LAMPEDUSA…LA PORTA DEL TEMPO!

Scritto il alle 22:08 da icebergfinanza

Per molti giorni, mesi e anni abbiamo fatto finta di nulla, migliaia di morti ogni anno, mai tutti insieme, come ora.  Guardando dentro gli occhi di uno di quei bambini che giace in fondo al mare a Lampedusa come dice giustamente Leonardo Becchetti  scorgiamo… l’enorme massa di diseredati che campava con un dollaro al giorno è sempre esistito, ma contava poco e non disturbava. La porta di comunicazione tra quel mondo e il nostro era sostanzialmente chiusa e potevamo ignorare il fatto che nelle filiere internazionali di prodotto (per esempio i «coloniali», come caffè e tè…) questi «disperati» fossero schiacciati nella parte bassa del valore, con salari di sussistenza.

Abbiamo fatto finta di nulla per anni e tuttora continuiamo a farlo, non solo con loro ma anche con molti nostri fratelli e sorelle che vivono vicini, ci hanno raccontato che in fondo stavano diventando ricchi pure loro, invece di un dollaro al giorno ne avevano due, facendo finta che la madre di tutte le crisi riguardasse solo noi e non loro, senza comprendere che dietro i meccanismi perversi di questa economia e di questa finanza, c’è la distruzione dell’uomo e della sua dignità… un boomerang quello della globalizzazione che sta per colpire anche noi, un boomerang quello della deflazione salariale in nome dell’unione europea, della flessibilità, in nome del dio supremo della redditività e produttività che sta decimando la nostra gente, mentre loro stanno cercando di smantellare lo stato sociale, il welfare in nome della plutocrazia mondiale.

Vi lascio con questo splendido pezzo di Leonardo dal suo blog  La felicità sostenibile  … un autentico capolavoro, che ci aiuta a comprendere il sistema di cui siamo stati complici per anni e oggi e domani probabilmente schiavi!

Non è un caso che il primo viaggio di Papa Francesco sia stato a Lampedusa. Lampedusa è oggi una porta del tempo, la ferita aperta della globalizzazione. Finché questa ferita non si rimarginerà, non potremo dire che la contraddizione aperta dall’integrazione globale dei mercati del lavoro, del prodotto e della moneta sarà stata risolta.

Il mondo ha vissuto per molto tempo a compartimenti stagni. L’enorme massa di diseredati che campava con un dollaro al giorno è sempre esistito, ma contava poco e non disturbava. La porta di comunicazione tra quel mondo e il nostro era sostanzialmente chiusa e potevamo ignorare il fatto che nelle filiere internazionali di prodotto (per esempio i «coloniali», come caffè e tè…) questi «disperati» fossero schiacciati nella parte bassa del valore, con salari di sussistenza.

Era questo addirittura un vanto, parte importante delle nostre conquiste di efficienza economica (che è la differenza tra i ricavi della vendita del prodotto finale e i costi di produzione).

Potremmo ricordare ironicamente, da questo punto di vista, che il massimo dell’efficienza storicamente raggiunto è in fondo quello dei conquistatori spagnoli a Cuba nelle filiere dello zucchero, la cui materia prima – la canna – veniva coltivata e raccolta da schiavi nelle piantagioni (col massimo della flessibilità e della competitività del costo del lavoro).

Lo scherzo che la globalizzazione ci ha giocato è stato quello di rendere nostro «prossimo» anche gli ultimi del mondo, impedendoci di disinteressarsi dei loro destini. Con le aumentate possibilità di delocalizzazione della produzione, di disperati sono diventati infatti «esercito di riserva» di manodopera, facendo aumentare enormemente il potere contrattuale dei datori di lavoro nei confronti dei lavoratori nei Paesi ricchi.

E le conquiste salariali e di tutela conquistate da questi ultimi sono diventate per effetto di tale novità improvvisamente obsolete e insostenibili. A fronte della concorrenza di un grande «esercito di riserva», l’unica strada sembra quella di accettare condizioni salariali molto più basse per evitare la minaccia di chiusura o di delocalizzazione.

In fondo, di tutto questo l’opinione pubblica potrebbe fingere di non accorgersi mettendo la testa sotto la sabbia e non capendo le cause profonde dei continui episodi di chiusura di impianti produttivi da noi. Ma isole come Lampedusa (dove la distanza geografica è minima e i due mondi possono toccarsi) ci impediscono di non vedere e non capire. Non esiste infatti luogo nel quale l’apertura di questa «porta del tempo», tra i due mondi che per secoli avevano viaggiato a diverse velocità, sia più chiaramente percepibile.

A Lampedusa si rende visibile e concreto quel gap di condizioni di vita che è la molla che spinge migliaia di persone a prendere il mare in condizioni drammatiche per cercare di approdare sulla sponda del benessere. Quest’isola è, dunque, il principale teatro a cielo aperto delle nostre contraddizioni, il luogo dove si rende concretamente visibile la ferita dei divari di benessere su cui la globalizzazione ha sparso sale rendendo la piaga ancora più dolorosa. Ed è il luogo dove, oltre a verificare se la soluzione politica funziona, si può realizzare la riuscita delle nostre vite personali mentre la ferita è ancora aperta, attraverso l’unica strada possibile che, come insegna il Papa, è quella della prossimità e dell’accoglienza come premessa e prologo a un’azione per affrontare e sanare le condizioni di violenza, ingiustizia e sfruttamento che provocano le migrazioni.

Uno scoglio non può arginare il mare, e la questione non potrà infatti mai chiudersi con un pattugliamento delle coste o con azioni meramente repressive. Un’isola tutt’altro che isolata e le drammatiche vicende di cui è teatro stanno lì a ricordarci che dobbiamo lavorare per chiudere questo divario. Le strade per farlo e per accelerare il processo di convergenza esistono da tempo (voto col portafoglio nei consumi solidali, accordi di scambio con clausole sociali, costituzione di sindacati e di gabbie salariali mondiali). I mercati non mettono tutto a posto da soli e le conquiste sociali del welfare europeo sono state il frutto doloroso e sofferto degli sforzi di tanti per tanto tempo. Così sarà anche per il nuovo riequilibrio mondiale.

Se una persona si sveglia piena di punture di zanzara, capisce subito che la soluzione del problema non è grattarsi, ma mettere zanzariere alle finestre. Eppure la maggior parte del dibattito sulla crisi non è altro che un «grattarsi», nell’illusione che sia un po’ più o un po’ meno di Imu, di Iva o di costi della politica a tirarci fuori dai problemi. Il problema è anche qui, in casa nostra, e in casa nostra arriva, ma non è tutto qui. Se smettessimo di guardare solo ai sintomi, lo avremmo più chiaro. E se lavorassimo con serietà sulle cause della «grande crisi», saremmo già a metà dell’opera.

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14 commenti Commenta
kry
Scritto il 6 ottobre 2013 at 23:46

Lampedusa, la porta della fuga dalla disperazione. …..facendo aumentare enormemente il potere contrattuale dei datori di lavoro nei confronti dei lavoratori nei Paesi ricchi. Le multinazionali son ben cosa diversa dall’essere dei datori di lavoro. E le conquiste salariali e di tutela…… potevano non diventare obsolete qualora si fosse agito con responsabilità nel non continuare a difendere ” i voglia di lavorare saltami addosso ” oppure nel pensare solamente ai propri interessi con il fare carriera politica, A Lampedusa si rende visibile e concreto quel gap di condizioni di vita che è la molla che spinge migliaia di persone a prendere il mare in condizioni drammatiche per cercare di approdare sulla sponda del benessere.. Un paio d’anni fa sono stato in tunisia e mi era ben chiaro che tra i due mondi tale gap si sarebbe ristretto con il nostro che sarebbe drammaticamente sceso, per cui non riesco a comprendere il ” vero ” senso di questa continua emigrazione e tante volte mi domando se questa crisi soprattuto nostrana non nasconda qualcosa di più profondo o peggio che sia stata progettata ad arte. —Se smettessimo di guardare solo ai sintomi, lo avremmo più chiaro. E se lavorassimo con serietà sulle cause della «grande crisi», saremmo già a metà dell’opera. Con i se non si è mai andati da nessuna parte e onestamente da ignorante non sono riuscito a trovare oltre all’AVIDITA’ quali siano le cause di questa grande crisi. Quello che è successo mi rattrista e mi spiacerebbe ancor più se tra qualche settimana il fatto rimanesse un episodio passato di cronaca senza nessuna risposta soprattutto dalle istituzioni europee, d’altrone non è pensabile che il problema sia solo a nostro carico.

stanziale
Scritto il 7 ottobre 2013 at 02:36

kry@finanza,

Illuso! non solo non accettano i nuovi disgraziati, ma ci manderanno a noi anche quelli che hanno senza lavoro! I tedeschi hanno appena votato una nuova legge ed ora e’ tutto perfettamente legale , tanto per cominciare ci rimandano indietro 300 extracomunitari che gli avevamo inviato con 500 euro a testa. I francesi notoriamente li respingono alla frontiera… Raus! Schnell ! Au revoir!

john_ludd
Scritto il 7 ottobre 2013 at 14:14

l’articolo di Becchetti è superficiale, si accontenta della spiegazione più ovvia, corretta perché non si può sbagliare, ma non basta. Perché ora questo flusso di disperati e non 10 anni fa ? La differenza di ricchezza c’era già, il treno della globalizzazione è partito 30 anni fa. Guardiamo da dove viene la grande maggioranza di questi disperati. Sono zone in cui c’è la GUERRA. Per quanto uno sia misero, difficilmente si avventurerebbe nel viaggio della disperazione. Un viaggio che costa molto denaro, impossibile per la quasi totalità dei miseri che vivono in quelle zone, altrimenti giungerebbero a milioni non a migliaia. Scappano da aree che oggi sono destabilizzate, dove si muore per le pallottole e le mine antiuomo prima che di fame, ma molti non lo erano solo 10 anni fa. L’esercito di senza nome affondato a Lampedusa veniva da Somalia ed Eritrea, dove imperversa la guerra da anni e anni. Il precedente carico, approdato con maggiore successo veniva dalla Siria, non erano poveracci ma ex professionisti, medici, ingegneri, avevano con se qualche soldo, gioielli, telefoni cellulari e all’approdo c’erano familiari e amici che vivono in Germania, Svezia etc…

Libia, Egitto, Libano, Siria, Iraq, Pakistan, tutto il centro Asia, tutta la fascia equatoriale africana… decine di paesi in pieno collasso, paesi che avevano i mezzi di cui vivere, paesi non oggetto di delocalizzazioni, paesi sulla rotta di qualcos’altro cui non possiamo fare a meno.

Basta con questa ipocrisia di destra o di sinistra, sono 200 anni che il nostro benessere è costruito depredando le ricchezze sepolte nel suolo degli “altri”. La globalizzazione è un effetto, non la causa e a venire colpiti sono i paesi che l’hanno voluta, gli altri lo sono da sempre.

E allora la situazione non è quella che il Becchetti di turno immagina, ma molto peggio. Non è quella che il lettore di un blog meno peggio informato immagina, ma molto peggio. Non la si risolve, anzi quel disastro, lentamente e inesorabilmente si trasferisce qui da noi: distruzione delle risorse naturali, desertificazione, impoverimento, la società si carica di paura e di odio, distruzione del tessuto sociale, collasso civile, titoli di coda, fine.

icebergfinanza
Scritto il 7 ottobre 2013 at 15:01

john_ludd@finanza,

John per quanto superficiale ti possa sembrare la sintesi da qualche parte bisogna iniziare e rendere consapevoli più persone possibili che continuano a far finta di nulla quando tra un po’ toccherà a loro. Detto questo non c’è nulla di irreversibile ma ognuno può trovare il tempo che vuole per vivere meglio e responsabilmente gli anni che restano.

Non mi stancherò mai di ripeterlo …«“Avrei desiderato che tutto ciò non fosse mai accaduto ai miei giorni” esclamò Frodo. “Anch’io” annuì Gandalf “come d’altronde tutti coloro che vivono questi avvenimenti. Ma non tocca a noi scegliere. Tutto ciò che possiamo decidere è come disporre del tempo che ci è stato dato”. […] “Affinché il male prevalga, è sufficiente che gli onesti non facciano nulla. […]. Ma non tocca a noi dominare tutte le maree del mondo, il nostro compito è di fare il possibile per la salvezza degli anni nei quali viviamo, sradicando il male dai campi che conosciamo, al fine di lasciare a coloro che verranno dopo una terra sana e pulita da coltivare”» (John Ronald Reuel Tolkien).

john_ludd
Scritto il 7 ottobre 2013 at 15:14

icebergfinanza,

Sai che sono d’accordo con te, un blog hai dei limiti e fai già un lavoro egregio, quindi prendi quanto scritto sopra come un complemento e come un perdonabile sfogo da parte di uno che alcuni di quei luoghi ha visto di persona e ne è sempre tornato più sconfortato di prima.

sd
Scritto il 7 ottobre 2013 at 15:56

Buon giorno

Se volete……………..150 disperati ITALIANI da spedire in tunisia con un barcome marcio ve li trovo in 10 giorni…………..naturalmete a “tanto” cadauno.

SD

ilcuculo
Scritto il 7 ottobre 2013 at 21:02

john_ludd@finanza,

Però un accenno al fatto che questi paesi sono anche l’epicentro del problema demografico andrebbe fatto.

john_ludd
Scritto il 7 ottobre 2013 at 21:41

ilcuculo@finanza,

Fai molta confusione. Paesi con problemi demografici sono India, Bangladesh, Pakistan, Nigeria… non arriva nessuno da quei paesi. I profughi arrivano da paesi distrutti dalla guerra, Siria, Somalia, Eritrea… e c’è di più. Nessuno che scriva che la stragrande maggioranza dei profughi non arriva in Europa ma si ferma nei campi in paesi già compromessi. Il Pakistan ospita profughi dall’Afghanistan, l’Iran ancora di più. Possiamo anzi senza alcun dubbio affermare che nessun paese è più impegnato dell’Iran che ospita profughi da est e da ovest a centinaia di migliaia. Ma siccome gli iraniani sono brutti e cattivi mentre noi siamo buoni chissefrega, si arrangino, anzi li sanzioniamo pure in pieno ossequio all’orrenda politica ipocrita nella quale gli occidentali si sono distinti in questi decenni.

john_ludd
Scritto il 7 ottobre 2013 at 21:48

stanziale@finanza,

occhio con queste affermazioni, o sei davvero sicuro di quello che scrivi e puoi documentare che i tedeschi si comportano peggio di noi oppure rischi di iscriverti nel partito di Cetto La Qualunque. A me risulta che nel 2012 l’Italia ha accolto 12.000 richieste di asilo e la Germania oltre 60.000. Svezia e Norvegia anche di più se in rapporto alla loro popolazione. E’ un problema complesso, non si migliora la situazione ringhiando.

ilcuculo
Scritto il 7 ottobre 2013 at 22:37

john_ludd@finanza,

Non credo di fare così tanta confusione , dal 1970 al 2010 paesi come Somalia, Eritrea, come Nigeria , Pakistan, Irak , Afganistan, e quasi tutta l’africa sub-sahariana hanno triplicato la popolazione.

edmontdantes
Scritto il 8 ottobre 2013 at 00:12

E se fossero la soluzione? proviamo a pensare diversamente, proviamo a vede come meglio valorizzarli…lo so sembrerò folle e naïf, ma se continuiamo a pensare con la testa nel sacco non andiamo da nessuna parte.

john_ludd
Scritto il 8 ottobre 2013 at 10:13

ilcuculo@finanza,

e se anche si fosse quintuplicata cosa ne facciamo ? li gasiamo, li sterilizziamo bombardandoli con gli anti concezionali ? OGGI c’è un immane problema migratorio, anche applicando la più meravigliosa delle politiche di controllo della nascite, tra 75 anni la popolazione si sarà ridotta un tantino. E guarda che in paesi che passano come conigliere le cose sono cambiate. Basta un reddito appena superiore, un livello scolastico appena superiore allo zero e smettono di fare figli a dozzine. In India la popolazione urbana ha un tasso di natalità come in Scandinavia (ma maggiore che da noi, paese cattolico che esercita la peggiore politica familiare del continente). Fenomeni del tutto simili si osservano in tutto il terzo mondo. In realtà non costerebbe molto insegnare a questa gente come si fa a pescare invece che fare una pelosa carità fatta di qualche pesce ogni mese.

ilcuculo
Scritto il 9 ottobre 2013 at 08:04

john_ludd@finanza,

A me basterebbe vedere che la curva della popolazione assume una derivata seconda negativa, almeno come ha fatto la Cina

ilcuculo
Scritto il 9 ottobre 2013 at 08:05

Comunque 7 miliardi di pescatori non lasciano un pesce nel mare

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