5 Questo spiega perché persino i crociati, che lasciarono la Francia cantando inni, iniziarono a commettere atrocità giusto nel tempo di arrivare in Ungheria o in Italia, dopo che il loro esercito aveva raccolto così tanti devoti adepti della Croce che alla fine arrivarono ad acquistare una incontrollabile dimensione critica. E questo spiega perché anche le più solenni processioni o grandi funerali hanno perennemente bisogno di una protezione da parte della polizia. Protezione da cosa? Sempre dallo stesso pericolo – la conseguenza atomica della loro propria massa.

Leopold Kohr (The Breakdown of Nations – 1955)

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