BAIL OUT & NEW DEAL del VENTUNESIMO SECOLO! La Socializzazione delle perdite e la fiducia nel cambiamento!

Scritto il alle 10:25 da icebergfinanza

consult.teknea.it/maurizio.difrancesco/

Ammetto di averci pensato un pò prima di pubblicare questa splendida foto, forse fuori luogo in questo argomento ma che riassume la disperata ricerca di aiuto del mercato, come un bimbo che cerca la mano della mamma, mamma Stato, la mano dell’intervento pubblico, l’ennesimo fallimento del " pensiero razionale ".

Con New Deal si intende il piano di riforme economiche e sociali promosso dal presidente americano Franklin Delano Roosevelt fra il 1933 e il 1937, allo scopo di risollevare il Paese dalla grande depressione che aveva travolto gli Stati Uniti d’America a partire dal 1929.( Wikipedia )

 L’opera di Keynes e del suo gruppo, poi elegantemente sintetizzata in Teoria generale dell’Occupazione, dell’Interesse e della moneta, penetrò sensibilmente nei reticolati della cultura economica liberale americana, dando luogo ad un lungo dibattito protrattosi negli anni. L’opera dell’economista inglese infatti, che pure si trovava in disaccordo con "maestri" quali Smith o Ricardo, sosteneva l’incapacità del mercato di autoregolamentarsi, secondo le regole già enunciate dallo scozzese in  "An Inquiry into the nature and Causes of the wealth of Nations". In una situazione di inflazione galoppante ed evidente recessione, l’intervento da parte dello stato nell’attività produttiva e nel processo economico diveniva determinante per risollevare le sorti del paese e ridistribuire verso il basso la ricchezza, evitando dunque la sproporzione evidente nel dato periodo. http://it.wikipedia.org/wiki/New_Deal

In un clima di assoluta incertezza in relazione all’efficacia degli interventi da parte della Federal Reserve per soccorrere il mercato, con maggiore insistenza si profila la consacrazione definitiva della "socializzazione delle perdite " dopo aver assistito alla privatizzazione dei profitti.

Dal Fondo Monetario Internazionale e dall’ex segretario al tesoro Rubin, ora direttamente interessato tramite la sua presenza nei vertici di Citigroup, proviene un grido angosciato, una richiesta impensabile, frutto della disperazione di un sistema sull’orlo del collasso. In nome del funzionamento del sistema finanziario e della sua salvaguardia, si invoca l’intervento pubblico, l’intervento dello stato nel libero mercato.

La garanzia della Federal Reserve, quei 30 miliardi di finanziamenti garantiti per l’acquisto della Bear Stearns, l’accollo del rischio di titoli strutturati è un precedente storico assoluto, una indiretta esposizione del contribuente americano al rischio di un crollo strutturale.

Secondo alcune informazioni provenienti dal FINANCIAL TIMES le banche centrali starebbero studiando la possibilità di un acquisto coordinato massiccio di assets finanziari di derivazione subprime, un estremo tentativo di riportare la fiducia nel mercato.

In sostanza l’utilizzo di fondi pubblici per acquistare MortgageBackedSecurities, assets che stanno minando le fondamenta del mercato finanziario. 

Pronta la smentita da parte della FEDERALRESERVE nel coinvolgimento di trattative per interventi coordinati…

"The Federal Reserve is not involved in discussions with foreign central banks for coordinated buying of MBS," a senior Fed official said.

…seguita a ruota dalla Bank of England che ammette contatti per esaminare varie opzioni atte a stabilizzare i mercati. . "Le banche centrali, inclusa la Bank of England, stanno cercando strade per uscire dalla crisi. Noi, comunque, non siamo fra quelle citate che propongono che siano i contribuenti, più che le banche, ad assumersi il rischio. In ogni caso, possiamo confermare che stiamo esaminando diverse opzioni, ma è ancora troppo presto per scendere nei dettagli", ha spiegato un portavoce della banca d’Inghilterra.

Se mai ce ne fosse stato il bisogno, la possibilità di questa ultima ed estrema misura di intervento, testimonia che la situazione è di una gravità assoluta.

Si tratterebbe infine di un intervento di natura governativa con il trasferimento del rischio di controparte direttamente al contribuente.

Spesso abbiamo sentito nei giorni scorsi interventi di economisti o analisti a sostegno degli interventi delle banche centrali, interventi spesso atti ad esaltare la creatività nell’utilizzo di nuovi strumenti finanziari atti ad assicurare liquidità al mercato, quasi un’esaltazione collettiva nel prevedere interventi sempre più invasivi sia nella politica monetaria sia nella politica economica.

Background, un oceano di background, all’improvviso, riempie la scena dei mercati finanziari, esperti, analisti, economisti tutti al capezzale del grande malato, nessuno o quasi di essi in grado di analizzare l’irrazionalità di un sistema basato sulla leva finanziaria, nessuno o quasi che esprimesse una qualche perplessità di fronte ad un sistema drogato da una politica monetaria irresponsabile.

Fiducia e speranza negli studi accademici di un uomo Bernanke, che sino a qualche mese fà, dimostrava un’assoluta fede nell’integrità del sistema finanziario e nell’assoluta mancanza di segnali di contagio all’economia reale, fiducia e speranza in una istituzione che in questi anni ha assecondato il fenomeno subprime in nome di una presunta innovazione finanziaria a servizio del mercato.

Voi tutti sapete quanto abbia in questi mesi evidenziato la sottovalutazione globale di questo sistema e la mancanza di consapevolezza, nella follia collettiva la razionalità del singolo non trova dimora.

Ebbene due perle apparse sul Sole 24 Ore evidenziano come non tutti, almeno in Italia, siano stati facilmente attratti dal canto di una Sirena, la Federal Reserve che si ostina ad innondare il sistema di liquidità quando il principale problema è la solvibilità del sistema stesso, in fondo Bernanke è soprannominato " HELICOPTER BEN " in omaggio al pensiero unico friedmaniano, pensiero unico figlio dello studio teorico della Grande Depressione, una corrente di pensiero che ha scatenato la più impressionante sequenza di bolle finanziarie della storia.

Luigi Spaventa, ex presidente della Consob esprime alcune considerazioni sull’operato di Bernanke, in grassetto evidenzio alcune considerazioni che stanno alla base della sottovalutazione e superficialità della Federal Reserve.

Bernanke? Bravo ma lento.

• da Il Sole 24 Ore del 20 marzo 2008, pag. 1

di Luigi Spaventa
Caro direttore, Luigi Zingales ha concluso un suo lucido articolo sulle vicende di questi giorni (sul Sole 24 Ore di martedì scorso) con un «Bravo Ben»: Ben essendo Bernanke, il presidente Fed, a cui Zingales esprime il suo apprezzamento per la gestione del collasso di Bear Stearns, di cui si è evitata la liquidazione.
 
Mi associo a questo giudizio e condivido le argomentazioni che lo sorreggono, ma con una qualificazione: che il «bravo Ben» può solo riguardare quest’ultimo episodio; difficilmente, o quanto meno non senza qualche pesante riserva, può estendersi al comportamento della Federal Reserve nella genesi e nella successiva evoluzione della crisi finanziaria.
Al di là di qualche vago allarme, la Fed non aveva mai espresso preoccupazioni, e tanto meno proposto rimedi alle patologie che si manifestavano da qualche tempo nell’origine dei crediti: gli incentivi erano tali da stimolare la quantità del credito fondiario originato, indipendentemente dalla sua qualità e in assenza di una valutazione del merito di credito del mutuatario. Il film che abbiamo visto in questi mesi era stato proiettato in anteprima, nel 2005, in uno scritto di Raghuram Rajan, allora capo economista del Fondo monetario internazionale. Solo ora, a buoi scappati, la Fed ha sottoposto a consultazione una proposta di regolazione, con particolare riferimento all’attività di brokeraggio.
 
Come risulta da ogni documento ufficiale, la Fed, come tutte le altre autorità di vigilanza, non pareva consapevole del coinvolgimento delle banche, sia di quelle direttamente controllate, sia dei broker-dealer, nella riassunzione di quei rischi di credito che apparentemente erano mercato allo sbando? stati trasferiti a investitori terzi. La sola preoccupazione riguardava i rischi di controparte verso quegli investitori: non la dimensione dei rischi di credito assunti dalle banche fuori bilancio; non gli impegni di provvista di liquidità di ultima istanza ai veicoli di investimento sponsorizzati; non gli impegni "reputazionali" (verso proprie società di gestione del risparmio); non le posizioni in strumenti strutturati per trading proprietario.
 
Dopo i primi interventi di provvista di liquidità, e dopo la constatazione che questi a poco servivano in condizioni di incertezza sull’entità e sulla distribuzione di rischi e perdite all’interno del sistema, la Fed ha adattato con troppa lentezza la sua politica di intervento: prima mutuando dalla Bce le modalità delle operazioni di rifinanziamento e allungandone la durata; poi ampliando il novero delle controparti ammesse a quelle operazioni e degli assets accettabili come garanzia; infine, e tardivamente, assumendo indirettamente sui suoi libri contabili i rischi delle obbligazioni di credito. Ci avviciniamo così alla "opzione nucleare", che tuttavia non è stata ancora decisa con coerenza: ripulire il sistema con una iniziativa radicale, non dissimile nella sostanza a quella dei Brady bonds, per eliminare l’incertezza sui bilanci delle banche, pur facendo pagare ad esse il prezzo delle sconsideratezze passate.
 
Infine, ci si può chiedere quali siano oggi i rapporti fra politica monetaria americana e aspettative di mercato: è la prima a guidare le seconde, o non sono piuttosto le seconde a condizionare le decisioni di una politica monetaria angosciata dalla preoccupazione di non deludere i desideri di un mercato allo sbando?

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

  

 

 

 

 

Credo non serva aggiungere altro, in fondo sono le stesse considerazioni che io, uomo di strada qualunque, esprimo da mesi, considerazioni che molti di Voi hanno sollevato durante questo viaggio.

Inoltre interessante ed illuminante sulla funzione della vigilanza è questo articolo del professor Donato Masciandaro professore Ordinario di Economia Politica. con Cattedra di Economia della Regolamentazione Finanziaria.

La vigilanza Fed e il paradosso balcanico

di Donato Masciandaro

• da Il Sole 24 Ore del 21 marzo 2008, pag. 4 

La scena dei mercati finanziari internazionali è occupata dalla notizia della crisi di una importante brokerage house di Wall Street – la Bear Ste-arns – e dalla conseguente azione di salvataggio messa in atto dalla Fed, la banca centrale americana. Dopo gli acritici applausi iniziali, la scelta della Fed è stata più attentamente considerata e sono emersi i limiti e i rischi di un Paese in cui le authority di vigilanza, compresa la Fed, sono 115, variamente intrecciate. 

La scelta della Fed è stata incontrovertibilmente anomala: si è operato un salvataggio a causa del dissesto di una società finanziaria, non di una banca (come è stato invece il caso dell’intervento della Banca d’Inghilterra per la vicenda Northern Rock). Giustificare tale intervento sostenendo che il dissesto della finanziaria avrebbe potuto immediatamente avere degli effetti su altre finanziarie, ma soprattutto a catena anche su banche commerciali, significa solo riconoscere che oggi nel mercato statunitense esiste una parte rilevante dell’industria finanziaria che sfugge alla vigilanza, e che nel contempo è focolaio di instabilità. 

Di fronte a questo evidente crack della vigilanza, l’unica reazione immediata è una robusta iniezione di liquidità, che rende tutti felici. I mercati, che, continuano ad avere bisogno dell’oppio dei bassi tassi di interesse per gestire ed occultare i rischi che la sovrastruttura finanziaria creata in questi anni continua ad avere, e forse a generare. I politici, che sono ossessionati dalla scadenza elettorale, e vedono come fumo negli occhi tutto ciò che possa turbare la fiducia, peraltro già abbastanza scossa, dei cittadini elettori. Ma anche i regolatori, che possono ancora sperare di vedere sopravvivere il più obsoleto, inefficace ed inefficiente sistema di vigilanza conosciuto nel mondo. Che resiste solo perché finora ha fatto comodo a tutti. 

Proviamo a descrivere il paradosso americano, di mercati finanziari integrati e globali, governati daun sistema di vigilanza balcanizzato. Tutti sanno che gli Stati Uniti hanno progressivamente abbattuto le barriere tra i tre tipi di mercato finanziario tradizionale: bancario, mobiliare ed assicurativo. C’è una data precisa: nel 1999 il Congresso americano promulgò la legge Gramm-Leach-Bliley, che aboliva parti consistenti di quella legislazione bancaria che tra gli anni 30 e 50 aveva nei fatti separato in modo rigoroso i mercati bancari da quelli mobiliari ed assicurativi, Quella legge apriva la strada al mercato unico finanziario negli Stati Uniti. Da quel momento in avanti sarebbe stato più semplice per gli operatori superare i tradizionali confini tra strumenti, mercati ed intermediari. 

Ci si poteva allora aspettare che il cammino verso il mercato unico finanziario fosse accompagnato da una razionalizzazione anche del sistema di regolamentazione e vigilanza. Niente di tutto questo: il sistema americano rimase – e rimane – un ibrido unico al mondo. Vi sono 10 autorità di vigilanza federali – non riusciamo a citarle tutte, ricordiamo tra le altre appunto la Fed – più le autorità di regolamentazione e controllo per ciascuno dei 50 stati, più il distretto di Columbia. Un totale di 115 autorità di vigilanza. L’effetto? In primo luogo, nella patria dell’efficienza, i costi: è stato calcolato che il sistema di vigilanza americano, in rapporto al Pii, costa due volte quello inglese, e oltre due volte e mezzo quello tedesco. Dunque un sintomo di inefficienza, verosimile in un modello ad autorità multiple pletorico. Riguardo all’efficacia, i modelli con autorità multipla soffrono l’integrazione dei mercati sia ex ante che ex post. Ex ante, la pletora delle authority rende paradossalmente più facili i buchi nei controlli, e più probabili glj arbitraggi regolamentari. Per cui prevenire le crisi diviene più difficile. 

Ex post – quando cioè la crisi è avvenuta – il modello ad autorità multipla produce il fenomeno della deresponsabilizzazione. Traduzione: alla domanda di chi è la colpa, nessuno riesce a dare una risposta. Ciascun vigilante scarica sugli altri le responsabilità, 0 su fattori esogeni ed imponderabili (le cavallette, come nel film dei Blues Brothers). Aggiungiamo che ai politici americani il sistema ad autorità multipla è sempre piaciuto. Ammantato il tutto con la tavoletta della competition in regulation – tante autorità in competizione tra loro aumentano la qualità della regolamentazione (sic!) – si è costruito un bel sistema di rendite, sia a livello statale che a quello federale, in cui sia i politici che le burocrazie trovano la loro convenienza.

Poi un giorno si scopre che la struttura finanziaria ha assunto complessità e dimensioni tali che risultano imprevedibili i focolai di instabilità. Ed alloa, vai con la liquidità. Fino al prossimo scossone. L’ Europa? Se non impara la lezione americana, prima o poi sarà condannata a riviverla.

Inoltre due interessanti letture una sul TELEGRAPH dal titolo " FED’S RESCUE HALTED A DERIVATIVES CHERNOBYL " ed una sul NEWYORKTIMES dal titolo " WHAT CREATED THIS MONSTER " che cercano di esplorare le motivazioni che hanno indotto la Federal Reserve ad utilizzare strumenti innovativi per far fronte alla crisi sistemica finanziaria.

 
 

 

Ovviamente vi è anche chi come ad esempio Francesco Giavazzi sul Corriere della Sera parla di Capitalismo Responsabile, ricordando che prima di puntare il dito contro il sistema finanziario che ha consentito alle famiglie americane di indebitarsi ed aumentare quindi i loro consumi, bisogna ricordare che senza quei consumi le nostre economie sarebbero cresciute molto più lentamente.

Capitalismo Responsabile, assolutamente impronunciabile, in sostanza una sorta di edonismo finanziario o economico, come diceva Gibran, indebitarsi con il futuro, per pagare i debiti con il passato e il presente.

Come sostiene J.K.Galbraith, grande economista americano, in fondo non si tratta altro che ricordare come successe durante la Grande Depressione che…..secondo alcuni valeva la pena di soffrire a lungo la povertà per essere così ricchi solo per un attimo.

Secondo Giavazzi il "Capitalismo Responsabile" apre la strada al superamento della crisi attraverso il salvataggio delle banche d’investimento, si tratta di capitalismo responsabile, non della fine del capitalismo come qualcuno vorrebbe interpretarla ricorda Giavazzi…..ma si sa, da certe scuole di pensiero non possono uscire che certe  ……..illusioni!

La stessa illusione che nel lontano marzo del 1929 attraversò per un istante Wall Street nel racconto di J.K.Galbraith:

Il 26 marzo 1929 poteva esssere la fine. Il denaro poteva rimanere scarso. Le autorità potevano restare ferme nella loro intenzione di stringere i freni.  

Il panico poteva continuare. Ogni caduta di prezzi avrebbe costretto una nuova schiera di speculatori a vendere e ciò avrebbe fatto scendere ancora più i prezzi.

Tutto questo non avvenne e se si può attribuire il merito della cosa a qualcuno, esso appartiene senz’altro a Charles E.Mitchell. Le autorità della Riserva federale erano ambigue, ma non Mitchell.

Egli era a favore del boom. Per di più il suo prestigio come capo di una delle maggiori e piùi influenti banche commerciali, la sua reputazione come finanziere aggressivo ed estremamente fortunato, la sua posizione come membro della direzione della Banca della Riserva federale di New York facevano si che si parlasse almeno con la stessa autorità dei maggiorenti di Washington.

Nel corso della giornata di fronte allo scarseggiare del denaro, all’aumento dei tassi e alla flessione del mercato, Mitchel decise di agire.

Dichiarò alla stampa: “ Riteniamo di avere il dovere , superiore ai moniti della Riserva federale, e a qualsiasi altra cosa, di scongiurare una pericolosa crisi del mercato monetario. “ La National City Bank, affermò, avrebbe dato a prestito il denaro necessario a impedire la liquidazione. Inoltre avrebbe preso a credito denaro ( cosa che fece ) dalla Banca della Riserva federale di New York per farne appunto l’uso contro cui la Riserva federale aveva messo in guardia. (…)

Le parole di Mitchell furono magiche. Alla fine della contrattazione del 26 i tassi si attenuarono, e il mercato si rianimò. La Riserva federale rimase silenziosa, ma ora il suo silenzio era rassicurante.

Voleva dire che essa ammetteva la supremazia di Mitchell. Il giorno dopo la National City Bank mantenne l’impegno verso il boom: annunciò che avrebbe assicurato tassi di interesse ragionevoli fornendo 25 milioni di dollari per prestiti a vista. (…)

 “ La National City Bank riconosce pienamente i pericoli insiti nella superspeculazione (sic) e condivide il desiderio delle autorità della Riserva federale di limitare l’eccessiva espansione creditizia in tal senso. Nello stesso tempo la banca, il mondo degli affari in genere e, presumibilmente le banche d’emissione…desiderano evitare un generale crollo del mercato borsistico che avrebbe un effetto disastroso sugli scambi. “

 

In fondo si trattava solo di rinviare al domani l’inevitabile destino di una nemesi che avrebbe fatto il suo corso naturale, la stessa nemesi che oggi i banchieri centrali americani stanno cercando di posticipare in nome di una dinamica che prevede innanzitutto in nome di un presunto rischio sistemico il salvataggio di Wall Street a scapito di Main Street ovvero del contribuente americano lasciato al suo destino nelle parole dell’amministrazione americana che ritiene "pericoloso" arrestare il "naturale" assorbimento della bolla immobiliare. Non servono ulteriori commenti a queste dichiarazioni.

In fondo oggi in America la tanto osannata indipendenza delle banche centrali è un ricordo del passato, come il concetto che il mercato sia la giusta risposta ad ogni problema a parte il pensiero di alcuni " dinosauri " del concetto mercatista.

Dinosauri come dice Mario Platero, abituati a muoversi in libertà in nome dell’efficienza del mercato, ansiosi di archiviare questo " incidente di percorso con i quattrini dello Zio Sam " come sostiene un banchiere di Wall Street pronti a ricominciare da capo il grande gioco della " privatizzazione dei profitti ".

Oggi in particolare dalla sponda democratica americana si alza una leggera brezza di consapevolezza, una consapevolezza che verrà rimandata a dopo le elezioni sempre che non sia ormai troppo tardi.

Vigilanza Usa, riforma sul modello dei Servizi

di Mario Platero SOLE_24_ORE

 

Gli sceriffi di Wall Street si chiamano Barney Frank, presidente della Commissione servizi finanziari alla Camera; Christopher Dodd, presidente della commissione bancaria al Senato; Chuck Schumer, senatore di New York, presidente della commissione congiunta sull’Economia. Tre democratici che guardano anche alle complesse dinamiche elettorali, ciascuno con nuovi progetti di legge in fase di lavoro avanzata, con un obiettivo comune: se il contribuente americano dovrà salvare l’apparato finanziario, quello stesso apparato, nella sua composizione di banche commerciali, banche d’affari, hedge funds, istituzioni finanziarie non bancarie ecc., farà bene a mettersi nell’ordine di idee che d’ora in avanti dovrà sottoporsi a un regime ben più duro in termini di trasparenza, controlli e supervisione.
È da Washington dunque che potrebbe arrivare la nuova apocalisse per finanzieri leggeri, abituati a muoversi in libertà in nome dell’efficienza del mercato, ansiosi di archiviare questo «incidente di percorso con i quattrini dello Zio Sam», come ci ha detto un banchiere a Wall Street, per poter ricominciare al più presto daccapo.

Iniziative autonome

L’azione dei tre parlamentari, procede in modo separato e autonomo su più direttrici. Da una parte si stanno esplorando idee per poter rendere più efficiente la rete di controlli sulla finanza americana oggi dispersa in una ragnatela di diverse agenzie di regolamentazione, ciascuna con un proprio orticello e spesso con responsabilità statali che impediscono di tenere sotto controllo il quadro complessivo su base nazionale. Dall’altra si cercherà di trovare il modo per controllare con maggior rigore hedge funds, agenzie per la valutazione del credito, banche d’affari e intermediari finanziari non bancari. Un’idea che si è affermata sulle altre è quella di creare una nuova agenzia ombrello, magari al di sopra della Federal Reserve, della Fdic, del Comptroller of the currency, dell’Office of Thrift supervision e così via, con poteri pieni sul sistema finanziario nel suo insieme.
Il più aggressivo su questo fronte è Barney Frank, paffuto, occhiali rotondi, sguardo severo, labbra sottili, eletto in uno dei distretti più popolari del Massachusetts. Frank, un liberal di sinistra, è una mina vagante per Wall Street, perché dice quel che vuole ascoltare la gente e perché lo fa con l’intento apparente di rafforzare il mercato. Qualche giorno fa ad esempio ha detto: «Abbiamo uno sciopero degli investitori. Il nostro dovere, il dovere del Parlamento, è quello di restituire fiducia al mercato, di revocare lo sciopero e di rafforzare i controlli».Il messaggio è chiaro: non ci saranno più eccezioni. E ha spiegato chiaramente che il legislatore dovrà comprendere le dinamiche che hanno portato all’esplosione di nuovi strumenti finanziari di cui oggi nessuno capisce nulla, il cui rischio non è quantificabile in modo realistico. Si dovranno fare confronti fra i rapporti di capitali imposti alle banche commerciali e quelli per hedge funds, e altri operatori finanziari fuori dalle briglia del regolatore. Il problema è talmente serio, anche da un punto di vista morale, che due senatori vicini al mondo finanziario si trovano allineati con Frank. Il primo è Dodd, senatore del Connecticut, uno Stato che più di ogni altro ospita hedge funds e compagnie finanziarie che operano fuori dal controllo tradizionale delle agenzie federali, l’altro è Chuck Schumer, il senatore di New York, che istituzionalmente rappresenta Wall Street: «Abbiamo perso terreno, le dinamiche operative della finanza ci hanno superato, ora dobbiamo metterci in pari »,ha dichiarato Schumer al New York Times qualche giorno fa. L’ipotesi di Schumer,cui Frank non è contrario, è che i pieni poteri di controllo siano attribuiti alla Fed.

Dopo l’11 settembre

Il modello, da un punto di vista operativo,non è diverso da quello che si adottò dopo l’ 11 settembre, quando ci si accorse che in America vi era una deficienza strutturale nel coordinamento delle varie attività di intelligence, Cia, Fbi, Nsa, Agenzie del Pentagono ecc. È nato così il nuovo dipartimento della Homeland Security ed è nata la nuova agenzia di coordinamento di tutte le attività di spionaggio e controspionaggio interne e internazionali. Passando alla finanza, la crisi dell’ultimo anno è stata talmente profonda, pericolosa, scioccante dal punto di vista della leggerezza degli operatori, da giustificare un’azione drastica,non dissimile da quella che propone Frank. La "Nuova Fed" potrebbe svolgere lo stesso ruolo di supervisore generale di tutte le agenzie di regolamentazione e diventare una sorta di " Homeland Security" finanziario.
Ma il Congresso non avrà ne-cessariamente vita facile. Ci sarà da superare la resistenza di chi vuole proteggere l’identità federale americana, che dà piena autonomia agli Stati e premia la divisione dei poteri anche su base locale come garanzia di equilibrio. Per non parlare delle resistenze ideologiche di chi vede nel ritorno alla regolamentazione finanziaria un cavallo di Troia per riportare in America quella pletora di regole, quella rigidità alla libera concorrenza che fu smantellata dal reaganismo.

Le lobby finanziarie

Valga per tutti la posizione di Mark Bloomfield, il presidente del Consiglio americano per la formazione di capitale, un gruppo di lobby pro libero mercato: «Se non ci muoviamo con destrezza nel ristrutturare un sistema finanziario molto complesso, potremmo reprimere l’istinto animale necessario al libero mercato, più il populismo si rafforza e più rischiamo di ostacolare una buona politica economica »ha detto.Contro l’interventismo del Parlamento di schiera naturalmente l’amministrazione. George W.Bush ha già chiarito che si dovrà intervenire in questa crisi finanziaria salvando i principi del libero mercato. E Hank Paulson, il segretario al Tesoro che guidò per molti anni Goldman Sachs gli ha fatto eco: ieri,cercando di giocare d’anticipo sul Congresso, ha annunciato che il suo dipartimento sta già preparando un progetto per razionalizzare il ruolo delle agenzie di sorveglianza e per aumentare la trasparenza delle istituzioni finanziarie.
Il problema è che il Paese oggi è già in recessione. Da più parti ci si domanda quanto profonda sarà la crisi economica che seguirà quella finanziaria. E anche se non si arriverà a una depressione economica, nuove regole di trasparenza dovranno essere estese anche a hedge funds e altri operatori finanziari. Il precedente per farlo lo hanno sottoscritto le stesse banche d’affari, finora escluse dalla supervisione di bilancio da parte della Fed e da quella regolamentazione più severa cui si devono sottoporre le banche commerciali. Nel momento in cui la settimana scorsa hanno accolto con sollievo la proposta della Fed di aprire anche a loro gli sportelli speciali per l’erogazione di liquidità riservati solo alle banche commerciali, le banche d’affari hanno di fatto gettato la spugna. Negli ultimi dieci giorni, da quando la Fed ha introdotto le nuove regole, si stima che, oltre ai 30 miliardi di dollari concessi in garanzia per coprire il rischio Bear Stearns, le banche d’affari abbiano raccolto a fronte di garanzie cartacee di dubbia liquidità, una cifra calcolata fra i 40e i 60 miliardi di dollari. «In questo Paese non si torna mai indietro – dichiara un funzionario vicino a Frank – non torneremo al Glass Steagall Act, ma estendere la cappa protettiva riservata alle banche commerciali alle banche d’affariin modo permanente invece che per soli sei mesi è una possibilità molto concreta ». A una condizione, che risale agli anni Trenta, in cambio degli aiuti federali occorrerà cedere due cose: controllo e trasparenza. Se preverrà la linea Paulson, più morbida, o quella del Congresso, più dura, lo sapremo soltanto dopo le elezioni presidenziali.

Si dopo le elezioni presidenziali sempre che non sia troppo tardi, in fondo abbiamo aspettato sino ad ora, certo che l’irrazionalità, l’esuberante irrazionalità dell’uomo è sempre li a ricordarci che in fondo la follia nel singolo è un’eccezione mentre nelle masse è la regola.

Noi invece abbiamo visto insieme che esiste il presupposto per il cambiamento anche se come dice Amartya Sen…….

" Se è vero che gli individui in realtà, perseguono incessantemente e senza compromessi solo il loro ristretto interesse personale, allora la ricerca della giustizia verrà intralciata a ogni passo dall’opposizione di tutti coloro che abbiano qualcosa da perdere dal cambiamento proposto. Se invece gli individui, come persone sociali, hanno valori e obiettivi di più vasta portata, che includono  la comprensione per gli altri e un impegno verso norme etiche, allora la promozione della giustizia sociale non dovrà necessariamente fronteggiare un’incessante opposizione a ogni cambiamento."(…)

" Il ricorso all’approccio della scelta sociale è necessario quando si vogliono trattare i dilemmi sociali nel mondo contemporaneo. Quel che ci serve per risolvere la nostra difficile situazione non è qualche soffisticata soluzione tecnica, ma soluzioni consensuali efficaci, in parte proprio perchè basate sull’accordo.(…)

Frank Knight economista americano soleva ricordare che " i valori sono stabiliti o convalidati ed identificati attraverso la discussione, un’attività che è al tempo stesso sociale, intellettuale e creativa.

Oggi sono in tanti a ricordarci a proporci soluzioni, regole, progetti, disegni, ma in fondo è tutto così semplice, in fondo l’anima di certa gente come dice Kahlil Gibran, ricorda le lavagne di scuola sulle quali i tempo traccia segni, regole ed esempi che una spugna bagnata subito cancella.

Parole scritte sulla sabbia, parole lasciate al vento, in fondo il problema è uno solo la mancanza di fiducia nel futuro, nel sistema, nelle istituzioni, una fiducia spesso calpestata, derisa, infranta ma non da tutti almeno, non da quelli che lavorano nell’oscurità della quotidianità per un mondo migliore, per un messaggio di gioia che passa attraverso l’attenzione all’altro, non da coloro che lottano per il cambiamento, per dissetarsi alla sorgente del rispetto, del date e vi sarà dato, di coloro che soffrono per ogni errore e vedono spesso l’alba dentro ogni tramonto.

Come dice Partha Dasgupta, “abbiamo bisogno gli uni degli altri, ci dobbiamo fidare, anche indirettamente. La società, prima ancora che l’economia, funziona quando ci sono delle interazioni reciprocamente vantaggiose perché si fondano sulla mutua fiducia”.

 

Nel suo ultimo libro “Economics. A very short introduction” quattro sono i pilastri della fiducia fondante delle comunità umane:

a)      l’affetto reciproco che costituisce la comunità famigliare, che crea una casa vera

b)      l’atteggiamento civico, sociale, studiato dall’economia comportamentale per cui se stringo la mano a qualcuno è perché mi fido e voglio pensare che non cerchi di imbrogliarmi. Il cinico dirà che ognuno ha un prezzo, ma forse non è proprio cosi!

c)      Le regole della Legge, lo Stato di Diritto, quando è l’autorità esterna che garantisce il rispetto dei patti

d)      Norme sociali che garantiscono l’attuazione degli accordi.

Secondo Dasgupta, le norme sociali sono più importanti delle regole, dello Stato di Diritto in quanto le istituzioni pubbliche tendono a funzionare sole se, alla base, i rapporti sociali sono innervati dalla fiducia reciproca.

“ Quando comprate un prodotto cinese, per rivenderlo in Italia, dovete fidarvi di qualcuno che non conoscete”

Non vi è dubbio che oggi la “FIDUCIA” sia e lo è da sempre, alla base delle relazioni umane, ma ancor di più lo è nell’economia e nella finanza dove le leggi non servono a niente se non vi è alle spalle una comunità di persone, istituzioni che hanno valori condivisi.

 

Non chiudiamo in un cassetto anche il concetto di “fiducia”, non chiudiamolo nel cassetto dell’Utopia solo perché nel mondo economico-finanziario ha l’aspetto di un valore in via di estinzione.

La splendida realtà del Microcredito insegna che se c’è alla base un progetto, delle idee condivise, dei valori tutto è possibile e per favore non nascondiamoci dietro la scusa della miseria, della povertà come unici ambienti dove è possibile far nascere delle Utopie.

Come dice Guido Rivolta nel suo editoriale su Borsa&Finanza solo nuove regole ci possono salvare, io aggiungerei una riscoperta dei valori a partire dalle nuove generazioni, il seme della vita.

I danni della finanziarizzazione dell’economia e non solo quella evidentemente prosegue Rivolta stanno provocando danni rilevanti nel settore primario. In Argentina si protesta per la mancanza di cereali  e carne, si proprio in Argentina, poichè metà della superficie agricola del paese è coltivata a soia, destinata a diventare biocarburante e le quotazione del riso dopo quelle del grano tornano ad esplodere, figlie di una speculazione demenziale, con risvolti che i lettori del blog ben conoscono.

Signori è ora di svegliarsi, è ora di uscire dal terpore del nostro inverno, ridiventare protagonisti della nostra vita, affinchè non sia sempre un manipolo di speculatori e druidi della finanza a condizionare le nostre vite.

 

In fondo alla notte è nascosto il sogno dell’alba, vi sarà sempre e comunque un’alba nulla è eterno ma allo stesso tempo nulla finisce per sempre.

 

 

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4 commenti Commenta
Scritto il 29 marzo 2008 at 15:22

http://ilmuraglione.splinder.com

venerdì, 22 febbraio 2008

‘ASSEMBLEA COSTITUENTE’ per la svolta

Questo appello per le prossime elezioni vuole essere soltanto una indicazione per tentare una svolta.
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_Il post è stato corretto come giustamente ci è stato suggerito dal commento n°19 che dice:_
“L’astensionismo passivo non fa percentuale di media votanti e riguardo alle elezioni legislative il nostro sistema di attribuzione non prevede nessun quorum di partecipazione,quindi le schede bianche e nulle, fanno si percentuale votanti, ma vengono ripartite, dopo la verifica in sede di collegio di garanzia che ne attesti le caratteristiche di bianche o nulle, in un unico cumulo da ripartire nel cosiddetto premio di maggioranza…

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Esiste però un METODO DI ASTENSIONE, che garantisce di essere percentuale votante (quindi non delegante) ma consente di non far attribuire il proprio non-voto al partito di maggioranza.
E’ infatti facoltà dell’elettore recarsi al seggio e una volta fatto vidimare il certificato elettorale, AVVALERSI DEL DIRITTO DI RIFIUTARE LA SCHEDA, assicurandosi di far mettere a verbale tale opzione.
E’ possibile inoltre ALLEGARE IN CALCE AL VERBALE, UNA BREVE DICHIARAZIONE IN CUI, SE VUOLE, L’ELETTORE HA IL DIRITTO DI ESPRIMERE LE MOTIVAZIONI DEL SUO RIFIUTO (es.: “Nessuno degli schieramenti e nessuno dei candidati qui riportati mi rappresenta”).

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Il segretario dell’ufficio elettorale che rifiuta di inserire nel verbale proteste o reclami dell’elettore, va incontro ad una sanzione di 2.000 euro e la legge prevede anche fino a sei mesi di reclusione.

Testo Unico delle Leggi Elettorali – D.P.R. 30 marzo 1957, n° 361 – art. 104 – par. 5.

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SE LA QUANTITA’ DI SCHEDE RIFIUTATE E’ TALE DA RAGGIUNGERE LA QUOTA DI VOTI NECESSARIA PER L’ATTRIBUZIONE DI UN SEGGIO, TALE SEGGIO NON PUO’ ESSERE ATTRIBUITO !
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Facciamo un’ipotesi che ci si rechi alle urne avvalendoci di questa opzione, come segno di protesta.
Cosa succederebbe se tanti cittadini manifestassero in questo modo il loro disagio e disapprovazione verso queste classi dirigenti che si alternano ad ogni elezione dimostrando soltanto incapacità di mettersi a disposizione del popolo. Ipotizziamo che questi cittadini siano una percentuale molto significativa a tal punto che le elezioni verrebbero considerate non valide. Ipotizziamo che a questo punto si formi un’Assemblea Costituente formata da cittadini onesti e senza scopi personali che si impegnino per un periodo di tempo per capire e gettare le basi per farci uscire da questo modo di ‘essere’ in cui siamo piombati.
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utente anonimo
Scritto il 30 marzo 2008 at 09:03

ne avevamo parlato gia 15 giorni fa, ci sono pressioni altissime per l’intervento pubblico, senza aspettare la fine della legislatura, ormai non c’e’ piu’ tempo, il sistema e’ bollito, lo sara’ comunque, ma almeno evitano i grossi fallimenti ed il relativo panico.
Mariano

utente anonimo
Scritto il 30 marzo 2008 at 14:25

Alcune considerazioni in pillole:
1. Gli analisti e gli “esperti” servono a poco, tanto è vero che i grandi nomi delle banche d’affari non hanno previsto la crisi, con perdite miliardarie
2. per i propri investimenti, meglio un sano fai da te magari usando ETF che pagare commissioni stratosferiche inutilmente
3. La manovra per far pagare la crisi ai cittadini è in atto, e nessuno si ribella, salvo strepitare per il caro vita, le pensioni basse ecc: tra qualche mese con l’inflazione in rialzo che succederà?
4. Nei PVS, cominciano i moti per il riso, e si rischia un’esplosione sociale cominciando dall’Asia e poi forse in America Latina per il mais
5. L’America ha perso la guerra in IRAQ, i valori degli immobili in USA scendono a precipizio, il dollaro rischia di non essere più valuta di riserva ma prima che esso venga sostituito dall’Euro, o più probabilmente da un “paniere” credo che ne vedremo delle belle

In conclusione, è presto per rientrare sulle borse, i titoli di Stato Italiani traballano al ritmo dei nostri conti pubblici: tenere solo cash?
Qualcuno ha delle idee?
Guido

utente anonimo
Scritto il 30 marzo 2008 at 21:19

Alcuni link interessanti

http://www.globalresearch.ca/index.php?context=va&aid=7876
http://www.globalresearch.ca/index.php?context=va&aid=8158

su una possibile interpretazione dei fatti.

Igor

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