IL RITORNO DELLA QUIETE PRIMA DELLA TEMPESTA!

Scritto il alle 02:03 da icebergfinanza

   

Ricordo a tutti i lettori che è disponibile presso le migliori librerie o cliccando il banner in cima al sito oppure QUI  , il mio libro intitolato
"Viaggio attraverso la tempesta perfetta"
un libro per tutti, un intreccio di crisi antropologica ed economica, un'autentica tempesta perfetta che ha sequestrato la vita economica sociale di intere comunità e delle generazioni future.

 

Ripercorrendo i passi di un vecchio post che vide la luce alla fine dello scorso anno…

Ecco il sereno…ecco il sole…ecco sorride…,come dimenticare alcuni passi dell'immortale poesia di Giacomo Leopardi,  " La quiete dopo la tempesta " :

(…) Passata è la tempesta: Odo augelli far festa… Ecco il Sol che ritorna, ecco sorride … rallegra ogni core. Sì dolce, sì gradita Quand'è, com'or, la vita? Quando con tanto amore L'uomo a' suoi studi intende? O torna all'opre? o cosa nova imprende?

Quando de' mali suoi men si ricorda?

Con i dovuti distinguo, c'è una sorta di autocompiacimento nell'aria, nella quiete prima di una nuova probabile tempesta, non certo "sovrana" perchè come la natura insegna dopo la pioggia torna il sereno, ma di nuovo, la pioggia, la tempesta sono li inevitabilmente , soprattutto se l'Uomo ….nulla o quasi imprende!

Piacer figlio d'affanno; Gioia vana, ch'è frutto Del passato timore, onde si scosse E paventò la morte(…)
 
Più l'entusiasmo si autoalimenta più è probabile che qualcuno si dimenticherà di controllare il battito cardiaco dell'economia.

Quello della finanza non esiste quasi più, un flebile battito, un organismo tenuto in vita dai revisori con le loro fantasie contabili, destinato in buona parte al fallimento. Ieri Moody's ha ricordato al mondo che il sistema finanziario spagnolo è uno dei più solidi al mondo, addirittura il terzo europeo dopo Francia e Norvegia.

Affascinante no, dopo la più devastante bolla immobiliare della storia, probabilmente il credito in Spagna proveniva da Marte o dal resto d'Europa, chissà cosa hanno combinato in Irlanda per assistere al collasso del proprio sistema finanziario giocando con gli immobili e i derivati che in Spagna non si è verificato.

Come la storia insegna questa sorta di compiacimento, di ottimismo di maniera ha portato a sottovalutare la situazione reale nel lontano 1937 con le conseguenze che noi tutti conosciamo. Sono curioso di comprendere se la storia ha intenzione di ripetersi o se questa volta seguirà nuove rotte 

Come ho scritto ieri a differenza di numerosi altri indicatori che hanno l'ambizione di testimoniare una presunta ripresa economica come ad esempio l'Indice ECRI o il LEADING INDICATOR, che si avvalgono anche di sottoindici che prendono in considerazione un mercato azionario decisamente sopravvalutato a livello fondamentale, l'ultimo rilascio dell'indice CFNAI relativo all'attività manifatturiera della FED di CHICAGO mostra una crescita ben sotto il potenziale è una persistente debolezza del mercato del lavoro oltre che dei consumi e del settore immobiliare. Qui sotto avete la dinamica degli ultimi mesi…Quello che è decisamente interessante è che l'affidabilità di questo indice è totale ogni qualvolta la sua media a tre mesi, la CFNAI-MA3 scende sotto il livello dello 0,70 la recessione è matematica.   

 

 

www.chicagofed.org

  

Quello che è decisamente interessante è che l'affidabilità di questo indice è totale ogni qualvolta la sua media a tre mesi, la CFNAI-MA3 scende sotto il livello dello 0,70 la recessione è matematica. Ora siamo a meno 0,41 ma il prossimo mese per effetto del dato di novembre scenderemo ancora più in basso.    Ora  Ora OO

 

cfnai_december2010.pdf

Le vendite di case esistenti usciranno molto più basse di quello che il mercato si attende molto probabilmente saliranno di un modesto 3 o 4 % rispetto alle attese di un 7/8.

Secondo una recentissima analisi di Bank of America, il modo più probabile con il quale le famiglie americane ridurranno il debito di almeno altri mille miliardi è attraverso il default di coloro che sono underwater ovvero con mutui residui superiori al valore stesso della casa. Abbiamo oggi quasi undici milioni di abitazioni pari al 22,5 % dell'intero mercato immobiliare americano abitate da famiglie con patrimonio netto negativo secondo Corelogic.

E' ovvio che il patrimonio netto negativo, le famiglie che hanno il debito superiore al valore stesso della casa costituiranno un'ipoteca su un'eventuale ripresa del mercato immobiliare e quindi sulla ripresa economica e naturalmente sui consumi. Se poi continueranno a salire i tassi fissi sui mutui ipotecari sarà affascinante osservare da dove arriverà la favola della ripresa.

Il deleveraging interesserà naturalmente anche le municipalità americane e tutte le nazioni sovrane.

In Arizona lo stato ha pensato di vendere gli edifici pubblici, e riprenderli in affitto, per colmare i buchi nel bilancio. Alle Hawaii 500 persone hanno dovuto fare la colletta per evitare la chiusura di una libreria pubblica. In California lo stato per mesi ha dovuto usare speciali cambiali per pagare gli stipendi pubblici, perché era a corto di soldi. In Utah 17mila dipendenti statali si sono ridotti i giorni lavorativi e in Florida si sono abituati alle videoconferenze per risparmiare sui viaggi. Qualcuno ha avuto idee geniali per tagliare i costi. Altri hanno avuto spunti meno fantasiosi: nel 2010, per esempio, 31 stati Usa hanno ridotto i dipendenti pubblici.Sta di fatto che, coast to coast, un po' tutte le amministrazioni statunitensi stanno raschiando il fondo del barile perché non hanno più soldi. Tanto che, tra i Repubblicani e nella stampa Usa, qualcuno inizia a ipotizzare l'eventualità – per ora impossibile tecnicamente – che qualche stato americano possa andare in bancarotta Sole24Ore. www.ilsole24ore.com/art/finanza-e-mercati/2010-12-18/cani-caccia-soccorso-pubblico-181848.shtml?uuid=AYQ7MysC       

 Come minimo questo resterà un freno e un'ipoteca sulla ripresa ancora per lungo tempo.
 
Anche in Italia secondo un recentissimo rapporto di  Banca d'Italia più della metà della ricchezza è investita nel mattone, mentre come in America il 45 % della ricchezza della nazione è in mano al 10 % delle famiglie. Se poi vi aggiungiamo che oltre il 62 % è rappresentato da attività reali e quasi il 38 % è costituito da attività finanziarie Lascio quindi  alla Vostra immaginazione quali effetti può avere la Grande Utopia di mercati azionari che salgono all'infinito.
Inoltre per tutti coloro che vedono chissà quale nuova dinamica dietro a quello che sta avvennendo nelle prospettive di rialzo dei tassi consiglio di dare un'occhiata a dove stanno le aspettative, cosi tanto per ridimensionare le solite fobie sull'inflazione.

Non aspettatevi previsioni di alcun genere, in questo sistema dove l'illusione e la manipolazione, la frode e l'inganno sono la regola, inutile avventurarsi in oceani inesplorati, in fondo non c'è fretta, un lungo decennio perduto ci attende.

 .
 

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La "filosofia" di  Icebergfinanza resta e resterà sempre gratuitamente a disposizione di tutti nella sua "forma artigianale", un momento di condivisione nella tempesta di questi tempi, lascio alla Vostra libertà, il compito di valutare se Icebergfinanza va sostenuto nella sua navigazione attraverso le onde di questo cambiamento epocale!   

Non solo e sempre economia e finanza, ma anche alternative reali da scoprire e ricercare insieme cliccando qui sotto in ……… 

            

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4 commenti Commenta
Scritto il 21 dicembre 2010 at 14:26

L'Italia è un paese solido ma non lo sa

di Marco Fortis

La crisi globale ha scatenato una guerra senza esclusione di colpi tra i vari paesi per il collocamento dei propri titoli di debito. Guerra resa più aspra dalla circostanza che, scoppiata la "bolla" dei mutui subprime, ci sono oggi in circolazione nel mondo meno soldi veri e molti più debiti (privati e pubblici) che in passato. Gli stati che non riescono (o che non riuscissero) a farsi sottoscrivere a tassi normali nuove emissioni di debito o rinnovi di quelli in scadenza non hanno (o non avrebbero) che due alternative: pagare tassi di interesse eccezionalmente più alti (con ulteriore pregiudizio per i conti statali) o tagliare drasticamente stipendi o posti di lavoro nel pubblico impiego.

Scenari che Grecia ed Irlanda malauguratamente già ben conoscono. Ci sarebbe, per la verità, anche il quantitative easing ma al momento se lo possono permettere su scala industriale solo la Fed e la Banca d'Inghilterra.

In alcuni recenti articoli sulla ricchezza delle famiglie italiane (Il Sole 24 Ore del 20 ottobre, 17 novembre e 8 dicembre) abbiamo evidenziato alcuni profili relativi alla sostenibilità finanziaria complessiva del nostro paese e l'opportunità di rappresentarli meglio ai mercati e anche alle istituzioni europee. Dovrebbe essere interesse comune di tutti gli italiani, qualunque sia la loro convinzione politica ed estrazione sociale, dare all'estero e in particolare agli investitori internazionali un'immagine il più possibile realistica della sostenibilità dei conti finanziari nazionali e della solidità del nostro debito pubblico, valorizzando, laddove sia utile, indicatori sin qui completamente trascurati, tra cui il più importante è proprio lo stock di ricchezza delle famiglie. Ciò non per evocare l'adozione di una patrimoniale su tale ricchezza, finalizzata a ripagare il debito pubblico italiano, ma al contrario per dimostrare l'importanza del risparmio privato, che va incentivato e non disincentivato, come fattore di bilanciamento del debito pubblico stesso.

Lo abbiamo scritto chiaramente il 17 novembre scorso: «L'Italia non ha bisogno di alcuna patrimoniale ma solo di tagli e risparmi graduali nel quadro di un rigoroso e credibile piano di riduzione del debito statale». Che l'elevata ricchezza delle famiglie (assoluta, media e mediana) sia un importante asset del nostro paese in tempi di vacche magre come questi è un dato di fatto che nessuno può ignorare, tantomeno noi italiani per primi. Il presidente Obama oggi farebbe carte false per avere una contabilità del settore privato come quella italiana. Purtroppo per lui gli Stati Uniti hanno invece di fronte due certezze scoraggianti: la prima è che la ricchezza finanziaria netta e immobiliare delle famiglie americane alla fine del terzo trimestre 2010 era ancora del 14% inferiore in valore nominale a quella di fine 2007, il che scoraggia la ripresa dei consumi senza i quali non può esservi vera crescita; la seconda è che, come prevede il Fondo monetario internazionale ("Fiscal Monitor" dell'ottobre 2010), nel 2015 il debito pubblico statunitense sarà pari al 111% del Pil.

Gli Stati Uniti, cioè, hanno ormai un debito pubblico tristemente "italiano" e un debito delle famiglie pesantemente "americano": la peggiore delle combinazioni possibili. L'Italia invece, dopo lo sfascio dei conti statali degli anni 80, ha notoriamente un debito pubblico "italiano" (che è però stabile da 20 anni come trend di lungo periodo) controbilanciato dal più basso debito delle famiglie, in percentuale del Pil, nei Paesi del G-7. Inoltre, secondo i dati diffusi ieri dalla Banca d'Italia, la ricchezza delle famiglie italiane, diversamente da ciò che è accaduto negli Stati Uniti, a fine giugno 2010 risultava dell'1,2% superiore a valori correnti ai livelli di fine 2007, con «un livello di disuguaglianza della ricchezza netta tra le famiglie piuttosto contenuto, anche rispetto ai soli paesi più sviluppati». Infine, l'Italia poteva vantare a fine 2009 un rapporto tra ricchezza e reddito disponibile delle famiglie pari all'820% circa (il più alto della nostra storia) mentre negli Stati Uniti è solo del 480% ed è tornato indietro ai valori del 1994.

Dunque l'Italia farebbe bene ad insistere affinché la reale sostenibilità finanziaria dei paesi e dei loro debiti pubblici sia valutata considerando i conti patrimoniali aggregati, all'interno dei quali il patrimonio netto delle famiglie (finanziario in primis ma anche immobiliare) costituisce il nocciolo duro di ogni sistema economico avanzato. Proporre che il nuovo Patto di stabilità Ue si fondi su un limite del debito pubblico pari al 60% della ricchezza finanziaria netta delle famiglie anziché del Pil o dei due parametri tra loro in combinazione (visto che nei paesi dell'Est Europa di ricchezza c'è n'è per il momento ancora poca) darebbe il reale riscontro della sostenibilità comparata del debito statale italiano. Capiamo benissimo che altri paesi potrebbero non avere interesse a che questo indicatore subentri al tradizionale rapporto debito pubblico/Pil (visto che la loro bassa ricchezza privata smasc hererebbe la loro fragilità finanziaria complessiva) ma non capiamo affatto perché non dovrebbe essere invece interesse di noi italiani batterci affinché gli indicatori del Patto di stabilità diventino più credibili e più vantaggiosi anche per la nostra immagine presso gli investitori.

È stato anche argomentato che la strada maestra per abbattere il debito pubblico è la crescita del Pil. In parte ciò è vero ma non del tutto. Infatti, la crescita del Pil non abbatte automaticamente il debito pubblico ma riduce nella maggior parte dei casi solo il rapporto debito/Pil che è tutta un'altra cosa: un puro rapporto statistico, a nostro avviso nemmeno tanto intelligente. L'unica medicina che può abbattere significativamente il debito statale (oltre ad eventuali massicce privatizzazioni, laddove possibili) è il taglio della spesa pubblica, la cui realizzazione concreta è però molto difficile da ottenere (ed è anche elettoralmente poco redditizia). È certamente più facile e politically correct andare in giro per convegni, talk show e comizi auspicando l'arrivo della crescita del Pil come se fosse una manna dal cielo. Ma la crescita del Pil oggi è come l'erba voglio: probabilmente, dopo i rimbalzi statistici del 2010, non crescerà nemmeno nel giardino della signora Merkel (anche se i tedeschi, diversamente da noi, sono bravissimi a rappresentarsi ai mercati come se fossero già del tutto usciti dalla crisi).

E poi di che crescita del Pil stiamo parlando? Di quella in volume o di quella in valore? Nei fatti, il Pil che genera le entrate fiscali (necessarie per far quadrare il bilancio annuale e per produrre un eventuale avanzo primario) è quello in valore, non quello in volume. E l'Italia coi valori non è poi così mal messa. Tra il 1999 e il 2009 le entrate fiscali dell'Italia sono cresciute in valore del 31%, mentre quelle della Germania (oggi diventata assai di moda come benchmark) sono aumentate solo dell'11%. Ciò sulla base di una pressione fiscale percentualmente non molto diversa nel tempo tra i due paesi. Intanto il debito pubblico di Berlino cresce e nel 2012 risulterà di una cinquantina di miliardi di euro in assoluto più alto del nostro. A ciò si aggiunge il fatto che lo stock di ricchezza finanziaria netta e immobiliare delle famiglie tedesche (secondo lo studio del Credit Suisse da noi già anticipato un mese fa e ripreso anche dalla Banca d'Italia), è pari solo al 330% del Pil contro il 520% dell'Italia.
Dunque, se invece di continuare a parametrare il debito pubblico al Pil lo rapportassimo alla ricchezza delle famiglie otterremmo un quadro assai diverso della situazione di sostenibilità dei debiti sovrani. L'Italia sotto questo profilo sta non solo molto meglio dei "Pigs" ma è alla pari della stessa Germania. Gli Stati Uniti, invece, stanno sperimentando un pauroso sbandamento contabile che li sta portando ad avere assieme al …

Scritto il 21 dicembre 2010 at 14:26

L'Italia è un paese solido ma non lo sa

di Marco Fortis

La crisi globale ha scatenato una guerra senza esclusione di colpi tra i vari paesi per il collocamento dei propri titoli di debito. Guerra resa più aspra dalla circostanza che, scoppiata la "bolla" dei mutui subprime, ci sono oggi in circolazione nel mondo meno soldi veri e molti più debiti (privati e pubblici) che in passato. Gli stati che non riescono (o che non riuscissero) a farsi sottoscrivere a tassi normali nuove emissioni di debito o rinnovi di quelli in scadenza non hanno (o non avrebbero) che due alternative: pagare tassi di interesse eccezionalmente più alti (con ulteriore pregiudizio per i conti statali) o tagliare drasticamente stipendi o posti di lavoro nel pubblico impiego.

Scenari che Grecia ed Irlanda malauguratamente già ben conoscono. Ci sarebbe, per la verità, anche il quantitative easing ma al momento se lo possono permettere su scala industriale solo la Fed e la Banca d'Inghilterra.

In alcuni recenti articoli sulla ricchezza delle famiglie italiane (Il Sole 24 Ore del 20 ottobre, 17 novembre e 8 dicembre) abbiamo evidenziato alcuni profili relativi alla sostenibilità finanziaria complessiva del nostro paese e l'opportunità di rappresentarli meglio ai mercati e anche alle istituzioni europee. Dovrebbe essere interesse comune di tutti gli italiani, qualunque sia la loro convinzione politica ed estrazione sociale, dare all'estero e in particolare agli investitori internazionali un'immagine il più possibile realistica della sostenibilità dei conti finanziari nazionali e della solidità del nostro debito pubblico, valorizzando, laddove sia utile, indicatori sin qui completamente trascurati, tra cui il più importante è proprio lo stock di ricchezza delle famiglie. Ciò non per evocare l'adozione di una patrimoniale su tale ricchezza, finalizzata a ripagare il debito pubblico italiano, ma al contrario per dimostrare l'importanza del risparmio privato, che va incentivato e non disincentivato, come fattore di bilanciamento del debito pubblico stesso.

Lo abbiamo scritto chiaramente il 17 novembre scorso: «L'Italia non ha bisogno di alcuna patrimoniale ma solo di tagli e risparmi graduali nel quadro di un rigoroso e credibile piano di riduzione del debito statale». Che l'elevata ricchezza delle famiglie (assoluta, media e mediana) sia un importante asset del nostro paese in tempi di vacche magre come questi è un dato di fatto che nessuno può ignorare, tantomeno noi italiani per primi. Il presidente Obama oggi farebbe carte false per avere una contabilità del settore privato come quella italiana. Purtroppo per lui gli Stati Uniti hanno invece di fronte due certezze scoraggianti: la prima è che la ricchezza finanziaria netta e immobiliare delle famiglie americane alla fine del terzo trimestre 2010 era ancora del 14% inferiore in valore nominale a quella di fine 2007, il che scoraggia la ripresa dei consumi senza i quali non può esservi vera crescita; la seconda è che, come prevede il Fondo monetario internazionale ("Fiscal Monitor" dell'ottobre 2010), nel 2015 il debito pubblico statunitense sarà pari al 111% del Pil.

Gli Stati Uniti, cioè, hanno ormai un debito pubblico tristemente "italiano" e un debito delle famiglie pesantemente "americano": la peggiore delle combinazioni possibili. L'Italia invece, dopo lo sfascio dei conti statali degli anni 80, ha notoriamente un debito pubblico "italiano" (che è però stabile da 20 anni come trend di lungo periodo) controbilanciato dal più basso debito delle famiglie, in percentuale del Pil, nei Paesi del G-7. Inoltre, secondo i dati diffusi ieri dalla Banca d'Italia, la ricchezza delle famiglie italiane, diversamente da ciò che è accaduto negli Stati Uniti, a fine giugno 2010 risultava dell'1,2% superiore a valori correnti ai livelli di fine 2007, con «un livello di disuguaglianza della ricchezza netta tra le famiglie piuttosto contenuto, anche rispetto ai soli paesi più sviluppati». Infine, l'Italia poteva vantare a fine 2009 un rapporto tra ricchezza e reddito disponibile delle famiglie pari all'820% circa (il più alto della nostra storia) mentre negli Stati Uniti è solo del 480% ed è tornato indietro ai valori del 1994.

Dunque l'Italia farebbe bene ad insistere affinché la reale sostenibilità finanziaria dei paesi e dei loro debiti pubblici sia valutata considerando i conti patrimoniali aggregati, all'interno dei quali il patrimonio netto delle famiglie (finanziario in primis ma anche immobiliare) costituisce il nocciolo duro di ogni sistema economico avanzato. Proporre che il nuovo Patto di stabilità Ue si fondi su un limite del debito pubblico pari al 60% della ricchezza finanziaria netta delle famiglie anziché del Pil o dei due parametri tra loro in combinazione (visto che nei paesi dell'Est Europa di ricchezza c'è n'è per il momento ancora poca) darebbe il reale riscontro della sostenibilità comparata del debito statale italiano. Capiamo benissimo che altri paesi potrebbero non avere interesse a che questo indicatore subentri al tradizionale rapporto debito pubblico/Pil (visto che la loro bassa ricchezza privata smasc hererebbe la loro fragilità finanziaria complessiva) ma non capiamo affatto perché non dovrebbe essere invece interesse di noi italiani batterci affinché gli indicatori del Patto di stabilità diventino più credibili e più vantaggiosi anche per la nostra immagine presso gli investitori.

È stato anche argomentato che la strada maestra per abbattere il debito pubblico è la crescita del Pil. In parte ciò è vero ma non del tutto. Infatti, la crescita del Pil non abbatte automaticamente il debito pubblico ma riduce nella maggior parte dei casi solo il rapporto debito/Pil che è tutta un'altra cosa: un puro rapporto statistico, a nostro avviso nemmeno tanto intelligente. L'unica medicina che può abbattere significativamente il debito statale (oltre ad eventuali massicce privatizzazioni, laddove possibili) è il taglio della spesa pubblica, la cui realizzazione concreta è però molto difficile da ottenere (ed è anche elettoralmente poco redditizia). È certamente più facile e politically correct andare in giro per convegni, talk show e comizi auspicando l'arrivo della crescita del Pil come se fosse una manna dal cielo. Ma la crescita del Pil oggi è come l'erba voglio: probabilmente, dopo i rimbalzi statistici del 2010, non crescerà nemmeno nel giardino della signora Merkel (anche se i tedeschi, diversamente da noi, sono bravissimi a rappresentarsi ai mercati come se fossero già del tutto usciti dalla crisi).

E poi di che crescita del Pil stiamo parlando? Di quella in volume o di quella in valore? Nei fatti, il Pil che genera le entrate fiscali (necessarie per far quadrare il bilancio annuale e per produrre un eventuale avanzo primario) è quello in valore, non quello in volume. E l'Italia coi valori non è poi così mal messa. Tra il 1999 e il 2009 le entrate fiscali dell'Italia sono cresciute in valore del 31%, mentre quelle della Germania (oggi diventata assai di moda come benchmark) sono aumentate solo dell'11%. Ciò sulla base di una pressione fiscale percentualmente non molto diversa nel tempo tra i due paesi. Intanto il debito pubblico di Berlino cresce e nel 2012 risulterà di una cinquantina di miliardi di euro in assoluto più alto del nostro. A ciò si aggiunge il fatto che lo stock di ricchezza finanziaria netta e immobiliare delle famiglie tedesche (secondo lo studio del Credit Suisse da noi già anticipato un mese fa e ripreso anche dalla Banca d'Italia), è pari solo al 330% del Pil contro il 520% dell'Italia.
Dunque, se invece di continuare a parametrare il debito pubblico al Pil lo rapportassimo alla ricchezza delle famiglie otterremmo un quadro assai diverso della situazione di sostenibilità dei debiti sovrani. L'Italia sotto questo profilo sta non solo molto meglio dei "Pigs" ma è alla pari della stessa Germania. Gli Stati Uniti, invece, stanno sperimentando un pauroso sbandamento contabile che li sta portando ad avere assieme al …

Scritto il 21 dicembre 2010 at 17:36

ma l'istat ci dice che è aumentato l'indice di Gini, che la disparità tra ricchi e poveri è diventata maggiore di sempre, ma continuano anche a dirci che oggi viviamo in un mondo migliore.
io però noto una cosa, anzi me la faceva notare una delle vecchiette che porto in giro col furgone del comune nelle ore in cui faccio il volontario.
ebbene questa mi diceva :" ma lei è sempre allegro, come fa ?" "e come lo sa lei che io sono allegro" risposi ? "è l'unico in tutto il paese che zufola per strada, e quando guida canta pure…. per strada la si sente arrivare da lontano, sa ? il suo fischiettare è inconfondibile".
già , mi sono detto io, è vero, sto passando un periodo di grande serenità… e poi mi sono venuti in mente gli anni della mia fanciullezza, quando guardavo mia madre fare i mestieri e le chiedevo di cantare… aveva una bellissima voce da soprano e cantava le romanze delle operette in maniera meravigliosa, ed io ne ero affascinato.
ma anche per strada, nel centro di Torino dove son nato si sentivano tante persone fischiettare, anche cantare, dalle finestre aperte delle case, e anche per strada.
poi , dopo il festival di sanremo, tutti a tentare i nuovi motivi…. si comprava il canzoniere, e avanti ci si trovava per riprodurre i motivi più orecchiabili.
oggi non si canta più.
tutti immersi nei propri pensieri o a parlare a vuoto ( no nel microfono del telefonino che non si vede) come tanti "uomini libro" del famoso "fahrenight 431"
non ci sono più finestre aperte, troppe hanno sbarre di ferro, e per la strada non si canta più.
che tristezza. sicuri che sia un mondo migliore ?

utente anonimo
Scritto il 21 dicembre 2010 at 19:22

.. ora proprio fischiettare mi sembra eccessivo anche solo sperarlo , certamente pensare di più alla salute  , al fatto di essere vivi ,  ritrovare soddisfazioni anche in cose più umili e molto spesso dimenticate , anche se non modifica scenari e problemi , trova anche negli attimi il valore della vita . Grafici , proiezioni , debiti e denari ad oggi non aiutano certo la qualità dell'esistenza , anzi la comprimono a vantaggio della bile e dei pensieri . Non esiste prezzo per comprare una vita più lunga e serena , e questo Noi tutti lo dimentichiamo troppo spesso . Felici Feste a Voi  tutti e ai Vs. cari. 

                                      Fiorentino Dispettoso

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